Tra roma e bruxelles

Invece di lamentarcene, dovremmo apprezzare i negoziati sul Pnrr

Nicola Rossi

L'approccio attento alla valutazione e al controllo del Recovery è positivo. La critica è lecita, ma si deve capire il reale impatto delle modifiche e non dare per scontato l'utilizzo pieno dei fondi. "Mettersi alla stanga" richiede realismo e comprensione dell'effettiva situazione

Il Pnrr campeggia sulle prime pagine dei giornali da ormai tre anni o giù di lì, se ne parla nei bar e in treno, sotto l’ombrellone d’estate o sulle piste da sci d’inverno, in pizzeria la sera o sui social, ma la sensazione netta è che se ne parli così come per lustri si è parlato dei fondi europei destinati, per esempio, alle politiche di coesione. Sembra sfuggire ai più il fatto che l’architettura del Pnrr condivida con altre fonti europee di finanziamento la logica di fondo – risorse per investimenti contro riforme come strumento di crescita – pur se si tratta di una logica di fondo che ha fino a oggi dato luogo a risultati molto diversificati all’interno dell’Unione. Ma colloca quella stessa logica in un’architettura procedurale assai più puntuale e incisiva di quanto accaduto in passato.


E così questo o quel quotidiano ha lamentato gli estenuanti negoziati che hanno negli ultimi giorni portato allo sblocco della terza rata e avviato anche quello della quarta rata. E’ bene farsene una ragione: è questo il modo di essere del programma Next Generation Eu all’interno del quale si colloca il Pnrr. Un modo di essere fatto da un’interlocuzione continua fra gli organi della Commissione e i governi nazionali, da un controllo – finalmente! – puntuale sull’utilizzo dei fondi, da una valutazione attenta delle inevitabili ipotesi di ridefinizione dei programmi e di rimodulazione delle risorse a disposizione. Interlocuzioni, controlli, valutazioni particolarmente penetranti nel caso di un paese che ha ritenuto di raccogliere nel 2020 anche gli ultimi centesimi disponibili in sede europea. Tutte cose che dovremmo salutare con qualche soddisfazione visto che – la cosa forse a molti sfugge – si tratta in larghissima misura di soldi nostri. Per ottenere i quali ci siamo fatti forza della credibilità nell’Unione, ma pur sempre di risorse nostre si tratta o, per essere più precisi, dei nostri figli.

La leggerezza con cui si portò l’Italia ad accedere a tutti i fondi allora disponibili e la natura pressoché esclusivamente formale degli impegni assunti fino alla seconda metà del 2022 ha indotto molti a pensare che il Pnrr fosse – come si dice – una cena di gala. Non lo era e non lo è come è emerso immediatamente quando ci si è resi conto che agli impegni formali si sono succeduti quelli sostanziali e che al 30 giugno 2026 mancano mille giorni o poco più. 

Colpiscono le motivazioni che hanno portato molti a lamentarsi per la significativa revisione dei programmi di spesa del Pnrr recentemente definita nei dettagli. Si è andati dalla denuncia moraleggiante (come è possibile sottrarre risorse al dissesto idrogeologico nel momento in cui l’Italia è battuta dall’acqua e dal fuoco?), alla rivendicazione generica (come è possibile ridefinire programmi sui quali si era già cominciato a lavorare?). Si è addirittura lamentato che spostare questo o quel programma su “canali” diversi dal Pnrr possa metterne a rischio l’attuazione stante la minore cogenza di quei diversi “canali” (come se dovessimo ormai dare per scontato che tutto ciò che non porta l’etichetta Pnrr sia destinato inevitabilmente allo spreco).

Non mi risulta che qualcuno abbia – prove concrete alla mano – dimostrato in maniera inequivocabile che questo o quel programma espunto dal Pnrr possa essere pienamente realizzato e con assoluta certezza entro i mille giorni di cui sopra. E quel che è ancora più divertente è che si tratta in buona misura delle stesse persone che hanno più volte paventato, in passato e con orrore, la possibilità di un utilizzo solo parziale dei fondi. “Mettersi alla stanga” – come il presidente della Repubblica ci invita a fare – dovrebbe significare innanzitutto questo: comprendere come è fatto il carretto che dovremmo spingere o tirare e non pretendere che sia altro che quello che in realtà è.

Il che non azzera lo spazio della critica. Ad esempio, i risultati su cui si concentra la meticolosa e circostanziata attenzione della Commissione sono quelli che veramente dovrebbero interessare l’Italia o l’Europa? Il rispetto delle procedure può disinteressarsi della sostanza delle cose? E’ così automatica la relazione fra riforme purchessia e capacità di crescita di una economia? Ma, comprensibilmente, perché porsi in piena estate domande faticose?

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