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Un’altra fake tax

Cambia l’idea leghista, ma le risorse sono poche e si penalizzano le famiglie

16 Luglio 2019 alle 06:00

Un’altra fake tax

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Sulla cosiddetta flat tax le idee sono molto confuse, a partire dal nome. L’unica certezza è infatti che, in ogni caso, non ci sarà alcuna flat tax. Tutte le proposte riguardano l’inserimento di regimi sostitutivi all’interno dell’attuale Irpef che, spezzettata e amputata, ricorda sempre più un mostro di Frankenstein. L’accento continuo posto da Matteo Salvini sulla riduzione delle tasse riguarda, naturalmente, una questione reale e sentita in un paese che ha un doppio problema, sia dal lato del prelievo sia da quello della spesa. L’Italia ha infatti una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, a livello scandinavo, e una spesa pubblica di bassa qualità, a livello balcanico. La presa d’atto di un’emergenza fiscale non era affatto scontata da parte del governo, perché finora l’impostazione di politica economica è stata di segno contrario.

 

Lega e M5s hanno ritenuto che l’emergenza fosse la spesa pubblica troppo bassa e si sono comportate di conseguenza, facendo una manovra tutta in deficit per incrementare la spesa assistenziale e pensionistica: l’Italia si è indebitata per introdurre reddito di cittadinanza e quota 100. Ora per l’anno prossimo si propone un’inversione di marcia: il guaio del paese è la pressione fiscale troppo alta, che poi non è nient’altro che la rincorsa per pagare una spesa pubblica crescente. L’individuazione del problema, peraltro noto da tempo, è però il passaggio più semplice. Perché quello successivo riguarda la soluzione, la cui efficacia dipende da due variabili: la fonte di finanziamento e il contenuto della riforma. Ovvero, come si intende coprire le entrate mancanti e in che maniera si vogliono ridurre le tasse.

   

Sul fronte delle coperture al momento dalle parti della Lega non c’è alcuna indicazione: il leader del Carroccio non ha detto se avverrà in disavanzo o nel rispetto dei vincoli di bilancio. La prima ipotesi è naturalmente sconsigliabile, come peraltro ha dimostrato l’insuccesso della manovra in deficit che ha costretto il governo a un paio di manovre correttive in corso d’opera. Se prendiamo per buona la seconda, cioè il rispetto degli impegni di bilancio approvati nel Def e d’accordo con Bruxelles, il taglio dell’Irpef può essere finanziato in due modi: attraverso l’aumento di altre tasse o attraverso il taglio della spesa. E’ ovvio dire che se l’obiettivo è ridurre la pressione fiscale complessiva, la prima soluzione è da scartare. Scegliere la seconda però vorrebbe dire fare l’opposto dell’anno scorso, ovvero tagliare la spesa corrente (soprattutto se al contempo si vogliono aumentare gli investimenti). Il governo dovrebbe lavorare su questo, che è la precondizione per il taglio delle tasse. Sul come fare la cosiddetta flat tax le idee sono al momento confuse. Dopo l’incontro con i rappresentanti di 40 sigle sindacali, il leader del Carroccio in conferenza stampa ha parlato di una ipotesi di detassazione sugli “incrementi di fatturato”, che sarebbe la “flat tax al 15 per cento sui redditi incrementali” di cui si è parlato nei giorni scorsi.

 

Non si tratterebbe ovviamente di una flat tax, ma di un’aliquota aggiuntiva che farebbe passare l’Irpef da cinque a sei aliquote e che la trasformerebbe in un caso unico al mondo: la prima imposta sui redditi progressivo-regressiva. Una nuova distorsione, che agirebbe in maniera perversa sugli incentivi, nella direzione opposta della semplificazione che è alla base della vera flat tax. Armando Siri, che è lo specialista della Lega in materia, ha invece parlato di una flat tax al 15 per cento “fino a 55 mila euro di reddito familiare. Ci saranno benefici per 20 milioni di famiglie e 40 milioni di contribuenti. C’è l’intenzione di portare nelle tasche 12-13 miliardi di euro”. Una proposta del genere ha diverse criticità.

 

La prima riguarda le cifre: i contribuenti che dichiarano meno di 55 mila euro sono oltre il 95 per cento del totale (39,5 milioni su 41,2 totali). Pertanto 12 miliardi sembrano davvero pochini per un taglio delle aliquote al 15 per cento. La seconda riguarda il cosiddetto “effetto soglia”, cioè il disincentivo a dichiarare (e quindi l’incentivo a non produrre reddito o a sottodichiararlo) per non fare scattare aliquote marginali superiori al 100 per cento. La terza è la penalizzazione dei nuclei familiari rispetto ai single. Armando Siri dice che l’agevolazione riguarderà i redditi familiari, questo vuol dire che a due single che guadagnano 30 mila euro si applicherà l’aliquota agevolata al 15 per cento, mentre a una coppia con gli stessi redditi si applicherà l’Irpef ordinaria con un’aliquota media superiore al 30 per cento, oltre il doppio. Per un autoproclamato difensore della famiglia tradizionale, l’unica spiegazione convincente per una riforma del genere è che per Salvini le tasse sono belle e ci tiene così tanto alla famiglia che vuole tassarla il doppio. Al paese serve una riforma fiscale seria, magari una flat tax vera, ma non l’ennesimo accrocchio improvvisato.

Redazione

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