il colloquio

Stellantis cadente. Misiani (Pd): “Sì a un investimento del governo italiano”

Maria Carla Sicilia

L'ex viceministro dell'Economia e senatore dem dice che è ora di partecipare alle decisioni strategiche dell'azienda guidata da Tavares. Le accuse di Calenda? "Ingenerose nei confronti del sindacato e della sinistra"

Che il governo si prepari a investire nel capitale di Stellantis è al momento poco più che una speculazione. Ma la provocazione con cui il ministro Adolfo Urso ha risposto al ricatto di Carlos Tavares sul futuro degli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori pare essere piaciuta soprattutto al Pd e al M5s. “Oggi abbiamo una situazione oggettivamente sbilanciata. Quello che doveva essere un matrimonio paritario di fatto non lo è e la presenza diretta dello stato francese ha un peso non indifferente”, dice al Foglio il responsabile economico del Partito democratico, Antonio Misiani, viceministro dello Sviluppo economico ai tempi della fusione tra Fca e Peugeot.

La segretaria Elly Schlein ha invitato il governo a studiare la strada della partecipazione pubblica per bilanciare quella francese. L’investimento costerebbe quattro miliardi di euro e non basterebbe neppure per pareggiare il peso decisionale che esercita Parigi, azionista di lungo periodo attraverso Bpifrance, per cui servirebbero invece più di sei miliardi. “Credo che il punto significativo sia innanzitutto un ingresso nel capitale sociale, che sarebbe peraltro un buon investimento, visto che Stellantis è una società che va molto bene. Poi – dice Misiani – discutiamo quale debba essere il livello, compatibilmente con le altre priorità di politica industriale”. Già, perché investire nel capitale per avere voce in capitolo significa sedersi al tavolo con in mente interessi e obiettivi nazionali ben definiti. “E’ chiaro che l’Italia deve decidere che cosa fare da grande, se rimanere un grande paese manifatturiero o puntare su altro. Secondo noi deve presidiare e sostenere il sistema industriale. L’automotive è cruciale, sotto diversi profili. Non possiamo permetterci un’ulteriore marginalizzazione: oggi la produzione in Italia è largamente inferiore al milione di veicoli”. Tuttavia, l’idea di mettere un piede dentro e riuscire a invertire la tendenza orientando le decisioni della holding è un piano poco realistico. Lo stesso Tavares dalla nascita di Stellantis non è stato sempre accomodante con le richieste del governo francese. Perché dovrebbe essere diverso con una partecipazione, magari simbolica, dello stato italiano? “E’ chiaro che parliamo di una grande multinazionale quotata in Borsa – dice l’ex viceministro – e che ci deve essere un rapporto dialettico. Ma un conto è essere presente e avere voce in capitolo nel Consiglio di amministrazione, un altro è essere nella posizione in cui si trova oggi il governo italiano”. A tal proposito, pochi mesi fa Andrea Orlando ha detto al Foglio che la debolezza dei governi nei confronti di Stellantis è una debolezza storica di lunga data. Un’affermazione che Misiani dice di condividere. Ma precisa: “Quando c’erano gli Agnelli chiedevano sostegni ma la proprietà era italiana. Oggi è cambiato tutto e negoziare sussidi non ci porta lontano, bisogna valutare seriamente di entrare nella cabina di regia dove si assumono le decisioni strategiche”. Il momento, dal punto di vista del Partito democratico, è quello giusto. “Siamo in una fase in cui a livello globale c’è una forte ripresa di protagonismo dello stato nell’industria. Gli Stati Uniti hanno costruito un grande programma di politica industriale green con l’Inflation Reduction Act. L’Europa è più indietro e deve recuperare terreno. Servono politiche di sostegno ma in qualche caso serve anche la presenza attiva e diretta dello stato”. 

Secondo il senatore dem, nel futuro industriale dell’Italia Stellantis non può che mantenere un ruolo da protagonista, ma non potrà essere l’unica: “Dobbiamo lavorare per portare altri produttori nel nostro paese creando le condizioni affinché le aziende che stanno pensando di arrivare in Europa prendano in considerazione l’Italia. Se siamo a questo livello di confronto è anche perché c’è un solo produttore ed è ora di andare oltre”. Eppure, se siamo arrivati fin qui, è anche per via delle scelte che hanno preso i governi precedenti, molti dei quali a trazione Pd. E’ vero, come ha detto il leader di Azione, che la sinistra ha ignorato per troppo tempo le azioni di Fca prima e Stellantis poi? “Trovo ingenerose le accuse che Carlo Calenda ha rivolto nei confronti del sindacato e della sinistra. C’è sempre stata grande attenzione, forse un rapporto travagliato con esiti alterni, ma mai disattenzione”. Con quali risultati? “La situazione in cui si trova oggi l’Italia non dipende solo dai governi di diverso colore politico che si sono susseguiti, alla base c’è innanzitutto una crisi complessiva di competitività del sistema paese, che negli anni ha perso molte posizioni. Vogliamo rimanere inerti di fronte a questa tendenza oppure difendere e rilanciare la vocazione industriale dell’Italia? E con quali politiche? Con quale ruolo dello stato? Queste sono le domande da porsi e non riguardano solo l’automotive ma tutto il nostro sistema produttivo”.

C'è però una domanda che riguarda la sostenibilità dei motori elettrici, al centro delle dichiarazioni di Tavares contro il governo. Ammettere che senza incentivi pubblici Mirafiori e Pomigliano rischiano di chiudere, significa ammettere che la produzione di auto elettriche non è sostenibile. Dobbiamo guardare anche ad altre tecnologie per una mobilità meno inquinante? "Non credo che l'auto elettrica sia l'unica e sola soluzione, però è di sicuro quella più matura dal punto di vista tecnologico. Pensare di rimanere ancorati ai motori endotermici quando tutto il resto del mondo sta investendo massiciamente nell'elettrico rischia di essere una battaglia contro i mulini a vento", conclude Misiani. 

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Oggi si occupa del coordinamento del Foglio.it.