Perché c'è bisogno della “forza del capitalismo”. Lo spiega un libro di Reiner Zitelmann

Federico Morganti

Basterebbe guardare la storia e i numeri, e gli esempi dei paesi che sono più cresciuti. Ma è in atto un nuovo scontro culturale

E’sempre colpa del neoliberismo. Che si tratti di povertà, di crisi finanziarie, della cattiva gestione di una pandemia globale. O almeno, è quello che pensa la maggioranza degli intellettuali e una buona fetta della popolazione mondiale. Ben venga allora un libro come La forza del capitalismo (traduzione Guglielmo Piombini, IBL Libri, 2020) di Reiner Zitelmann – che alle doti di storico unisce quelle di imprenditore – per far piazza pulita di luoghi comuni e ricostruzioni storiche fallaci.

  

La prima domanda che gli rivolgiamo è un banale “perché”. Il libro restituisce in modo brillante i successi del capitalismo nel sollevare milioni di persone dalla povertà in luoghi che non avevano conosciuto altro che miseria e tirannia, come l’Africa o la Cina, o rimettere interi paesi in carreggiata come la Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Una narrativa che però non è mai riuscita a far breccia nella nostra cultura. Come mai? “In Illuminismo adesso Steven Pinker ha mostrato che le persone tendono a vedere il mondo in modo molto più cupo di quanto dovrebbero, accentuando gli aspetti negativi. I media giocano un ruolo importante nel plasmare le percezioni delle persone e ad attribuire al capitalismo ciò che c’è di negativo. E c’è di più: molte persone non hanno idea di quanto la vita fosse difficile prima del capitalismo. Si immaginano una vita idilliaca e pastorale. Al contrario, all’inizio dell’800 persino i paesi più ricchi presentavano dei tassi di povertà superiori ai paesi più poveri di oggi. In paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia, tra il 40 e il 50 per cento della popolazione viveva in condizioni che oggi consideriamo “povertà estrema”. Condizioni che oggi permangono solo nell’Africa sub-sahariana”.

 

Suggeriamo che i critici del capitalismo attribuiscono al mercato colpe che andrebbero ricercate nei governi, e soprattutto in cattive istituzioni (in Italia ne sappiamo qualcosa). “Esattamente. In uno dei capitoli del mio libro mi soffermo sulle origini e le ramificazioni della crisi finanziaria globale del 2008. Intellettuali, media e politici furono tutti concordi: fu una crisi del capitalismo, risultato di un’eccessiva deregolamentazione. Nel mio libro dimostro che è vero il contrario: la crisi fu il risultato di malaccorte scelte della banca centrale e della volontà del governo di incrementare i mutui per le cosiddette “minoranze”. Esempio ulteriore è l’ambiente: il problema del cambiamento climatico è risolvibile grazie al nucleare. Ma l’energia nucleare è boicottata se non bandita in moltissimi paesi, benché esista una nuova generazione di centrali nucleari del tutto sicure. Presto in Germania non ci sarà più neppure una centrale nucleare. Queste sono decisioni politiche, il capitalismo non c’entra”.

 

Una categoria che storicamente ha mostrato una costante ostilità nei confronti del capitalismo è quella degli intellettuali. Sembra che filosofi, insegnanti, scrittori, ricercatori e artisti non siano in grado di cogliere i benefici dell’economia di mercato. “A questo problema ho dedicato un intero capitolo, che molti hanno considerato il più importante del volume. Gli intellettuali ritengono che chi scrive libri molto letti e ha i più alti titoli accademici dovrebbe essere al vertice della società. Ma ci sono forme di apprendimento e di conoscenza di verse dalla conoscenza accademica, ovvero l’apprendimento e la conoscenza “implicita”. Per un imprenditore sono molte le cose che non si possono apprendere dai libri. Gli intellettuali non lo capiscono e sono infastiditi dal fatto che un imprenditore possa avere una casa e una macchina più costose. Dal punto di vista di un intellettuale è la prova che gli effetti del mercato sono “sbagliati”. In aggiunta, gli intellettuali tendono a preferire i sistemi sociali pianificati. Ma il capitalismo è il contrario, un sistema che è emerso spontaneamente, al pari di un qualsiasi essere vivente”.

 

Di questo tema si è occupato di recente lo storico Alan Kahan (La guerra degli intellettuali al capitalismo, tradotto in Italia ancora da IBL Libri), un autore molto citato da Zitelmann. Kahan ha suggerito che gli intellettuali possono giocare un ruolo “correzionale”, mostrando l’importanza di quei “valori” che il mercato, guidato dal profitto, tenderebbe a tralasciare. Zitelmann la vede diversamente: “Il capitalismo non ha bisogno di essere migliorato. Ogni volta che i politici – o peggio, intellettuali utopisti – hanno provato a migliorarlo, hanno ottenuto il contrario. Il capitalismo è il sistema più adattativo mai esistito, perfettamente in grado di migliorarsi da sé, se solo glielo lasciamo fare! Negli ultimi 100 anni non c’è un solo tentativo di realizzare un’utopia anticapitalista che non sia fallito. Non soltanto i sistemi comunisti, ma, come dimostro nel mio libro, anche i tentativi di realizzare il “socialismo democratico” in Svezia e in Gran Bretagna negli anni 70”.

 

Il semplice fatto che il libro di Zitelmann sia necessario denota che oggi lo scontro culturale tra i pro e gli anticapitalisti lo stiano vincendo i secondi. “Oggi il sentimento anticapitalista è più forte che mai. È un fenomeno che ha le sue radici nelle università. Negli anni 60 le teorie marxiste andavano di moda, e dalle università si propagarono nei media e nella politica. Per invertire il processo ci vuole pazienza. Occorre imparare dalle strategie della sinistra. Libri come il mio possono far circolare le idee, ma occorre tempo prima che queste attecchiscano. Il problema di oggi non è tanto l’anticapitalismo, quanto la la debolezza e pavidità della borghesia, che preferisce adattarsi opportunisticamente anziché offrire una vera resistenza all’anticapitalismo”.

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