Italnomics 2026

L'Italia e la sfida economica del 2026 tra crescita, Ai e un debito da ridurre

Stefano Cingolani

L’Italia ha resistito a turbolenze globali portando a termine un ottimo 2025, ma ora deve affrontare il grande cambiamento tecnologico e rimanere competitiva nel contesto europeo. Parla Gorno Tempini (Cdp) 

L’economia italiana lascia dietro di sé un 2025 fuori dal comune. E’ stata promossa dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating con un crescendo rossiniano che ha pochi precedenti, ma al di là delle combinazioni alfanumeriche il voto più importante è la riduzione dello spread, arrivato a livelli inferiori a quelli che avevano preceduto la grande crisi finanziaria del 2008 durata fino al 2012. L’Italia ha mantenuto una rotta stabile anche in mezzo alle tempeste geopolitiche e allo choc dei dazi trumpiani. E’ frutto di una serie di fattori, tra i quali la tenuta dei conti pubblici, ma colpisce in particolare la forza e la solidità della manifattura. Siamo ben al di là della resilienza, il modello ha superato prove da far tremare le vene ai polsi, adesso deve affrontare un vero e proprio salto tecnologico. La sfida strategica nel nuovo anno è la difesa europea, quella economica è la grande trasformazione innescata dall’utilizzo dei robot insieme all’intelligenza artificiale che toccherà il cuore produttivo del paese. Entrambe, direttamente collegate, arrivano in un ambiente difficile: la crescita del prodotto lordo si è appiattita negli ultimi due trimestri e la produzione industriale è in discesa ormai da tre anni, pur con qualche piccolo rimbalzo. 

Dunque, non c’è da dormire sugli allori. Di tutto ciò e molto altro (il rischio debiti pubblici, l’intervento dello stato, il ruolo della Cdp come volano del nuovo ciclo tecnologico) il Foglio ha parlato con Giovanni Gorno Tempini, economista, banchiere, presidente della Cassa depositi e prestiti, non per fare astrologia o futurologia, ma per gettare uno sguardo a quel che c’è da fare e a come è possibile farlo. Non possiamo non partire dalla buona annata. “Io mi occupo di debito pubblico da quando ho cominciato a lavorare nel 1987, ma mai ho visto l’Italia promossa sette volte di seguito”, esordisce Gorno Tempini. Ciò è dovuto alla gestione attenta del ministro Giancarlo Giorgetti, ma anche alla buona salute del sistema bancario e della manifattura. Nel momento in cui Wall Street si allarma per il super indebitamento delle Big Tech e teme un nuovo crac (anche se nello stesso tempo continua ad alimentarlo), l’industria italiana si è sgravata da un eccesso di debito grazie alla generazione di capitale proprio, spiega il presidente della Cdp e commenta: “E’ una storia che non è stata ancora raccontata a sufficienza”. Il rapporto tra debito nel suo complesso (cioè prestiti più emissioni obbligazionarie) e il totale delle attività (o passività) risulta pari al 28,7 per cento nel 2024, con un calo di 15,8 punti percentuali rispetto al 44,5 per cento del 2011 (massimo della serie storica). Se poi guardiamo al rapporto tra il credito bancario alle imprese e il prodotto lordo, siamo a 27,2 per cento a fine 2024 contro un massimo di 53,9 per cento a fine 2011. Il boom delle esportazioni è anch’esso lo specchio di questa energia manifatturiera. Dal 2019 c’è stata una crescita del 30 per cento; se prendiamo i saldi della bilancia commerciale l’Italia è al quarto posto, ha superato la Corea del sud e quest’anno potrebbe sorpassare anche il Giappone. Nel 2025 s’è vista una forte ripresa in settori come la farmaceutica, i mezzi di trasporto esclusa l’auto, l’agro-alimentare oltre ai macchinari che restano al primo posto.

 

“Abbiamo un sistema privato fortissimo, una manifattura ben distribuita in una pluralità di settori – sottolinea il presidente della Cdp – Eppure se tu parli con gli imprenditori e chiedi quali sono le priorità ti senti dire le tariffe, l’energia, la burocrazia, il prodotto, i mercati, la catena delle forniture, tutti temi importanti, ma pochi menzionano tra le prime cinque priorità la tecnologia: questa è la vera novità nel manifatturiero, non solo nei servizi e nell’amministrazione dello stato a ogni livello”. A differenza da altre rivoluzioni tecnologiche, quella in corso non si accompagna a un aumento della crescita e finora nemmeno della produttività; come mai? Gli economisti s’interrogano, le risposte sono molte e vaghe a cominciare dalla teoria della “stagnazione secolare”. Una scuola di pensiero ritiene che occorre attendere non solo che le nuove tecnologie diventino più sofisticate e accurate (è la forsennata corsa all’intelligenza artificiale generale e al quantum computing), ma anche che si diffondano in tutti i gangli della società. “L’utilizzo dell’AI nel settore pubblico aprirà tra l’altro una gigantesca opportunità”, secondo Gorno Tempini. Siamo in un ciclo di basso sviluppo, niente a che vedere con l’impatto dei personal computer e della rete in internet negli anni 80 e 90 del secolo scorso.

 

Proprio la crescita è la via maestra per ridurre l’enorme dimensione del debito pubblico che secondo molti rappresenta ormai la più grande minaccia per l’economia mondiale. “Chiediamoci da dove vengono questi debiti – interviene il presidente della Cdp – Se diamo uno sguardo retrospettivo vediamo che ogni scalino in ascesa coincide con una delle grandi crisi scoppiate dal 2008 in poi, il crac finanziario, la pandemia, la guerra in Ucraina. Questo è vero anche per il 20 per cento del debito sul pil in più accumulato dall’Italia. “Il problema non è tanto l’ingresso dello stato, inevitabile per affrontare crisi che il mercato da solo non è in grado di risolvere, ma l’uscita – dice Gorno Tempini – Dopo il fallimento della Lehman Brothers il governo americano è intervenuto in modo pesantissimo nelle banche e nell’industria, poi a missione compiuta si è ritirato. Calcolare i tempi e i modi dell’ingresso e dell’uscita è un’arte più che una scienza”.

 

Esiste davvero una exit strategy? Prendiamo i titoli pubblici nei bilanci delle banche centrali, una vendita massiccia e continua può diventare catastrofica innescando una recessione mondiale. Secondo Gorno Tempini l’austerità è stata la risposta sbagliata alla grande crisi finanziaria, bisognava invece trovare gli strumenti per crescere pur tenendo sotto controllo le finanze dello stato. La Next Generation Eu (in Italia il Pnrr) rappresenta un salto di qualità nella teoria e nella prassi. In sintesi si tratta di utilizzare il risparmio privato e le garanzie pubbliche per affrontare priorità strategiche, con un rapporto corretto tra stato e mercato. L’accordo per il finanziamento dell’Ucraina con 90 miliardi di euro garantiti dalla Ue, è l’ultimo esempio positivo. In fondo è lo stesso modello della Cdp che ha festeggiato i 100 anni dei buoni postali con i quali si alimenta, e fa parte di un vero e proprio “sistema delle casse”, insieme alla francese Cdc, la Caisse des Dépôts et Consignations (ad essa si è ispirato nel 1850 il regno di Sardegna per finanziare opere pubbliche) e il KfW, Kreditanstalt für Wiederaufbau, l’istituto tedesco fondato per gestire la ricostruzione con i fondi del piano Marshall. Sono tutti strumenti di un intervento pubblico non assistenziale.

 

Gorno Tempini mette in guardia dalla tendenza a infilare in un unico calderone le diverse funzioni dello stato: assistere se necessario, stimolare, regolare, investire nelle infrastrutture e là dove c’è bisogno di impieghi a lungo termine. E’ importante che i ruoli restino distinti e rispondano a scelte strategiche chiare. “La Cassa – dice – è una società per azioni a maggioranza statale che nel 2024 ha prodotto un utile netto di 3 miliardi con un capitale di circa 30 miliardi. Insomma, non è davvero un ente assistenziale, né potrebbe essere diversamente in quanto persegue un mandato pubblico ma con una logica privatistica. D’altro lato, Cdp non è interessata a massimizzare anno per anno i profitti, ma a farne un mezzo per perseguire la sua missione di lungo periodo, che è quella delle citate banche di sviluppo. Significa far lavorare fianco a fianco pubblico e privato a supporto delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, intercettare la nuova domanda immobiliare della famiglia delle housing (avviata con il social e proseguita con senior, student, eccetera), supportare la crescita del patrimonio infrastrutturale e delle imprese italiane, creare nuovi mercati come è stato fatto con il venture capital”. Poi ci sono le fondazioni bancarie, che da azioniste di Cassa hanno avuto ritorni importanti. “E’ vero, proprio in queste ore stanno perfezionando il riacquisto di azioni proprie di Cdp che equivale a un aumento di capitale di 400 milioni di euro ed è un impegno che apprezziamo molto. Ma le fondazioni c’erano fin da subito, fin dalla trasformazione della Cassa in società per azioni. E credo che sia stata una felice intuizione, perché in fondo condividono la stessa logica: gestiscono mezzi privati, perseguono fini pubblici. Poi questo rapporto si è evoluto. Cassa ha aperto una rete di uffici, spesso negli stessi territori presidiati dalle fondazioni, e le occasioni di collaborazione si sono moltiplicate”.

 

Intervento diretto, utilizzo di banche di sviluppo: non è che lo stato si sta allargando troppo? Non sta entrando in imprese e settori che dovrebbero restare privati? “E’ difficile definire il troppo quando gli orizzonti sono di lungo termine – replica Gorno Tempini – Dov’è la linea di confine, quando da un lato abbiamo le Big Tech americane che valgono migliaia di miliardi di euro e dall’altro un sistema capitalistico anomalo come quello cinese, dove non ci sono vincoli all’intervento del governo?”. Il modello Next Generation Eu è diverso: io ti do il denaro, ma voglio che venga usato per investimenti insieme a denaro privato seguendo scelte prioritarie. “È politica economica di alto livello”, dice il presidente della Cdp. Il suo incontro con la Cassa è avvenuto nel 2010, quando è stato nominato amministratore delegato, carica ricoperta fino al 2015. Nato a Brescia nel 1962, bocconiano, servizio militare come ufficiale dei carabinieri, poi banchiere d’affari alla JP Morgan e dal 2001 in Intesa Sanpaolo, ha una lunga esperienza nel mondo privato e in quello pubblico.

 

L’economia mista, l’economia sociale di mercato come la chiamano i tedeschi, resta il pilastro del capitalismo europeo scosso dall’onda tecnologica americana da un lato e dalla nuova potenza cinese dall’altro. Il Vecchio continente è rimasto troppo indietro, non è tardi per recuperare? Secondo Gorno Tempini è inutile inseguire le “magnifiche sette sorelle”, il divario ormai è troppo grande, non potremo mai mobilitare trilioni su trilioni di dollari, del resto le loro priorità sono altre. “L’Europa ha una forza manifatturiera che manca agli Usa, il tentativo di Trump di riportare la manifattura negli Stati Uniti è difficilissimo, tanto quanto il tentativo dell’Europa di recuperare il gap con le Big Tech. Ma se parliamo di sposare l’AI con la manifattura noi abbiamo molto da dire, noi italiani in primo luogo”. Nella tecnologia applicata abbiamo più esperienza e più strumenti. Un uso realistico e diffuso dell’AI farebbe compiere un salto al modello europeo che non è di per sé condannato a restare schiacciato tra Cina e Usa. La stessa Cdp può diventare un acceleratore dello sviluppo tecnologico. Un esempio è lo spin off di 60 ricercatori dell’Istituto italiano di tecnologia, specializzati in robotica umanoide in una startup che ha appena concluso un importante giro di finanziamento la cui parte principale fatta dalla Cdp, si chiama Generative bionics. Inoltre la Cassa è il più grande investitore in venture capital, ma da sola non basta. Ecco un altro punto debole del modello italiano. Spetta al governo nazionale come a quello europeo decidere le priorità strategiche, ma la messa a terra è compito delle imprese e qui la Cassa ha la sua funzione essenziale. “Non si tratta del resto di prendere denari pubblici noi usiamo capitali di risparmiatori privati che si affidano alla credibilità dell’istituzione, lo dimostrano i 27 milioni di italiani che continuano a darci  fiducia attraverso i buoni postali”. La sfida tecnologica che caratterizzerà quest’anno e quelli futuri avviene in un quadro geopolitico particolarmente difficile. La dimensione europea resta decisiva, la maggior parte delle risposte è fuori dalla portata dei singoli stati. Ma Gorno Tempini è ottimista, l’ottimismo della ragione non solo della volontà. L’Italia ha reagito bene grazie alla sua forza manifatturiera, a imprenditori che si sono rimboccati le maniche, a un modello flessibile e molto articolato che ha consentito di assorbire gli choc. Ha contribuito uno strumento come la Cdp che adesso può diventare un volano per compiere il salto produttivo e per la crescita. La domanda interna, sia per consumi sia per investimenti, non è ancora in grado di compensare quella estera e in un periodo segnato da un diffuso neo-protezionismo, rappresenta un forte limite alla crescita. Non va tutto bene, madame la marquise, e il trionfalismo non aiuta a guardare la realtà, ma i gufi, non lo dimentichiamo, sono rapaci pericolosi. Il Foglio aveva aperto il 2025 con un invito all’ottimismo. Tutto sommato avevamo ragione. Adesso passiamo il testimone a un 2026 pieno sì di incognite, ma anche di nuove aspettative.

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