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L'Analisi
Cosa può insegnare ai giornali il contratto (in ritardo) dei metalmeccanici
Il rinnovo mostra cosa può fare una buona contrattazione, soprattutto contro l’inflazione. E cosa invece non fa il fisco: senza indicizzare le aliquote, il fiscal drag colpisce soprattutto il ceto medio, mentre chi non ha clausole di tutela perde potere d’acquisto anno dopo anno
Dopo diciassette mesi di ritardo, il contratto dei metalmeccanici è stato firmato. Non è solo una buona notizia per un milione e mezzo di lavoratori dell’industria: è un evento che dice molto sullo stato della contrattazione collettiva in Italia. L’aumento mensile concordato – un totale di 205 euro su una busta paga di 2.158 euro mensili a regime nel 2028, di cui 28 euro sono già stati versati nel 2025 – è in linea con l’indice dei prezzi depurato dei costi dell’energia che sta al 2 per cento annuo. Dunque i metalmeccanici rappresentano oggi, di fatto, l’unico contratto nazionale (insieme ai bancari, chimici e pochi altri) davvero in grado di difendere il potere d’acquisto dei lavoratori in una fase di inflazione alta.
La spiegazione sta nella presenza di una clausola di salvaguardia: un meccanismo automatico che consente di adeguare i minimi salariali all’inflazione rilevata, senza dover aspettare il rinnovo successivo. Quello strumento nel biennio 2022-2023 si è trasformato nella più importante linea di difesa del reddito da lavoro. In quei due anni, mentre i prezzi correvano oltre il 5 per cento e quasi tutti i contratti nazionali rimanevano scaduti, la clausola del contratto metalmeccanico ha permesso di recuperare parte dell’inflazione senza aspettare il rinnovo, quei 28 euro mensili già versati nel 2025 appunto. Questa clausola dovrebbe essere estesa a tutti gli altri settori per il futuro: pensate solo a cosa sarebbe successo ai minimi retributivi dei giornalisti che sono fermi dal 2012 poiché il contratto non è stato rinnovato dal 2016. Tutti gli altri settori (dal commercio al terziario, dalla logistica al turismo) non hanno recuperato il potere d’acquisto che si misura con l’indice dei prezzi complessivo, non con quello depurato dai costi dell’energia che si usa per fare i contratti – perché la gente, comunque, la bolletta del gas e luce la paga.
La perdita media di potere d’acquisto in Italia è stata dell’8 per cento dal 2019: una caduta senza precedenti tra i paesi avanzati, che non verrà recuperata con i meccanismi attuali. Per farlo servirebbero aumenti del 4-5 per cento per più anni consecutivi: una prospettiva incompatibile con la redditività delle imprese e con l’andamento della produttività. Inoltre, la vicenda dei metalmeccanici mette in luce anche un secondo problema, che non riguarda la contrattazione ma il fisco. L’Italia è uno dei pochi paesi avanzati che non indicizza automaticamente gli scaglioni dell’Irpef: quando l’inflazione aumenta, le tasse aumentano automaticamente con il fiscal drag, che in Italia vale attorno ai 25 miliardi di euro. Il metalmeccanico è stata la vittima perfetta del fiscal drag. La retribuzione media dei metalmeccanici si colloca infatti attorno ai 35 mila euro lordi l’anno, una soglia che negli ultimi anni è diventata un punto di frizione decisivo. Se superi la soglia dei 35 mila euro lordi perdi il diritto alla decontribuzione, e quindi paghi molte più tasse. Si può stimare dai dati dell’Agenzia delle entrate che dal 2022 al 2023 la classe di reddito compresa tra 35mila e 50mila euro ha registrato un incremento del 18 per cento, ovvero 650 mila contribuenti in più. Inoltre, tra i metalmeccanici circa 200 mila tra il 2019 e il 2025 hanno superato la soglia dei 35000 euro. E’ quindi possibile che un lavoratore metalmeccanico con una qualifica medio-alta – pur avendo un contratto avanzato e un aumento consistente – non recuperi comunque tutta l’inflazione, perché una parte dell’aumento viene assorbita dal fisco.
Vediamo un caso reale di un quadro metalmeccanico, prendendo una busta paga del 2019 a confronto con quella del 2026 dopo il rinnovo del contratto di questa settimana. Al lordo delle tasse con 41mila euro annui praticamente recupera nel 2026 il potere d’acquisto del 2019, ma il fiscal drag gli ha sottratto più soldi di quanti gliene abbiano restituiti le varie riduzioni di Irpef. Per via delle tasse perde circa 1.090 euro all’anno di potere d’acquisto rispetto al 2019. Quei soldi li recupera solo grazie al contratto e nonostante il fisco. Se prendiamo un operaio metalmeccanico di livello più basso la situazione è opposta: al lordo delle tasse recupera il potere d’acquisto del 2019, e al netto delle tasse guadagna circa 300 euro all’anno in più in termini reali. Questo perché sotto i 35 mila euro di redditi le riduzioni fiscali sono state assai più generose e hanno più che recuperato il fiscal drag.
Per gli altri settori è molto peggio perché hanno contratti che non stanno al passo dell’inflazione, e il loro salario reale è tuttora sotto dell’8 per cento rispetto a i livelli del 2019. Un addetto alle vendite commerciali, con 25 mila euro di reddito lordo annuo, registra una perdita di potere d’acquisto sul reddito netto pari a 500 euro all’anno, nonostante, con le riforme, abbia ricevuto oltre al fiscal drag altri 397 euro. Mentre un responsabile alle vendite, con più di 40mila euro di reddito lordo, ha avuto una perdita di potere di acquisto di 1.682 euro l’anno al netto delle tasse – comprensiva di una mancata restituzione di 921 euro di fiscal drag.
La nuova cornice legislativa