MASSIMO VIEGI / LAPRESSE 

Il ritratto

In morte di Ennio Doris, che creò un impero finanziario partendo da una stalla 

Salvatore Merlo

Il fondatore di Mediolanum inventò il sistema con il quale Berlusconi finanziò la nascita della tv commerciale. E fece la fortuna del Cav. 

Ennio Doris l’aveva esposto in sala riunioni, a Milano 3. In una stanza non di rappresentanza, ma quasi privata, lì, all’ultimo piano, negli uffici di Banca Mediolanum. Impossibile non notarlo. Alto quasi un metro e settanta, il ritratto di Silvio Berlusconi era, anzi è, a grandezza naturale: gessato a righe, cravattone regimental, naso da bambola sul gran sorriso ribaldo. Eccolo il suo socio. Il suo amico. Di più: “l’uomo che ha cambiato il mio destino”, diceva Doris con quella modestia che sempre gli aderiva come una muta da sub. Perché Silvio aveva cambiato la vita a Ennio, sì, ma Ennio aveva fatto fare i miliardi a Silvio. Insomma anche lui gli aveva cambiato la vita al Cavaliere. Malgrado  Doris questo non lo dicesse mai. Per pudore, riconoscenza, per una semplicità d’animo singolare in un uomo diventato tanto ricco e tanto importante. Eppure era davvero così. Doris gli aveva costruito attorno una banca, a Berlusconi. Esattamente come nella pubblicità (“Mediolanum, una banca costruita attorno a te”). Una banca inventata negli anni Ottanta attorno alla Fininvest nascente e ancora fragilissima nei marosi del credito bancario e della ondivaga benevolenza politica. In un momento storico in cui Berlusconi era ancora considerato un outsider dal famoso e oggi estinto capitalismo di relazioni governato da Enrico Cuccia. Un estraneo.  E allora ecco come Ennio cambiò la vita di Silvio. Creò sin da subito una pompa di liquidità per un imprenditore che il sistema capitalistico italiano ha considerato un pirata praticamente fino agli anni Novanta. Fino all’altro ieri.

Berlusconi e Doris, dunque. Doris e Berlusconi. Era il 1981 quando si conobbero. Il futuro banchiere aveva quarantun anni e il Cavaliere quarantacinque. Diploma in ragioneria in tasca, Doris era un affermatissimo broker della Dival, gruppo Ras. Vendeva fondi d’investimento e già guadagnava cifre colossali, specie per un ragazzo nato poverissimo in una casa di due stanze a Tombolo, provincia di Padova, nel Veneto che fino agli anni Cinquanta era ancora  il sud del nord. Si mangiava pane nero come in una novella di Verga. Padre commerciante di bestiame e madre casalinga, la sorella  che aiutava i genitori cucendo camicie. E poi lui, Ennio. Che voleva di più. Nel 1981 aveva già conquistato l’agiatezza, ben oltre quello che era lecito aspettarsi da uno nato in una stalla. L’impiego in banca. Poi le assicurazioni. Ma non era  abbastanza. Così un giorno, mentre passeggiava con la moglie a Portofino, dopo un viaggio di lavoro a Genova, ecco che  vede Silvio Berlusconi seduto in un bar della piazzetta. Si avvicina a quell’imprenditore edile di cui aveva letto sui giornali. Come uno stalker. E gli offre un’idea. Utilizzare la sua rete di broker finanziari per piazzare gli immobili. Berlusconi invece di mandarlo al diavolo lo invita ad Arcore. E tutto comincia. 

A Berlusconi, costruttore di Brugherio, Milano 2 e Milano 3, serviva denaro liquido in abbondanza per finanziare la nascita delle sue televisioni. La Fininvest, il biscione, Canale 5. Il Cavaliere aveva interesse a vendere gli immobili il più rapidamente possibile. Doveva comprare diritti televisivi. Film dagli Stati Uniti. Cartoni animati dal Giappone. Telenovelas dal Brasile. E Doris, un pomeriggio ad Arcore, dopo quell’incontro fortuito a Portofino, gli illumina la strada. Gli mostra come fare. Gli rivela un sistema per avere liquidità velocemente: un istituto finanziario, una rete di broker capace di piazzare fondi e assicurazioni ma anche immobili alla clientela. Ed ecco l’embrione della banca Mediolanum. Diventarono soci al cinquanta per cento. Duecentocinquanta milioni di lire a testa. Quei milioni di lire sarebbero diventati miliardi. L’idea era buona. Altroché. 

Anni fa, Doris mi raccontò che poco dopo essersi stretti la mano con il Cavaliere accadde una specie di scena allegorica. Una cosa da film di Sorrentino. “Mi ero portato dietro un fascicolone di centinaia di fogli in cui si dimostravano tutti i soldi che facevo con la Dival vendendo fondi d’investimento. Volevo far capire a Berlusconi che tipo di rete avremmo potuto mettere in piedi. E sa che accadde? Accadde che tutti quei fogli che gli avevo portato vennero sollevati da una folata di vento e andarono a spargersi sul prato della villa di Arcore. Sembravano migliaia, erano come triplicati. Anzi, non erano più fogli di carta, erano già le migliaia di miliardi che avremmo guadagnato”. E così è stato. Martedì notte infatti, Ennio Doris, morendo a ottantun anni, ha lasciato dietro di sé uno dei più grandi gruppi bancari e assicurativi d’Italia e d’Europa. Agli eredi va  un patrimonio personale di quasi due miliardi di dollari. Creato dal nulla.

Martedì notte è scomparso il meno politico degli amici del Cavaliere, il meno esposto, quello anche meno inserito nelle meccaniche della corte di Arcore. Eppure il più imprenditore. Forse anche quello che gli era più simile nella fantasia e nella fame di vita. Homo berlusconianus ancora prima che questa categoria antropologica potesse essere persino immaginata. Doris era infatti un grandissimo venditore, come Berlusconi. E venditore era rimasto per tutta la vita. Orgogliosamente persino. Dal primo impiego in banca, fino alle assicurazioni, ai fondi d’investimento, fino all’intuizione di Mediolanum, l’invenzione del consulente “globale” e poi del family banker: “Pensai che si potessero offrire in una unica soluzione tutte le soluzioni di risparmio, come avveniva all’estero”. Venditore, dunque. E chissà se è per questo che sorrideva quasi sempre. Di un sorriso professionale, un’abitudine, un atteggiamento del volto venuto a farsi con il tempo tutt’uno con gli zigomi e la mascella. Un sorriso che si rivolgeva alle cose e alle persone come per propiziarsele. 

Un giorno gli chiesi che differenza ci fosse tra  un venditore e un imbonitore. “L’imbonitore non dura”, rispose. “L’imbonitore fonda tutto sull’empatia di un momento”. Quando nel 2008 fallì Lehman Brothers lui decise  di rimborsare i suoi clienti che avevano investito. E non lo fece con i soldi di banca Mediolanum, ma col suo portafoglio privato. Così, mentre le banche e la finanza si sporcavano, confermando tutti i più antichi pregiudizi di avidità sul mestiere, ecco che lui rifondeva undicimila clienti rimettendoci di tasca sua. Dimostrando affidabilità. Limpidezza. Coraggio. Moralità persino. Alla fine ci guadagnò. Un genio del marketing. Diceva che una sola persona sapeva vendere meglio di lui. Berlusconi. Ma Doris, come si è detto, era un abile modesto.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.