Viva il piano Colao

Stefano Cingolani

Sostegni alle imprese, capitalizzazioni, deroghe e modello Genova 2.0. Un buon piano per tentare le riforme bipartisan

Roma. Centoventi pagine di proposte ad ampio raggio per il rilancio dell’Italia. La commissione presieduta da Vittorio Colao ha messo nero su bianco i risultati del suo lavoro e li ha consegnati a Giuseppe Conte prima degli stati generali dell’Economia. Sono sei blocchi di interventi: imprese e lavoro; infrastrutture e ambiente; turismo, arte e cultura; individui e famiglie; istruzione ricerca e competenze; pubblica amministrazione. Con perfetta scuola McKinsey vengono specificati gli interventi da fare subito e chi paga. Per lo più sono soldi pubblici; la commissione non azzarda stime, eppure solo le cifre danno concretezza alle parole. Ci sono molte procedure da semplificare, alcune cose sono immediate e a costo zero, altre richiedono tempo e denaro. Chi ha una certa età ricorda il Progetto 80 di Giorgio Ruffolo fiore all’occhiello del primo centrosinistra (un vero piano quinquennale 1971-75). Aveva dietro una maggioranza di governo basata sull’alleanza tra Dc e Psi, e divenne “il libro dei sogni” per antonomasia. Vedremo la sorte del progetto 2020.

 

La raccomandazione numero uno è gratis e da realizzare con la massima urgenza: “Escludere il contagio Covid-19 dalla responsabilità penale del datore di lavoro per le imprese non sanitarie”. Che ne pensa la brigata antindustriale che si agita nel M5s? A costo zero e di impatto immediato lo smart working, adattando la normativa e introducendo nuove tutele. Non è il nuovo contratto chiesto da Maurizio Landini, ma un passo avanti. Della stessa categoria “no funding e attuare subito” è il rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza o l’emersione del lavoro nero su base volontaria (capitolo 6) con un mix di premi e sanzioni innovative. Costa la riqualificazione di disoccupati e cassintegrati (capitolo14) che con il procedere della recessione diventa fondamentale. E costano anche le compensazioni fiscali e il rinvio dei pagamenti d’imposte (capitolo 2). La prima rata di acconto delle imposte sui redditi andrebbe differita a novembre, mentre vanno prorogati tutti gli adempimenti fiscali finché non verrà introdotta la nuova normativa. Attendiamo la critica della destra che vorrebbe una moratoria fiscale per il 2020. Richiede esborsi statali l’estensione del decreto “Liquidità” al factoring pro soluto e al reverse factoring. L’accesso al decreto “Liquidità” anche per le imprese in crisi così come rinegoziare i contratti di affitto sono richieste venute da industriali e commercianti; si può fare subito, occorrono nuovi stanziamenti. Nemmeno gli incentivi agli aumenti di capitale sono gratis, e per di più sono ancora “da finalizzare”, anche se rappresentano un passaggio chiave per la ripresa. E’ possibile semplificare dall’oggi al domani le procedure per le società quotate che hanno accesso al mercato; sono una minoranza, anche se importanti. Riallocare il risparmio verso le piccole e medie aziende non quotate (capitolo 4) non richiede tempo, ma denaro.

  

Un corposo pacchetto è dedicato all’innovazione tecnologica (dal sostegno alle startup, al passaggio a pagamenti elettronici), a favorire filiere, aggregazioni tra imprese e piattaforme che richiedono tempi più lunghi e fondi sia pubblici sia privati. Il governo dovrebbe incentivare il rimpatrio di produzioni strategiche e ad alta tecnologia. Strategico è l’obiettivo chiave usato per quasi tutte le infrastrutture più importanti (dalle telecomunicazioni ai trasporti) le quali andrebbero regolate con un “regime ad hoc” “attraverso una unità di presidio presso la Presidenza del Consiglio responsabile della rapida esecuzione degli investimenti previsti”. Una centralizzazione spinta ben oltre il “modello Genova”. Il codice degli appalti va semplificato applicando alle infrastrutture strategiche le direttive europee. Questo ci porta a un’altra spinosissima questione: le concessioni. La commissione propone di “negoziare un’estensione delle concessioni equilibrata e condizionata ad un piano di investimenti espliciti e vincolanti (ad es., nei settori autostrade, gas, geotermico e idroelettrico), coerenti con le macro-direttive del Green Deal europeo”. Basterà ai Cinque stelle? Tutto da “strutturare” il piano fibra nazionale con un’unica rete in fibra ottica per tutte le aree oggi non coperte. Qui nemmeno Colao ha fatto passi avanti. C’è una scelta chiara per lo sviluppo delle reti 5G: “Adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio, per accelerare lo sviluppo delle reti 5G. Escludere opponibilità locale se protocolli nazionali sono rispettati”. I “No5G” di destra e di sinistra sono già sul piede di guerra. Ambiente, porti, edilizia abitativa, tutto da “finalizzare” o “strutturare”. Per il turismo c’è tra l’altro “un presidio governativo” oltre a incentivi per il consolidamento del settore riducendo la frammentazione. L’istruzione fa perno sulla riqualificazione, i poli scientifici, sostegni alla ricerca, il “diritto alle competenze” (incentivi per iscriversi all’università), una lunga serie di interventi che richiedono tempi lunghi e più stanziamenti dello stato. Per individui e famiglie, al primo posto “il welfare di prossimità”, poi il supporto psicologico alle famiglie, la cittadinanza attiva, politiche del lavoro e interventi per i disabili, la lotta agli stereotipi di genere, l’aumento dell’occupazione femminile. E c’è il recupero di servizi territoriali socio-sanitari. Nulla sulla questione spinosissima del sistema sanitario: gli ospedali non sono tra le infrastrutture di interesse strategico.