Frustate all'economia

Massimiliano Atelli e Giacinto della Cananea

Non c’è aiuto alle imprese senza una svolta sull’uso delle risorse europee. Una guida per farcela

Da molti anni i professionisti e gli imprenditori italiani competono, seppure non ad armi pari, con i concorrenti, all’interno del mercato unico europeo. La competizione è impari, per via dei livelli impositivi e della complessità degli adempimenti imposti ai contribuenti nel nostro Paese. Pesa, inoltre, un’amministrazione pubblica troppo spesso inefficiente e che ha ridotto i propri investimenti nelle infrastrutture materiali (per la banda ultralarga e i trasporti) e immateriali (formazione del capitale umano e ricerca). Assume perciò un significato particolare l’impegno della classe politica a migliorare la capacità di spendere presto e bene quei finanziamenti: il premier ha promesso che “non sprecheremo nemmeno un euro per il rilancio” (Il Sole 24 Ore, 14 giugno); il ministro dell’economia ha ribadito l’impegno alla “semplificazione della macchina amministrativa” (Corriere della Sera, 4 giugno). Come si può far sì che questa “storica” occasione per ammodernare il Paese e proiettarlo nel futuro non vada perduta? Numerose indicazioni operative sono state già fornite dai tecnici che, negli ultimi mesi, hanno elaborato analisi e studi. Quelle indicazioni sono in larga parte condivisibili e meritevoli di essere realizzate in tempi brevi. Possono tuttavia incontrare ostacoli, a cominciare dal contesto giuridico e istituzionale. Essi riguardano i fini dell’azione pubblica, gli strumenti e i controlli.

 

Prendendo le mosse dal concetto – ovvio ovunque, ma non in Italia, almeno fino a pochi anni fa – che lo Stato è chiamato sia a effettuare in prima persona significativi investimenti nelle infrastrutture, sia a incentivare gli investimenti privati, la questione del quid agendum non è riducibile alla semplice alternativa tra le spese in conto capitale e quelle correnti. L’esempio migliore riguarda la sanità, per la quale dovremo spendere nel modo migliore le risorse disponibili. Per farlo, bisogna tornare a definire obiettivi sostanziali, correlati alla qualità dei beni e dei servizi da rendere, per soddisfare gli interessi della società. Bisogna, inoltre, intervenire senza indugio sugli strumenti necessari per ottenere tali obiettivi: rimuovendo gli oneri documentali ingiustificati che la burocrazia impone ai cittadini e alle imprese, snellendo le prescrizioni troppo dettagliate che irrigidiscono l’azione dei pubblici uffici, a cominciare da quelle sugli appalti pubblici. Infine, è indispensabile un cambiamento – culturale, prima ancora che legislativo – riguardante i controlli. Finora, questi sono stati rivolti a sapere, e a far sapere al Parlamento e ai consigli regionali (e, per loro tramite, ai cittadini) che uso effettivo si è fatto dei fondi disponibili, tanto più se provenienti dall’UE.

 

Questa finalità era e resta importante, ma non basta dire che le risorse pubbliche sono state spese male (per scopi diversi da quelli stabiliti, oppure perché non hanno dato i risultati attesi), nella speranza di stimolare i famosi “processi autocorrettivi” della pubblica amministrazione. E’ necessario, invece, non solo che questi controlli entrino incisivamente nel merito su cosa nei singoli casi non ha funzionato (è mancata un’idea o un progetto degni di questo nome, o la capacità realizzativa oppure tutte queste cose insieme?), ma, soprattutto, che la legge ancori saldamente le valutazioni (e quindi la parte variabile della retribuzione) della dirigenza pubblica protagonista di ciascuna di queste attività al verdetto finale del controllo successivo sulla gestione (da sviluppare, sempre, in contraddittorio). Si impegneranno le forze politiche e sociali, lungo queste linee, per rimettere gli apparati pubblici in sintonia con le esigenze del paese, prima ancora che con le richieste dei partner europei? E’ l’unico modo per rimuovere gli ostacoli da cui l’Italia è rallentata, per cogliere l’occasione storica che si delinea, per scongiurare lo scenario di un nuovo declino, dopo quello che seguì i fasti del Rinascimento, soprattutto nel Settecento, prima che iniziasse il percorso volto alla riunificazione e alla rifondazione del nostro Paese.