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Il nesso tra difesa del capitalismo e difesa della democrazia liberale, spiegato a Calenda

L'economia di mercato ha bisogno di rivedere le regole e l’orizzonte del sistema economico. A cominciare dal profitto d’impresa, che non è la misura di tutto, ma va accoppiato a quello sociale

5 Ottobre 2019 alle 06:18

Perché, caro Calenda, non è una scemenza rivendicare il nesso tra difesa del capitalismo (e del profitto) e difesa della democrazia liberale

Carlo Calenda è così simpatico e gentile, lui e la sua affollata gens, che bisogna prenderlo in parola, fornirgli un anticipo di simpatia anche quando sembra stravagante o bizzarro. Ora dice davanti a D’Alema, Bianca Berlinguer e Polito, non proprio tra i più scalmanati fautori del Jobs Act, che il lavoro si difende puntualmente, posto per posto, con i megafoni e le manifestazioni sindacali e i negoziati duri; altro che il liberalismo ideologico di Alesina e Giavazzi, economisti convinti della distinzione tra lavoro, da difendere creandolo in condizioni di flessibilità e mobilità, e posti improduttivi, da mollare con le dovute protezioni sociali alla legge del mercato. Siccome è persona leale, e prima dei recenti approdi ha collaborato con Montezemolo, con Monti e con il riformismo renziano, qualificandosi come un protagonista non solo televisivo della battaglia liberale contro il semplicismo assistenzialista e populista, Calenda si attribuisce personalmente trent’anni di adesione, che rinnega, a questa “scemenza”. A me sembra ragionevole che nel capitalismo moderno si agisca per favorire gli investimenti, la produttività, la competizione di mercato, e dunque l’innovazione tecnica e modi dinamici di dislocare, riqualificare e adattare il lavoro umano, mentre mi sembra irragionevole intestardirsi a produrre merci che non vendono o che possono essere prodotte in condizioni più produttive e competitive altrove o altrimenti. Naturalmente nessuno deve essere liquidato come numero obsoleto e una rete di assistenza e di welfare deve coprire il bisogno di protezione di chi lavora, magari nella forma del welfare to work, come si dice, cioè non una garanzia incondizionata e a vita ma un viatico praticabile e concreto di reinserimento nel mercato, fino al godimento della pensione. Ma sono tutte cose opinabili, e d’altra parte l’economista perfetto è il più raro degli uccelli, come diceva Keynes. 

 

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Mi interessa di più la parte politica. Dopo la crisi del 2008 è partito un assalto generale a un sistema capitalistico produttore di sviluppo, sì, ma anche di diseguaglianze (le due cose hanno una loro intima connessione); a un sistema che riduce la povertà, sì, ma ridimensiona le speranze di mobilità e crescita in una parte considerevole del ceto medio, specie in occidente (anche qui: connessione). Il fulcro di questo attacco è politico, perché nessuno vuole tornare al liberalismo ideologico del laissez-faire e nessuno crede che l’interventismo macroeconomico possa annullare la funzione autonoma dei mercati. In molti piuttosto si affannano a dare per spacciato il nesso tra capitalismo e democrazia liberale. Per difendere quest’ultima bisogna rivedere le regole e l’orizzonte del sistema economico che l’ha in vario modo strutturata. Partendo dal fatto che il profitto d’impresa, quello dei suoi azionisti (shareholders), non è la misura di tutto, ma va accoppiato al profitto sociale, quello degli stakeholders. Chi dice popolo, chi dice riflesso dell’economia sull’ambiente, chi dice fornitori, chi dice consumatori, chi pubblico servizio: ci sono mille modi diversi per qualificare socialmente un nuovo soggetto dello sviluppo che non è il mero profitto creato per conto del padrone della ditta. Tecnologie e intelligenza artificiale complicano il quadro di un nuovo mondo che si vorrebbe in parte almeno postcapitalistico. 

 

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Una letterina all’Economist, che da buon foglio liberal è all’avanguardia del dibattito in merito, mi ha fatto riflettere. Se la misura è il profitto d’impresa, scriveva il lettore, lo spazio di libertà e autonomia del potere pubblico interventista, a correzione, è preservato. A ciascuno il suo. Viceversa: se il ciclo della creazione di valore assume compiti sociali estesi, estranei alla logica di mercato e di profitto, lo stato si indebolisce e il rischio è che venga eterodiretto da un’impresa onnipotente. Il capitalismo riformato da cui è espunta la centralità del profitto d’impresa diventa paradossalmente un sistema in cui l’impresa assume compiti di direzione generale egemonici. Forse questa obiezione democratico-liberale vale anche indirettamente per la nuova convinzione di Calenda, vecchia solfa assistenzialista e statalista, che l’impresa deve salvare i posti di lavoro improduttivi anche se distruggono valore per i suoi azionisti, perché il suo scopo sociale è più forte del suo statuto di azienda capitalistica. Chissà.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Ottobre 2019 - 17:14

    Lei ha scritto: “… la società liberale libertaria e nichilista del progressismo ha già combinato tutto, in modo irreversibile”. Poi la lectio a Carlo Calenda. Appare chiaro che “irreversibile”, non attiene alla sfera politica e dei costumi. In quei settori, da millenni, si va avanti con “l’irreversibile variabile” Ossimoro? Macché, realtà. La nostra natura ci impone, ci costringe a muoversi in circolo. Siamo in una di quelle fasi in cui prevale l’illusione che aumentandone il diametro, si possa uscirne. La dottrina sociale della Chiesa non è altro che il tentativo di intrecciare capitalismo, proprietà privata e sociale. Ci hanno provato tutti. Il nodo intellettualmente ostico da accettare è che le masse, il popolo, seguono i pifferai che sono ritenuti i più credibili per assicurar loro panem et circenses. Tutto lì.

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  • branzanti

    06 Ottobre 2019 - 13:01

    (segue) che sosteneva che le imprese devono essere lasciate libere di fare ciò che vogliono (terribile!). Andare in positivo oltre la legge significa generare esternalità positive superiori a quanto previsto dall'obbligo normativo, che resta comunque verificato, senza che le imprese possano porsi come riferimento extra legale. Cosa che invece accade, pessimo, reale esempio, nella plutocrazia neofeudale oltreatlantico.

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  • branzanti

    06 Ottobre 2019 - 12:56

    Il liberismo ideologico ha rivelato tutti i suoi limiti con gli eventi del 2008 ed oggi solo alcuni irriducibili sostenitori continuano a non capire la necessità di un welfare che, senza essere invasivo, protegga le persone. Solo gli Usa, del resto, si ostinano su questa dolorosa politica. Anche la tutela dei posti di lavoro deve essere sostenuta quando gli impianti vengono chiusi solo per una mera riduzione di costi (ed allora l'intervento deve essere deciso), ma diventa insostenibile quando le imprese siano ormai totalmente improduttive (Alitalia docet) e sia preferibile affidarsi alla schumpeteriana distruzione creatrice. In merito al ruolo delle imprese, il concetto della responsabilità sociale coniuga l'andare oltre (in meglio) l'obbligo di legge, non fuori legge. Anche Milton Friedman, avversava la responsabilità sociale, ma diceva che le imprese devono rispettare la legge. Diversa l'affermazione dell'epigono giuridico della plutocrazia autoritaria ( il tremendo Scalia, (segue)

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  • oliolà

    05 Ottobre 2019 - 20:41

    Mumble, mumble, ma, sarà. Il fatto gli è che non si possono servire i due padroni di sempre: Dio e Mammona. Cosa sia la seconda, ormai lo sappiamo. Del primo, sembra perso ogni riferimento.

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