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editoriali

La lunga strada degli Eurobond

Redazione

Per ottenere il debito comune Ue, l’Italia non può fallire il Recovery plan

Gli eurobond? Oggi no, domani forse, ma dopodomani… La tentazione di usare Giorgio Gaber e chiudere qui il dibattito sul debito comune europeo è forte. Ma, nella conferenza stampa di ieri, Mario Draghi – senza nascondere le complessità del percorso – ha lasciato uno spiraglio aperto: “Lo so che la strada è lunga, ma dobbiamo cominciare a incamminarci. È un obiettivo di lungo periodo, ma è importante avere un impegno politico”. Col Next Generation Eu, in effetti, l’Europa ha fatto un enorme passo in avanti: per la prima volta gli stati del nord, tipicamente ostili all’idea di un debito comune, hanno avallato l’emissione di titoli da parte dell’Ue per finanziare spese di comune interesse. Naturalmente, si tratta di un intervento straordinario, a sostegno dei paesi maggiormente colpiti dal coronavirus. In principio, però, potrebbe trattarsi del primo tassello di un puzzle più complicato. Ed è qui che si inserisce il lavoro politico di Draghi e degli altri leader favorevoli, se intendono consolidare e rendere permanente il pacchetto appena introdotto.

L’unico modo per creare un consenso politico anche nei paesi più sospettosi è seguire alla lettera il precetto dell’ex presidente della Bce: parlare con gli atti, prima che con gli slogan. L’argomento più persuasivo che l’Italia possa portare a Bruxelles è dimostrare che le risorse europee vengono spese in modo efficiente: senza disperderle in mille rivoli, individuando investimenti pro crescita e impiegando interamente i fondi, anziché arrivare a fine periodo con la benzina ancora nel serbatoio a causa di lungaggini burocratiche e impicci politici. Quindi, chi vuole gli eurobond deve sollecitare una discussione più ampia sui contenuti del Pnrr e pretendere che l’esecutivo compili non solo una lista della spesa, ma anche un programma di riforme. La fiducia ha un costo: se vogliamo conquistare quella di chi ha comprensibili remore a costruire con noi un’unione più stretta, dobbiamo anzitutto mostrare che i dubbi sono figli del pregiudizio, e non dell’esperienza.

 

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