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Non c'è due senza tre

Dopo le beffe dell'Ema e dell'Amla, Roma candida l'Eur per l'agenzia Ue per le dogane

Davide Mattone

Nel 2017 Milano perse l’Agenzia del farmaco per sorteggio, e nel 2024 Roma si è vista scippare l’antiriciclaggio da Francoforte. Adesso è il turno dell'Euca e l'Italia ci prova con viale della Civiltà Romana 7

L’Italia si è candidata a ospitare a Roma il quartier generale della futura Autorità doganale europea (Euca). E’ un ritorno sul ring dell’assegnazione delle agenzie dell’Ue. Ring sul quale, in meno di dieci anni, già due candidature sono finite male: la prima per l’Agenzia europea del farmaco (Ema) e la seconda per l’Autorità europea antiriciclaggio (Amla). Per capire se non c’è due senza tre, bisogna prima ripercorrere il percorso che vide l’Italia perdere le due gare.

La prima beffa è del novembre 2017, quando dopo la Brexit bisognava spostare da Londra l’Agenzia europea del farmaco. Milano aveva messo sul tavolo un’offerta difficile da attaccare: il grattacielo Pirelli, pubblico e immediatamente disponibile. Nelle votazioni la candidatura italiana era partita in testa ma, all’ultimo giro, la vittoria andò ad Amsterdam per puro caso: l’ultimo voto fra le due città finì pari (13 a 13) e si dovette estrarre a sorte il vincitore. Gentiloni parlò di “beffa” mentre il sindaco Sala, sconsolato, commentò: “tutto regolare ma non normale”. A pesare, contro lo Stivale, fu anche il gioco dell’equilibrio geografico: l’Italia già ospitava due agenzie Ue – l’Autorità alimentare (Efsa) a Parma e la Fondazione di formazione a Torino – e molti paesi, senza alcuna sede, premevano per riequilibrare il sistema.

Nel 2019 la presidente Giorgia Meloni, allora all’opposizione, arringava: “La capitale dell’Unione europea deve essere Roma. E porterò questa rivendicazione all’Europarlamento”. Divenuta premier nel 2022, forse la rivendicazione l’ha portata direttamente in Consiglio. Così, nel 2023, l’Italia tentò l’assalto all’Amla, forte della sua reputazione nel mondo e in Europa per il suo sistema di antiriciclaggio nazionale all’avanguardia. L’Italia mise sul tavolo le Torri Ligini, note ai più come “Beirut” (provate a cercare su Google “Torri Beirut Italia"): il complesso razionalista dell’ex ministero delle Finanze in Viale Europa 242, con un pacchetto di incentivi sostanzioso. Sulla carta la sede era “pronta dal giorno uno”. Ma nella realtà quelle Torri – appunto, “Beirut” – si portavano dietro anni di progetti di riqualificazione, ripartenze e rinvii. Alla fine, il 22 febbraio 2024, con una procedura che prevedeva un voto congiunto del Parlamento e del Consiglio (dopo il pasticcio dell’Ema), la sede è stata assegnata a Francoforte.

Ora tocca alla Euca, prevista dalla riforma dell’Unione doganale proposta nel 2023. Un’autorità centrale chiamata a gestire un grande data hub e a coordinare controlli e analisi dei rischi tra gli stati membri. L’Italia ha depositato la candidatura e l’ha presentata a Bruxelles l’11 dicembre, con il ministro Giorgetti e il sindaco Gualtieri (e un videomessaggio del vicepremier Tajani). La sede offerta è sempre all’Eur, ma non è la stessa dell’Amla: un complesso moderno in viale della Civiltà Romana 7.

 

Ma la concorrenza è folta. Sono almeno nove le città candidate, oltre a Roma: Varsavia, Málaga, Lille, Porto, Zagabria, Bucarest, Liegi, L’Aia. Alcune candidature sono di paesi ancora privi di agenzie comunitarie di rilievo, fattore che potrebbe pesare nella decisione finale (attesa nel 2026).

Che cosa non funzionò nelle passate votazioni e che potrebbe cambiare ora? Di certo conta la qualità tecnica delle offerte. Ma a fare la differenza è soprattutto il fattore politico (come per l’Amla). La sensazione è che l’Italia, pur mettendoci impegno, paghi un certo isolamento negoziale e i vecchi equilibri che tendono a premiare altri. In gioco ci sono le sedi dell’Ue, e l’Italia, dati alla mano, è il terzo paese europeo per pil e popolazione, e non ospita nessuna delle principali sette istituzioni europee. Facts.

 

 

 

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