Redenzione Amazon

Eugenio Cau

Negli Stati Uniti ha gestito malissimo la crisi Covid, poi ha fatto la scelta giusta. Come va in Italia?

Milano. Il primo caso di coronavirus in un magazzino di Amazon negli Stati Uniti si è verificato il 18 marzo, nel Queens, New York. Da quel momento i magazzini in cui ci sono stati casi di contagio sono stati oltre 50 su 500 in America, e Amazon si è trovata a risolvere due problemi uno più grande dell’altro: la domanda da parte dei clienti è aumentata enormemente, in alcuni casi in maniera esponenziale, e il sistema logistico dell’azienda ha fatto fatica a reggere. Ma il fulcro di questo sistema logistico sono i lavoratori dei magazzini che trascorrono giorno e notte a impacchettare e smistare merci, e le consegne non funzionano se i lavoratori si ammalano, o sono spaventati dalla possibilità di ammalarsi. Negli Stati Uniti, dove il picco delle richieste di disoccupazione ha mostrato come la scarsa protezione dei lavoratori possa avere conseguenze disastrose sull’intera società, Amazon si è mossa per tempo e con la consueta efficienza sul primo tema, quello di garantire le consegne, quanto meno dei beni essenziali. Sul secondo tema, quello di proteggere i lavoratori dei magazzini, Amazon ha tentennato per settimane prima di fare la scelta morale. Spoiler: l’ha fatta.

 

 

Ma prima di arrivarci, Amazon ha fatto tribolare molto i suoi lavoratori americani. Per tutto marzo i giornalisti hanno raccolto testimonianze dai vari magazzini che parlavano di cattiva gestione dell’emergenza: i lavoratori non venivano avvertiti o venivano avvertiti in ritardo se si erano verificati contagi nella loro struttura, la sanificazione degli edifici era insufficiente e i tempi di lavoro strettissimi rendevano quasi impossibile mantenere il distanziamento sociale. C’era un ulteriore problema, ancora più grosso: la prima settimana di marzo Amazon America ha offerto ai i dipendenti che lavorano nei magazzini un “unlimited unpaid leave”, che significa: se non te la senti di venire a lavorare non c’è problema, non perderai il tuo posto di lavoro, ma non sarai pagato. (Nota: questo è già un passo avanti rispetto a molti datori di lavoro americani, che hanno licenziato in massa. Amazon inoltre ha alzato il salario di due dollari l’ora). L’unico modo per ottenere giorni di malattia pagata era quello di risultare positivo a un test sul coronavirus. Questo ha significato che, per settimane, un numero imprecisato di magazzinieri con sintomi si è presentato al lavoro, mettendo in pericolo i colleghi. Quando in un magazzino di Staten Island alcuni dipendenti hanno organizzato un piccolo sciopero, Amazon ha licenziato il capo della protesta, Chris Smalls, dicendo che aveva violato le norme della quarantena. Il punto più basso è arrivato quando i media hanno pubblicato un memo in cui l’avvocato di Amazon, David Zapolsky, consigliava di attaccare personalmente Smalls perché “non è intelligente”, per spostare il discorso su di lui. Il disastro d’immagine e istituzionale è stato enorme.

 

Ma poi Amazon si è ritirata su. Fin da marzo ha cominciato a rivedere le sue operazioni per migliorare la sicurezza, distanziare le postazioni di lavoro, provare la temperatura ai lavoratori in entrata. Ha promesso anche che fornirà mascherine a tutti nel giro di giorni. Infine, lunedì, ha optato per la scelta morale: i magazzinieri con la febbre potranno restare a casa e saranno pagati una parte consistente del salario. E’ così che negli Stati Uniti Amazon è passata da essere un esempio da manuale su come non gestire la crisi a esempio di datore di lavoro in buona parte virtuoso.

 

Anche in Italia Amazon è stata oggetto di proteste e scioperi. In questi giorni molti magazzini si sono fermati perché i lavoratori chiedevano norme di sicurezza più adeguate davanti a un aumento enorme degli ordini. Secondo Amazon, in questi giorni sono state prese decine di misure per garantire la sicurezza dei lavoratori, e sono stati alzati lievemente i salari. E anche i dipendenti in Italia, dice l’azienda, presto avranno le mascherine.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.