(foto Ansa)

Né Quota 41 né flat tax: la Nadef di Giorgetti spiegata a Salvini

Valerio Valentini

L’ammissione del ministro dell'Economia: per la misura pensionistica e la tassa piatta non ci sono soldi fino al 2024. Il segretario della Lega lo sa?

La frase l’ha lasciata scivolare come un inciso secondario, un poco criptico. “Qualsiasi tipo di intervento di natura fiscale o di spesa di natura previdenziale deve essere coperta all’interno dello stesso settore d’intervento, altrimenti non rispetteremmo l’obiettivo dichiarato di mettere tutte le risorse disponibili sul caro energia”, ha detto il ministrro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante la conferenza stampa di presentazione della Nadef programmatica. Un messaggio rivolto a tutti i compagni di coalizione, e forse a uno in particolare. E cioè a quel Matteo Salvini che continua a insistere sul tasto della propaganda. Giorgetti gli ha insomma detto chiaramente che per Quota 41 e la flat tax, di risorse a bilancio non ce ne sono. E, se si vogliono trovare, vanno reperite riducendo altre  voci di spesa. “Tagliamo il Reddito di cittadinanza per riformare le pensioni”, dicono nella Lega. Ma è la stessa Nadef redatta da Giorgetti a spiegare che non sarà così facile.

 

Nel documento approvato dal Cdm venerdì, infatti, vengono riproposte tutte le preoccupazioni che già Daniele Franco, e con lui il governo Draghi, aveva inserito nella Nadef di settembre. “Negli anni successivi al 2022, e in particolare nel biennio 2023-2024, la spesa pensionistica risentirà maggiormente dell’indicizzazione ai prezzi delle prestazioni basata sul tasso di inflazione dell’anno precedente, rivista al rialzo in misura significativa rispetto al Def”, avvertiva Franco. E Giorgetti non si discosta da queste previsioni: anzi, le rinnova a tinte ancora più fosche. “Dal lato della spesa primaria, la previsione della spesa pensionistica è incrementata di circa 0,6 miliardi nel 2023 e di circa 7,1 miliardi nel 2024 rispetto allo scenario a legislazione vigente della Nadef di settembre”, scrive il ministro leghista. Dicendo, in sintesi, che Franco aveva semmai peccato di ottimismo, o quanto meno di scarso pessimismo: l’inflazione avrà infatti un impatto ancor più dirompente di quello immaginato due mesi fa, sull’aumento della spesa previdenziale dei prossimi due anni: “Da rilevare – si legge ancora nella Nadef meloniana – anche che per il 2023, una parte dell’accelerazione della spesa è legata alla perequazione delle pensioni e di altre prestazioni di natura sociale al tasso d’inflazione”.

 

In numeri, la situazione è questa. Rispetto ai 320,8 miliardi di spesa pensionistica per il 2023 previsti a settembre da Franco, ora Giorgetti già aumenta quella previsione di circa 600 milioni (321,4 miliardi). Per il 2024, anziché i 338,3 miliardi stimati da Franco, ci vorranno oltre 7 miliardi in più: Giorgetti fissa l’asticella a 345,4 miliardi. Il tutto, beninteso, a legislazione vigente. Qualsiasi intervento che vada verso la fatidica Quota 41 promessa da Salvini e chiesta dai sindacati, comporterebbe un aggravio più consistente, a fronte del quale sarebbe difficile ipotizzare compensazioni con il Rdc. Specie se si considera che, stando alle stime Inps in possesso della Lega, la ridefinizione del Rdc prospettata dal sottosegretario Claudio Durigon (un décalage progressivo che vede il bonus decurtato del 25 per cento dopo un anno e mezzo di fruizione e sei mesi di formazione, e del 50 per cento dopo un ulteriore anno di assegno e altri sei mesi di formazione) porterebbe a un risparmio di 1,2/1,5 miliardi all’anno nei primi due anni. E si tratta di un’opzione ancora tutta da definire che, in ogni caso, esponenti di Forza Italia ci descrivono come “troppo drastica”. Per questo, forse, nel Carroccio mettono le mani avanti, spiegando che una riforma strutturale delle pensioni sarà rinviata al 2024, e che invece per l’anno a venire, in legge di Bilancio, potrebbe essere avviata una forma surrogata di Quota 41: un prepensionamento concesso solo a chi ha 41 anni di contributi e almeno 61 anni d’età. In pratica un mix dell’attuale Quota 102 (che prevede almeno 64 annni di età) e dell’agognata Quota 41 (che prevede solo 41 anni di contribuzione). Ma i beneficiari potenziali sarebbero pochi. Non esattamente una rivoluzione.

 

Discorso analogo vale per l’altro totem propagandistico della destra. La flat tax, nelle sue cangianti e surreali declinazioni, dovrà attendere. E a dirlo, di nuovo, è Giorgetti. Che conferma le previsioni di Franco sulla  pressione fiscale per i prossimi due anni. Partendo dal 43,9 per cento del 2022, il governo Draghi stimava dal 2023 al 2025 “un calo medio di circa 0,5 punti di pil all’anno, fino a raggiungere il 42,5 per cento del pil a fine periodo”. Il governo Meloni fissa al 43,8 la pressione per il 2022, per poi ipotizzare dal 2023 al 2025 “un calo medio di circa 0,4 punti di pil all’anno, fino a raggiungere il 42,5 per cento del pil a fine periodo”. Vuol dire, dunque, che non sono previsti, né sul breve né sul medio periodo, interventi sostanziali sul fisco. A meno di non pensare, anche qui, a operazioni a saldi invariati: alzare alcune tasse per abbassarne altre. Ma a chi prendere i soldi per poter tagliare le tasse alle partite Iva fino a 100 mila euro di fatturato?

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.