Alle radici del capitalismo digitale non disumanizzato assieme a Daniel Cohen

Mauro Zanon

L’economista francese e il dibattito sulla “grande riconciliazione”

Parigi. Il capitalismo digitale è il futuro, anzi è già il presente, e ci salverà se lo sapremo governare bene, senza disumanizzarci, ha detto ieri Daniel Cohen, fondatore dell’École d’économie de Paris e direttore della facoltà di economia presso l’École normale supérieure (Ens), in un’intervista al Monde. Altro che morte del capitalismo, insomma, come viene urlato dal decrescitista collettivo: siamo di fronte alla sua reinvenzione, osserva Cohen, che lo scorso anno ha pubblicato “Les origines du populisme” (Éditions du Seuil), un saggio sulle scosse telluriche che hanno portato alla nascita del più pericoloso scisma politico-sociale degli ultimi anni. La retorica del capitalismo in crisi non va mai in crisi, ma secondo Cohen l’emergenza sanitaria provocata dal coronavirus sta in realtà accelerando il basculement, la transizione verso un nuovo capitalismo, il capitalismo digitale, appunto. E’ vero, il capitalismo mondializzato come lo abbiamo conosciuto negli ultimi quarant’anni, “ossia la ricerca incessante dei costi bassi producendo sempre più lontano”, precisa Cohen, è finito, o quantomeno è all’inizio della sua fine, ma in compenso sta emergendo con tutta la sua forza questo “capitalisme numérique”, che ci permette di curarci, nutrirci, coltivare le nostre passioni, ricevere libri e dvd a casa con un clic, divertirci e sentirci meno soli, nonostante lì fuori ci sia il Covid-19, che ha stravolto le nostre vite e le nostre abitudini. “Se l’essere che sono può essere trasformato in un insieme di informazioni, di dati che possono essere gestiti a distanza piuttosto che faccia a faccia, allora posso essere curato, istruito e posso spassarmela senza aver bisogno di uscire di casa. Vedo film su Netflix piuttosto di andare al cinema, vengo curato senza andare all’ospedale. La digitalizzazione di tutto ciò che può essere digitalizzato è il mezzo per il capitalismo del Ventunesimo secolo di ottenere nuove riduzioni dei costi”, analizza l’economista francese.

 

  

Il rischio di una disumanizzazione dei rapporti tra gli esseri umani è sempre in agguato, ma come avrebbe reagito il nostro mondo senza i benefici, non solo sociali ma anche economici, di questo capitalismo digitale, senza Rai Play e le altre piattaforme che offrono innumerevoli contenuti di qualità, senza i food delivery, senza Amazon, senza le videochiamate su Zoom, senza tutti quei servizi tanto bistrattati in tempi normali? “Il confinamento generale a cui siamo attualmente sottoposti utilizza massivamente queste tecniche: il telelavoro, l’insegnamento a distanza, la telemedicina”, dice Cohen. Ed è innegabile che nel futuro questi strumenti digitali, come ha scritto Carlo Stagnaro su queste colonne, “saranno un supporto imprescindibile”, a tutela del nostro benessere e della nostra sicurezza.

  

 

D’accordo con l’idea che la crisi sanitaria stia accelerando la consacrazione di un capitalismo del Ventunesimo secolo, dove l’impegno per l’ambiente va di pari passo con la socializzazione dell’immateriale, è anche il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. In un’intervista a Bfm.tv ha evocato la necessità di “un nuovo capitalismo che sia più rispettoso delle persone, che sia più solerte nel lottare contro le diseguaglianze e sia più rispettoso dell’ambiente”. Il filosofo François Levin, su Mediapart, ha sottolineato come la promessa del capitalismo digitale sia quella di una “grande riconciliazione tra le passioni e i desideri individuali da un lato e le esigenze della produzione dall’altro; tra l’anelito alla felicità e lo sviluppo delle proprie capacità da un lato e le necessità dell’inserimento economico dall’altro; quella tra la vita e il lavoro, insomma”. Il capitalismo digitale non è una nuova parolaccia: è una via di salvezza.

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