Populismo e sensazionalismo non servono a ridurre le emissioni

Carlo Stagnaro

Le quote Ets sono un pilastro della politica ambientale europea, ma c’è chi non lo capisce: il M5s e le Iene sul caso Ilva

Tutta la saggezza umana, scrive Alexandre Dumas nel “Conte di Montecristo”, sta in due sole parole: attendere e sperare. Vale anche per l’

" target="_blank" rel="noopener">European Green Deal, l’ambizioso pacchetto di misure per la neutralità carbonica annunciato da Ursula von der Leyen. Per esempio, resta tutto da capire quali strumenti verranno messi in campo per sostenere la riconversione ambientale dell’industria e, in particolare, la decarbonizzazione della siderurgia. Il rischio, oltre alla confusione tra politica ambientale e politica industriale di cui parla Marco Battaglini, è che la smania di aggiungere nuovi pezzi al puzzle della politica climatica europea faccia perdere di vista il disegno complessivo.

 

Il pilastro della politica ambientale europea è l’Emissions Trading Scheme (Ets). In pratica, le imprese interessate (il manifatturiero di medio-grandi dimensioni, la generazione elettrica e l’aviazione) devono tenere le emissioni al di sotto di una certa soglia. Il cap complessivo – che è stato ridotto linearmente dell’1,74 per cento annuo nel periodo 2013-2020 – dal 2021 scenderà del 2,2 per cento all’anno. Alla fine di ogni anno, le imprese devono restituire un numero di certificati di emissione pari a tale quantitativo. Possono procurarsi i permessi in tre modi: comprandoli all’asta quando vengono rilasciati a livello europeo, acquistandoli da altre imprese, oppure – in alcuni casi specifici – ricevendoli gratuitamente. Negli scorsi anni, le aste hanno prodotto per gli stati membri ricavi per 15,8 miliardi di euro, l’80 per cento dei quali è stato speso in iniziative a favore della sostenibilità. 

 

 

La ratio del meccanismo è che, in tal modo, la CO2 sarà tagliata dai soggetti che hanno i costi più bassi: infatti, costoro hanno tutto l’interesse a ridurre le proprie emissioni e vendere i certificati in eccesso. Questo schema (noto in letteratura come “cap and trade”) è uno degli strumenti che gli economisti considerano più efficienti: come con una carbon tax, la politica stabilisce i target emissivi, mentre le modalità per raggiungerli sono lasciati al mercato. Per quanto ben disegnato, anche un sistema di cap and trade rischia di generare conseguenze indesiderabili. Una di queste è il cosiddetto carbon leakage: a parità di altri elementi, le politiche di contenimento delle emissioni fanno crescere il costo dell’energia e in generale dei processi industriali ad alta intensità di carbonio. Nelle industrie esposte alla concorrenza internazionale, questo può determinare uno svantaggio competitivo. Con un paradosso: in seguito a fenomeni di delocalizzazione verso paesi meno attenti all’ambiente, le emissioni europee magari scendono, ma quelle mondiali aumentano. La Commissione ha così introdotto dei correttivi. Il principale è la distribuzione gratuita di titoli di per compensare i maggiori costi. Ciò non elimina l’incentivo a diventare sempre più efficienti: infatti, le eventuali quote eccedenti possono pur sempre essere vendute, realizzando un attivo. Anche la porzione di titoli gratuiti cala nel tempo: si è passati dall’80 per cento nel 2013 al 30 per cento nel 2020, con una media per l’intero periodo del 57 per cento di certificati assegnati tramite aste. 

 

 

Questo passaggio può apparire contro-intuitivo ma è coerente col sistema. Purtroppo, è facile fraintenderne il funzionamento. E’ accaduto nel caso dell’ex Ilva, con diverse interrogazioni parlamentari del Movimento 5 stelle e addirittura un servizio de “Le Iene”, secondo cui ArcelorMittal avrebbe acquistato l’azienda proprio con per chiudere Taranto e capitalizzare il valore delle quote. I ministri dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, e dell’ambiente, Sergio Costa, farebbero bene a tranquillizzare i loro compagni di partito. Intanto, coi numeri: per il 2020, l’impianto ha avuto circa 11,7 milioni di quote, per un controvalore stimabile in 250-300 milioni di euro. Data la riduzione attuale e attesa della produzione, le allocazioni gratuite per i prossimi anni saranno ancora inferiori. Con la gara del 2017 i Mittal si erano impegnati a sborsare 1,8 miliardi di euro per l’acquisto dell’azienda più 4 miliardi per investimenti (da cui vanno dedotti 1,3 miliardi sequestrati alla famiglia Riva). Assumendo che anche gli indiani sappiano far di conto, difficilmente si può pensare che abbiano pagato circa 4,5 miliardi per ricavarne poco più di un ventesimo.

 

Soprattutto, però, la distribuzione gratuita delle quote è una soluzione transitoria a un problema concreto. Metterla in discussione significa attaccare il più importante strumento europeo di riduzione delle emissioni. Il meccanismo Ets dimostra che serie politiche ambientali possono convivere con un’industria competitiva. E’ legittimo desiderare la deindustrializzazione dell’Europa o la sostituzione di politiche ambientali razionali con proclami ideologici. Però poi non bisogna stupirsi se si perdono investimenti e occupazione in Italia, e contemporaneamente si fanno crescere le emissioni in altre parti del mondo.

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