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L'intervento

L'Italia dei redditi medio-alti ha diritto a chiedere più giustizia fiscale

Marco Ballarè

Si tratta di circa tre milioni di persone che pagano per tutti, perché non hanno possibilità di evasione o scorciatoie. E chiedono equità: che non sia sempre e solo chi paga tutto a tenere in piedi il sistema. Intanto, l’evasione fiscale resta una ferita aperta

In Italia c’è una parte della popolazione che non trova mai il giusto riconoscimento. Non è la cosiddetta “classe media”, definizione vaga e già logora, che mette insieme mondi troppo diversi. Non sono nemmeno i super-ricchi, quelli che possono contare su patrimoni enormi, su rendite finanziarie e su consulenti che sanno come sfruttare ogni cavillo fiscale per pagare meno tasse. Parliamo invece di un’Italia diversa: quella dei lavoratori e dei pensionati con redditi medio-alti, che hanno costruito un patrimonio frutto di lavoro, studio, competenze. Non hanno privilegi nascosti, versano tasse in proporzione più di altri, non hanno capitali offshore, non vivono di dividendi. Hanno fatto e fanno il bene al paese, eppure oggi sono tra i più penalizzati. Sono circa tre milioni di persone che pagano per tutti, perché non hanno possibilità di evasione o scorciatoie.

 

Negli ultimi anni non hanno goduto di tagli dell’Irpef o di Flat Tax e hanno avuto tagli alle detrazioni e tetti ai premi di produttività. Tutto questo, mentre è grazie a loro se il nostro welfare regge. Ma questo impegno non viene ripagato. Anzi: i salari e le pensioni reali si stanno erodendo, mentre gli utili delle imprese e la ricchezza dei più ricchi crescono. E per loro la progressività è sproporzionata se pensiamo che nel 2023 le imposte pagate da un lavoratore dipendente con un reddito tra 35 e 55mila euro sono 34 volte quelle di un reddito tra 7.500 e 15mila euro, mentre tra 100.000 – che valgono al netto delle tasse circa 52mila euro – e 200.000 euro sono pari a 149 volte. E ancora, un lavoratore dipendente con 105 mila euro lordi annui paga 13,5 volte le tasse di chi ne dichiara 30mila. I numeri parlano chiaro. Negli ultimi dieci anni i profitti aziendali sono aumentati del 18%, mentre le retribuzioni lorde dei dipendenti sono rimaste ferme e questi pensionati non hanno nemmeno ricevuto la perequazione di pensioni tutte pagate con sonanti contributi. In Italia la quota di crescita economica finita ai profitti è stata più alta che in Francia, Germania o Spagna. E tra il 2019 e il 2023, il valore creato da ogni ora di lavoro è sceso del 2 per cento, ma le paghe orarie sono diminuite quasi del 9 per cento. Un doppio paradosso: le aziende producono profitti di più, i dipendenti guadagnano di meno.

 

Se allarghiamo lo sguardo, vediamo un paese dove i milionari diventano sempre più ricchi e numerosi, mentre chi ha solo il reddito del proprio lavoro vede calare il potere d’acquisto. E intanto, l’evasione fiscale resta una ferita aperta: quasi 90 miliardi all’anno che mancano alle casse pubbliche. Un furto tre volte: alle tasse che non si incassano, ai servizi che mancano per tutti e alla mancata crescita economica del paese dovuta alla assistenza incontrollata dei falsi poveri. Per non parlare di chi percepisce un reddito di 85mila euro lordi annui e gode di una flat tax al 15 per cento e dei tanti, troppi, che godono di condoni e rottamazioni dopo aver evaso. La popolazione di cui parliamo – chiamiamola Italia produttiva e fiscale – non chiede privilegi. Anzi, è giusto e necessario che i più fragili siano sostenuti. Ma chiede equità: che non sia sempre e solo chi paga tutto a tenere in piedi il sistema, mentre evasori e renditieri godono indisturbati dei benefici. Capire il malcontento di queste persone è fondamentale. Non sono l’élite e non sono nemmeno i ceti popolari: sono la parte che lavora, che contribuisce, che tiene in piedi i conti pubblici. Se questa fiducia si rompe, se chi contribuisce di più smette di credere nel patto fiscale, allora si incrina la tenuta stessa del welfare. Ne vogliamo parlare prima che i danni siano irreparabili?
 

Marco Ballarè, presidente di Manager Italia

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