John Elkann (Ansa)

gli effetti del "liberation day”

Dopo i dazi l'effetto domino è possibile. Tra casi di studio in Italia, senza panico: da Eni a Elkann

Stefano Cingolani

Essere metà statunitense non basta a Stellantis, che pensa alle azioni immediate da intraprendere. L'Eni intanto ha ricevuto un diktat: stop al petrolio dal Venezuela. Ma a soffrire di più saranno le piccole e medie imprese

Roma. Il giorno dopo si fanno già i conti dei danni provocati dal “liberation day”. L’economia è un insieme di relazioni interdipendenti, rinchiudersi nella propria nicchia è impossibile. Quel che ha in mente Donald Trump è semplice e lo ha spiegato a John Elkann che lo ha incontrato poco prima della gragnola di dazi: “Lasciate la Cina, lasciate l’Europa e venite a produrre in America”. In realtà Stellantis è per metà statunitense, ma evidentemente questo non basta. Intanto ci sono gli stabilimenti in Messico e Canada. E poi ci sono le componenti che arrivano dall’Europa. A gennaio Antonio Filosa che guida il Nord America (ed è uno dei candidati a prendere il posto di Tavares) aveva annunciato una serie di impegni: un nuovo pickup da produrre in Illinois, la prossima Dodge Durango a Detroit, investimenti nel Toledo Comples in Ohio dove si fanno le Jeep Gladiator e Wrangler, un motore in Indiana. Tutto inutile, tanto che ieri mentre

Trump recitava la sua tragicommedia nel giardino delle rose, Filosa annunciava con una email la chiusura per due settimane (almeno) degli stabilimenti di Windsor in Canada che assembla la Chrysler Pacifica e la Dodge Daytona elettrica e di Toluca in Messico dove si producono due Jeep, la Compass e la Wagoneer elettrica. John Elkann ha spiegato che “le azioni immediate che dobbiamo intraprendere” avranno “un impatto su diversi impianti statunitensi di produzione di gruppi motopropulsori e stampaggio che supportano tali operazioni”. Intanto perdono il lavoro 900 operai con contratti a tempo determinato e si annunciano licenziamenti “temporanei” presso gli impianti Warren Stamping e Sterling Stamping (Michigan), così come negli stabilimenti Indiana Transmission, Kokomo Transmission e Kokomo Casting (Indiana). Secondo prime stime, a Stellantis potrebbe costare un miliardo di dollari. Non ci saranno ricadute dirette in Italia dove si produce per il mercato nazionale ed europeo, ma molti si chiedono se le perdite previste e il rallentamento della produzione anche nei mercati del nord e sud America non avranno effetti a catena, come sembra del tutto prevedibile. Nonostante il ridimensionamento di questi anni, il gruppo dell’auto resta la prima impresa privata in Italia.

Che il pericolo di un effetto domino sia concreto lo dimostra una serie di altre conseguenze sulle aziende italiane. L’Eni ad esempio ha ricevuto un diktat: stop al petrolio dal Venezuela, come già Trump aveva ordinato nel 2019. Il gruppo italiano rischia di perdere mezzo miliardo di euro. In concreto, è stato revocato il permesso concesso dall’amministrazione Biden nel 2022 di continuare a ricevere petrolio dalla compagnia statale venezuelana Pdvsa, come pagamento in natura per il gas del giacimento offshore Perla, interamente distribuito nel Paese sudamericano. Insomma i due più grandi gruppi italiani hanno già subito i primi colpi. L’introduzione dei nuovi dazi statunitensi sui beni importati dall'Italia avrà un effetto “stangata” che costerà alle famiglie “fino a 160 euro annui” secondo il centro studi di Unimpresa. La stretta imposta dall’amministrazione americana comporta una serie di rincari che potrebbero tradursi in un aumento dell’inflazione tra lo 0,3% e lo 0,5% su base annua. Il centro studi della Confindustria ha stimato una riduzione della crescita dello 0,6% il prossimo anno.

A soffrire saranno le piccole e medie imprese, che rappresentano il 60% delle 23 mila aziende italiane esportatrici verso gli Usa: rischiano di subire fino al 70% delle perdite totali, per un ammontare compreso tra 3,9 e 5,6 miliardi di euro, a causa della limitata capacità di assorbire i maggiori costi o spostare la produzione. Il solo comparto alimentare, sommando l'effetto diretto sui beni importati dagli Stati Uniti e quello indiretto dei dazi sull'export italiano, può comportare un aggravio di spesa per le famiglie di circa 1,6 miliardi di euro. Farmaceutica, agroalimentare, meccanica sono i settori più esposti. La lista è lunga e l’impatto non sarà solo a breve termine. “L’era del protezionismo inaugurata da Trump”, come l’ha chiamata il Wall Street Journal porterà a una ricomposizione del commercio, della produzione e della finanza. La reazione delle borse non è solo emotiva, rispecchia il pericolo di un cambio di paradigma improvviso, irrazionale, ma non per questo meno reale. I paesi manifatturieri europei come la Germania e l’Italia sono i più penalizzati, l’idea di trattare settore per settore o impresa per impresa è irrealistico, un contro-protezionismo europeo ancor più pericoloso. Il commercio mondiale non si fermerà, ma non sarà più come prima.
 

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