Alitalia nazionalizzata e monopolista, è davvero questo il piano?

Andrea Giuricin

Oltre ai 3 miliardi, per il rilancio si punta a limitare la concorrenza. Gli italiani pagheranno da contribuenti e da consumatori

Le decisioni del governo sul trasporto aereo mettono in dubbio che in futuro si possa tornare a volare come negli scorsi anni. Non sono tanto il futuro di Alitalia e “l’investimento” di 3 miliardi e 350 milioni di euro per nazionalizzare il vettore a metterlo in dubbio, quanto le leggi del decreto “Rilancio” e del decreto “Semplificazione”, che di fatto limitano la concorrenza nel settore.

 

Bisogna premettere che grazie alla liberalizzazione il numero di passeggeri italiani è passato da 53 milioni nel 1997 a 161 milioni del 2019. Un mercato in cui il numero di passeggeri trasportati da e per l’Italia da Alitalia è pari a circa 10 milioni sui quasi 130 milioni di traffico internazionale. Alitalia è inoltre una compagnia che ha meno del 2 per cento del mercato europeo e il governo vorrebbe farla competere da sola sul mercato aereo. Avere una visione stand alone non è certo fattibile per un operatore che di fatto è molto piccolo e molto debole.

 

Secondo il governo dovremmo seguire l’esempio di Tap Air (Transportes Aéreos Portugueses), compagnia portoghese rinazionalizzata pochi anni fa, che nel 2019 ha avuto 126 milioni di euro di perdite prima delle imposte. Alitalia, dopo aver perso il treno (non quello di Ferrovie dello stato) per entrare a fare parte di qualche grande gruppo europeo, forse unica speranza per continuare a operare, si ritrova ora pretendenti non certo forti alla sua corte. Bisogna inoltre sottolineare che proprio la settimana scorsa Alitalia è uscita dalla joint venture che aveva nel mercato nord-atlantico con Delta e AirFrance-Klm. Si trova così sempre più isolata in un mercato aereo sempre più duro e competitivo.

 

Le offerte di Efromovich o di altre cordate di cui si sente parlare non sembrano avere molta speranza di successo, dato che la strategia è quella di andare verso la nazionalizzazione. Una cosa non certo lineare da parte del governo è stata la gara per manifestare l’interesse per acquistare le attività aziendali di Alitalia il 5 marzo, in piena emergenza Covid19, visto che solo pochi giorni dopo il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli ha annunciato la nazionalizzazione di Alitalia.

 

A parte i 3 miliardi e 350 milioni, quali sono i problemi dei diversi decreti? Il comma che permette solo ad Alitalia fare un contratto per i servizi essenziali (principalmente Sardegna e isole minori della Sicilia) direttamente con lo stato, in monopolio, mostra bene la direzione che si vuole imprimere al mercato. Oltretutto, la definizione di servizio essenziale potrebbe espandersi in futuro su altre rotte, mettendo Alitalia in una posizione di monopolio sul mercato domestico. E ricordiamo questo significherà avere prezzi più elevati dei biglietti aerei.

 

Altra norma è quella che impone un contratto unico di lavoro (quello di fatto di Alitalia) a tutto il settore aereo, quando tutte le compagnie che operano in Italia hanno già contratti italiani. Un’ulteriore norma è quella che vieta di fatto gli accordi tra aeroporti e compagnie aeree volti a prevedere la corresponsione di incentivi a fronte del raggiungimento di determinati obiettivi di sviluppo di traffico e rotte, in linea con le politiche commerciali pubblicate dagli stessi gestori aeroportuali. In questo caso si distrugge quella contrattazione tra le parti che ha portato il mercato aereo italiano a triplicare il numero di passeggeri dal 1997 al 2019.

Tutte queste norme sembrano voler distruggere il mercato aereo per cercare di salvare Alitalia. E’ davvero questo l’obiettivo del governo?

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