(foto LaPresse)

Le condizionalità dell'Europa sono già nel contratto di governo

Veronica De Romanis

Il contenuto delle indicazioni di Bruxelles è simile a quello che il governo ha promesso quando è nato. Ora una svolta vera

Le condizionalità che l’Europa chiede di rispettare in cambio di risorse per la fase di emergenza e la fase di ricostruzione sono invise a molti esponenti della maggioranza perché considerate un’indebita intromissione nella politica economica nazionale. E, così, ogni apertura da parte di un rappresentante del governo verso gli strumenti europei messi in campo nelle ultime settimane viene accompagnata dalla precisazione “va bene, ma nessuna condizione”. L’ultima dichiarazione in questo senso è arrivata dal Viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri. “L’Italia è pronta a prendere i soldi del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes)” ha spiegato “ma solo se sono senza vincoli”.

 

Insomma, le condizioni legate all’attivazione delle misure finanziarie europee proprio non piacciono. Eppure, il contenuto delle indicazioni che arrivano da Bruxelles non è dissimile da quello che il governo ha scritto nero su bianco nel documento stilato al momento della sua formazione. Nel mese di settembre dello scorso anno, tutte le forze della maggioranza si sono impegnate a realizzare ventinove punti programmatici allo scopo di traghettare il Paese verso “una solida prospettiva di crescita e sviluppo sostenibile, senza mettere a rischio l’equilibrio di finanza pubblica”.

    

Molti dei suddetti punti sono in linea con le raccomandazioni che l’Europa ci invia da anni. La loro concretizzazione, tuttavia, richiede una maggioranza stabile e coesa. Questo spiega perché, a circa sette mesi dalla redazione del documento, il governo stia mettendo in atto ben poco di ciò che si era impegnato a fare. In diversi casi, l’azione di politica economica va, persino, nella direzione opposta di quella delle promesse fatte. Vediamo alcuni esempi riprendendo i punti del programma.

  

Punti 1,5 e 6: “Il sostegno alle famiglie è prioritario”. In particolare, “occorre intervenire a favore delle famiglie numerose”. E “a favore delle nuove generazioni”. Mai come in questo momento sarebbe necessario rispettare alla lettera questo impegno. I dati rivelano che i veri penalizzati della crisi del coronavirus sono proprio le famiglie con figli e i giovani. Secondo le stime della Banca d’Italia, nel primo trimestre dell’anno in corso, l’indice Gini – che misura la variazione della disuguaglianza – del reddito da lavoro dei nuclei con un capofamiglia in età lavorativa è aumentato del 37 per cento. Mentre, l’indice relativo ai nuclei con a capo un pensionato è rimasto sostanzialmente stabile. La situazione è resa ancor più drammatica dalla perdita del lavoro che ha caratterizzato numerosi nuclei composti dagli under 50. I dati Istat relativi al mese di aprile mostrano che rispetto allo scorso anno, gli occupati al netto della componente demografica sono diminuiti del 4,4 per cento nella fascia dei 16-34enni e dell’1,6 per cento in quella dei 35-49enni, mentre non c’è stata nessuna variazione significativa tra i 50-64enni. Nonostante queste evidenze, il governo continua a privilegiare la spesa previdenziale a scapito della spesa per le politiche sociali, spendendo il 16,3 per cento contro il 5,3 per cento. Per fare un esempio, solo Quota 100 – che manda in pensione prevalentemente uomini 62enni che hanno lavorato nella pubblica amministrazione – costerà circa 63 miliardi di euro entro il 2035 (stime della Ragioneria Generale dello Stato). A conti fatti, le risorse – che non va dimenticato sono finanziate a debito, quindi a carico delle future generazioni – vengono destinate in via prioritaria verso gli anziani invece che verso i giovani e le famiglie, esattamente all’opposto di ciò che l’esecutivo aveva promesso. Anche con il Reddito di Cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, le risorse non arrivano lì dove più servono. A segnalarlo è stata la Corte dei Conti che nel Rapporto 2020 sul Coordinamento della finanza pubblica ha evidenziato come il sussidio sia andato a vantaggio dei nuclei piccoli (la numerosità media è di 2,5) che ottengono un assegno mensile di 392 euro contro i 625 euro di una famiglia con cinque componenti.

  

Punto 1: “E’ prioritario incrementare la dotazione delle risorse per la scuola”. Effettivamente, la scuola è uno dei comparti che più necessita di interventi urgenti. La scuola on-line ha funzionato per molti ma non per tutti. In particolare, non ha funzionato per chi ne avrebbe maggiormente bisogno ossia i ragazzi delle famiglie più disagiate. Basti pensare che durante il periodo di lockdown, circa un milione e 800 mila studenti non sono riusciti a seguire le lezioni on-line perché, come ha precisato il Governatore della Banca d’Italia Visco nella sua Relazione del 30 maggio scorso, un quarto delle famiglie non ha l’accesso a internet. Come è noto, è con la scuola che si riducono le disuguaglianze e si mette in atto una crescita “equa e sostenibile”, obbiettivo del governo. Rafforzare gli investimenti sull’educazione è, difatti, una delle raccomandazioni della Commissione. Ciò riguarda non solo le infrastrutture materiali e digitali ma anche la qualità dell’insegnamento. Anche in questo ambito, l’azione di governo sta andando nella direzione opposta. Alla scuola è stato destinato 1 miliardo e mezzo di euro: per avere un ordine di grandezza si tratta di circa la metà di ciò che ha ottenuto l’Alitalia. Ma non solo. A tutt’oggi manca un piano serio e credibile per la sua riapertura. Il governo ha misurato tutto: dalla distanza degli ombrelloni nelle spiagge a quella dei consumatori del cappuccino al bancone dei bar. Sulla distanza dei banchi degli studenti nelle aule scolastiche, invece, ancora nulla è stato stabilito. Circolano solo proposte deliranti – poi smentite – come il ricorso al plexiglas sebbene settembre sia alle porte

 

Punto 4: “Occorre sostenere l’occupazione femminile”. Anche su questo tema l’Europa raccomanda da anni all’Italia di incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro considerando che il tasso di occupazione italiano è quattordici punti inferiore a quello dell’area dell’euro. In questo ambito, però, si sta facendo ben poco. Eppure, le donne stanno pagando un costo elevatissimo visto che rappresentano l’85 per cento della forza lavoro di settori come il turismo e i servizi fortemente colpiti dalla crisi. Ad oggi, la risposta del governo è stata “più bonus baby-sitter e più congedi parentali”: da chi – come il Conte due – ha posto in cima alla sua agenda l’occupazione femminile ci si sarebbe aspettato qualcosa di più coraggioso e strutturato. Queste misure una tantum rischiano, peraltro, di sortire l’effetto opposto ossia l’uscita delle donne dal mercato del lavoro.

 

Punto 17: “si procederà a una revisione delle tax expenditures”. La lotta alle deduzioni e detrazioni è comune a molti governi. Come documentato dalla Corte dei Conti, le spese fiscali ammontano a 62 miliardi: una giungla di voci – oltre 500 – di cui solo 13 hanno un costo superiore al miliardo (in larga parte sono norme agevolative dell’Irpef pari a un valore complessivo di circa 42 miliardi); il 65 per cento dei provvedimenti ha un costo inferiore ai 10 milioni. Riordinare e razionalizzare un sistema cosi inefficiente e complesso consentirebbe, non solo di risparmiare in termini di spesa pubblica, ma anche di trasformare il fisco rendendolo più equo e trasparente come da anni ci chiede la Commissione europea nelle sue Raccomandazioni. Solitamente, i politici fanno grandi annunci durante la campagna elettorale ma, poi, una volta eletti realizzano poco visto che eliminare questi privilegi comporterebbe un costo assai elevato in termini di perdita di consensi. Solo per fare un esempio, il Movimento 5 stelle aveva assicurato tagli per 40 (quaranta) miliardi. Nonostante queste promesse, le tax expenditures non sono state tagliate. Anzi, sono state aumentate. Il governo ha aggiunto alla lunga lista degli sconti fiscali altre 19 voci pari a un ammontare di circa 12 miliardi.

 

In questi giorni, il governo ha organizzato gli Stati Generali. L’obiettivo è quello di predisporre il piano da mandare a Bruxelles per ottenere i finanziamenti del Recovery fund. In realtà, un piano già approvato dalle forze di maggioranza già c’è: quello dei 29 punti. Non è chiaro in che misura il nuovo piano sarà diverso. Ciò che manca è la volontà politica di metterlo in atto. Un governo che si prende il lusso di perdere tempo prezioso per organizzare l’ennesimo evento come gli Stati Generali – dall’esito incerto che rischia di diventare solo una vetrina mediatica per chi lo ha ideato – non lascia ben sperare.

 

Il governo privilegia la spesa previdenziale invece della spesa per le politiche sociali, spendendo il 16,3 per cento contro il 5,3. Vale per quota 100 ma anche per il reddito di cittadinanza, andato a vantaggio dei nuclei piccoli che ottengono un assegno mensile di 392 euro contro i 625 euro di una famiglia con 5 componenti