Pandemia o no, il cibo non è mai mancato. E' la globalizzazione, bellezza

Claudio Cerasa

Nei mesi del lockdown, in Europa più che in America, la rete alimentare globalizzata ha superato un test molto severo: nessuno ha mai dovuto fare i conti con problemi di approvvigionamento e ogni giorno gli scaffali dei supermercati svuotati sono stati sempre riforniti. Un miracolo non casuale

L’apertura dei mercati che coincide con la salvaguardia del nostro benessere. La politica protezionistica che coincide con l’impoverimento di un paese. La capacità di un’industria di essere competitiva nel mondo che coincide con la capacità di un sistema industriale di resistere anche alle crisi economiche. Le pulsioni autarchiche che coincidono con la vocazione di un paese a rincorrere istinti suicidi. Prima ancora di dedicare un lungo e apocalittico approfondimento al tema della irreversibile crisi della globalizzazione, l’Economist aveva offerto ai suoi lettori un tema di riflessione interessante, e molto meno apocalittico, relativo a un piccolo ma reale miracolo andato in scena in questa stagione di pandemia. A volerla sintetizzare in maniera brutale, la questione è questa: nei mesi del lockdown, in Europa più che in America, la rete alimentare globalizzata ha superato un test molto severo, la sua organizzazione ha permesso ai cittadini, soprattutto a quelli dell’Europa, di non dover mai fare i conti con problemi di approvvigionamento e ogni giorno gli scaffali dei supermercati svuotati sono stati regolarmente riforniti.

 

Questo miracolo capitalista, ha scritto l’Economist, non è solo un miracolo casuale ma è frutto di una catena di ap-provvigionamento globale, del valore di otto miliardi di dollari, che produce circa il 10 per cento del pil mondiale e che impiega nel mondo circa 1,5 miliardi di persone, che si è adattata velocemente a una nuova realtà e che ha permesso a milioni di aziende in condizioni tutt’altro che semplici di prendere decisioni efficienti alla velocità della luce (il capitalismo è diabolico e sfrenato ma dal 1970 a oggi la globalizzazione ha permesso di portare il numero di persone con poco cibo a disposizione dal 36 per cento all’11 per cento della popolazione mondiale). E tutto questo, dice l’Economist – notando come in questi giorni di pandemia la capacità di vendita di alimentari di Amazon sia aumentata del 60 per cento e come giganti della distribuzione come Walmart abbiano assunto proprio in queste settimane 150.000 persone – lo si deve anche al fatto che il numero di politiche protezioniste in giro per il mondo, rispetto alla crisi del 2007 e del 2008, è passata dal 19 per cento delle esportazioni alimentari totali al 5 per cento di oggi (il modello kilometro zero di Slow food va bene per i ricchi ma investendo su quel modello molti poveri morirebbero di fame).

 

L’idea che l’apertura dei mercati coincida con la salvaguardia del nostro benessere è un’idea che si può dedurre studiando quello che è successo in questi mesi sulle nostre tavole ma è anche un’idea che per quanto riguarda l’Italia si può dedurre spiegando bene qual è in questo ambito la catena del valore. Nel 2019, il valore delle esportazioni italiane del settore agricolo e dell’industria alimentare è stato complessivamente di 44,6 miliardi di euro, di cui 6,8 miliardi di euro per i prodotti agricoli (15 per cento) e 37,8 miliardi di euro per i prodotti dell’industria alimentare (85 per cento). Le esportazioni verso i paesi extra Ue, in tutto, valgono 16,3 miliardi di euro, pari al 37 per cento del totale: il 91 per cento del valore (14,9 miliardi di euro) si riferisce ai prodotti dell’industria alimentare, il restante 9 per cento (1,4 miliardi di euro) ai prodotti agricoli. Il paese extra Ue principale acquirente dei prodotti agricoli italiani è la Svizzera (326 milioni, pari al 23,1 per cento del totale), seguita da Emirati Arabi Uniti (104, 7,3 per cento) e Stati Uniti (101, 7,2 per cento). Bene. Questo per quanto riguarda il pregresso. Ma perché, si starà chiedendo il lettore più attento, si può dire che una buona globalizzazione, fatta di frontiere aperte, regole intelligenti, concorrenza sensata, è stata in questi mesi amica del nostro benessere? Il Foglio ha potuto consultare alcuni dati elaborati dall’agenzia delle Dogane per Confagricoltura, sui flussi dell’agroalimentare degli ultimi mesi, e questi dati fotografano una realtà sorprendente, che dimostra quanto un paese come l’Italia possa beneficiare da una sana e robusta globalizzazione e quanto la struttura industriale di un paese come l’Italia sia legata alla sua capacità di avere produzioni capaci di competere sui mercati internazionali. Nel periodo tra gennaio 2019 e aprile 2020, l’agenzia delle Dogane ha calcolato i valori delle importazioni dei principali prodotti agricoli e alimentari dell’Italia verso i paesi extra Ue e i numeri sono interessanti. Alcuni prodotti sono crollati per ragioni legate al crollo della domanda (come l’importazione fuori dall’Italia di animali vivi, meno 46 per cento, di florovivaismo, meno 42 per cento) ma i cali simbolicamente più significativi sono quelli legati ai prodotti maggiormente colpiti dalle varie politiche di dazi (in America, in Cina e in Russia) come le paste alimentari (meno 50,4 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), i vini e gli spumanti (meno 16,1 per cento rispetto all’anno precedente) e le carni (meno 8 per cento). Per il resto, il sistema agricolo non solo ha retto più che bene, grazie a un sistema di frontiere che non ha mai smesso di essere aperto, ma ha anche ricordato la ragione per cui un paese come l’Italia ha il dovere assoluto di combattere contro il protezionismo e di lavorare affinché la globalizzazione venga considerata sempre meno un dramma e sempre più un’opportunità. Nello stesso periodo preso in esame, sono aumentate le importazioni verso i paesi extra Ue di prodotti della panetteria e pasticceria (più 18,6 per cento), dei cereali (più 35,4 per cento), degli ortaggi (più 4,8 per cento), della frutta (più 23,2 per cento), dei così detti trasformati di ortaggi e frutta (più 11,3 per cento), dell’olio d’oliva (+ 29,5 per cento).

 

Risultato: nonostante la pandemia, le importazioni verso i paesi extra Ue sono aumentate del 13,9 per cento (da un valore di 1.264.410.084 euro a un valore di 1.438.736.248 euro). A questo va poi aggiunto un dato ancora più significativo che ci permette di ricordare quanto anche l’Italia sia, nel settore agroalimentare e non solo qui, dipendente da altri paesi. Il dato è questo e lo riporta l’Istat: le importazioni di prodotti agroalimentari a marzo 2020 rispetto a marzo 2019 hanno fatto segnare un più 2,9 per cento, e nel periodo tra gennaio e marzo più 4,3 per cento rispetto allo scorso anno. Non ci vuole molto a capire che se il mondo fosse dominato dai campioni del protezionismo, dai teorici della chiusura, dai professionisti dell’autarchia, dai fenomeni del piccolo è bello, un mondo già pieno di guai avrebbe anche altri guai di cui occuparsi e di cui per fortuna oggi non si deve occupare, grazie al piccolo grande miracolo del cibo che pandemia o non pandemia ha continuato seppur con mille problemi ad arrivare sulle nostre tavole e nei nostri supermercati. La globalizzazione, come direbbe forse oggi Winston Churchill, è come la democrazia: è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme finora conosciute.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.