Altro che Cig-Covid. Le giuste domande sugli aiuti alla produttività

Guglielmo Barone

Non c’è evidenza statistica che dimostri una frode delle imprese nell’uso della cassa integrazione. Si guardino i dati

E’ di questi giorni la notizia che una parte rilevante degli imprenditori italiani avrebbe utilizzato la cassa integrazione guadagni collegata all’emergenza Covid-19 (Cig-Covid) al fine di abbassare il costo del lavoro; il problema sarebbe che le stesse imprese, al contempo, avrebbero richiamato gli stessi dipendenti per farli lavorare in nero. Ne conseguirebbe un chiaro nocumento per il rispetto della legge, per la tutela dei lavoratori e per il bilancio dello stato. Si sono espressi in tal senso, per esempio, Gad Lerner su Twitter il 1° agosto e Piero Ignazi su Repubblica del 3 agosto.

     

E’ doveroso precisare che se alcuni, deprecabili, casi di nero si sono verificati, è bene che siano prontamente perseguiti dalle autorità competenti. Ciò detto, questi casi non fanno una statistica sufficientemente robusta da costruirci sopra un’accusa. Infatti, questa prende le mosse da un report Inps-Bankitalia e da un’audizione parlamentare dell’Upb (Ufficio parlamentare di bilancio), entrambi datati 28 luglio. Il tema della riassunzione in nero è messo in bocca a questi documenti e, da qui, il passaggio è breve: tra i ranghi dell’imprenditoria italiana, che dovrebbe costituire l’ossatura della classe dirigente del paese, manca il necessario spirito civico. Il sottotesto è: i problemi dell’economia albergano dal lato del capitale e non da quello, vituperato, del lavoro. Ecco: poche pennellate e il Novecento è servito.


     Osservare ex post che un’impresa fa uso della Cig-Covid e, al contempo, accresce il fatturato non dice nulla su cosa sarebbe accaduto se non avesse utilizzato la cassa integrazione. Magari in assenza di questo sostegno pubblico, l’impresa avrebbe sospeso la produzione e allora sì che il fatturato sarebbe crollato


E tuttavia le cose non stanno così. I due documenti dicono una cosa molto diversa dalla lettura che ne è stata data. Affermano che parte delle imprese che hanno beneficiato della Cig-Covid ha anche ottenuto incrementi di fatturato e/o di produzione (per i pignoli: il report Inps-Bankitalia, basato su dati aggregati per settori, dice qualcosa di meno forte, a causa della nota legge statistica trilussiana per cui dalla media settoriale non si può dedurre nulla sul comportamento delle singole imprese). I report fissano dunque un punto che nulla ha a che fare col fatto che le aziende abbiano utilizzato in nero i dipendenti. Torniamo ai fatti allora. E’ lecito che oltre un quarto delle ore di Cig-Covid sia stato utilizzato da imprese che non hanno subìto alcuna riduzione di fatturato nel primo semestre 2020? Se la legge lo permetteva, sì. Punto. Ma il sottinteso della critica è diverso e più generale: quelle imprese non avrebbero avuto bisogno della Cig-Covid visto che l’attività era in crescita. Ci sarebbe stata quindi una sottrazione indebita di risorse pubbliche e uno sfruttamento dei dipendenti.

          

Questo ragionamento soffre di un cortocircuito logico. Osservare ex post che un’impresa fa uso della Cig-Covid e, al contempo, accresce il fatturato non dice nulla su cosa sarebbe accaduto se non avesse utilizzato la cassa integrazione. Magari in assenza di questo sostegno pubblico, l’impresa avrebbe sospeso la produzione e allora sì che il fatturato sarebbe crollato. Quindi – proseguendo nel ragionamento ipotetico – l’aumento del fatturato potrebbe essere stato possibile proprio grazie alla misura di sostegno sul costo del lavoro (e, non dimentichiamolo, di sostegno al reddito del lavoratore). La conclusione sarebbe quindi addirittura opposta: la Cig-Covid avrebbe favorito la perfomance dell’impresa. Lo spettro delle possibilità non si esaurisce peraltro qui: quell’aumento di fatturato potrebbe anche derivare da un aumento inatteso della domanda rivolta a quell’impresa. Come si vede, il quadro è ben più sfaccettato rispetto al semplice schema capitale-lavoro e connessi giudizi di valore. In realtà, è intellettualmente onesto riconoscere che non osserviamo mai il cosiddetto controfattuale (cosa sarebbe accaduto senza la Cig-Covid) e, pertanto, un’analisi equilibrata deve limitarsi a illustrare fedelmente cosa i dati dicono e – cosa almeno altrettanto importante – cosa non possono invece dire. Senza fughe ideologiche in avanti.

           

Riassumendo: non c’è alcuna evidenza statisticamente robusta che affermi che le imprese abbiano frodato. E’ vero invece che alcune di loro hanno usufruito di questa misura e sono anche andate bene pur nelle acque agitate della forte contrazione economica attuale. Grazie o indipendentemente dalla Cig-Covid, non lo sappiamo. Accontentiamoci. Piuttosto, portando il dibattito nel nostro secolo, ci sono due punti che i report citati suggeriscono. Il primo, già osservato da alcuni osservatori, è che parte rilevante del sostegno alla produttività in una moderna economia nasce dalla riallocazione del lavoro dalle imprese peggiori a quelle migliori. Il problema di policy è oggi quindi quello di scongelare il mercato del lavoro nei modi e tempi corretti per accompagnare lo choc strutturale dal lato dell’offerta. Il secondo punto è che la politica economica deve adottare una logica sempre più di tipo microeconomico, attenta cioè alle effettive condizioni della singola impresa, rispetto a un approccio più tradizionale per settore, dimensione, localizzazione geografica etc. Lo choc del Covid-19 non ha colpito in modo uniforme tutte le imprese e, pertanto, la risposta di policy non dovrebbe essere quella degli aiuti a pioggia. Era comprensibile durante la tempesta di marzo, non oggi. I benefici delle politiche economiche selettive, ritagliate cioè per quanto possibile sul singolo agente economico, sono tanto più importanti quanto più le risorse sono scarse: è proprio il caso dell’Italia odierna. Affrontare questa sfida, inoltre, è oggi possibile grazie alla grande quantità di dati disponibili e allo sviluppo di tecniche di intelligenza artificiale che hanno mostrato performance molto soddisfacenti nel predire ex ante – restando al nostro esempio – quali imprese sono in difficoltà o meno in un dato contesto congiunturale. E’ di questo che occorre dibattere, non di questioni di retroguardia.

* Guglielmo Barone è docente di Economia politica all'Università di Padova

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