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Una Nexi non fa primavera in Borsa

Le poche quotazioni a Milano risentono del governo investitor-repellente

13 Marzo 2019 alle 06:04

Il miracolo della Borsa italiana

Piazza Affari, Milano. La sede della Borsa italiana (foto LaPresse)

L’imminente quotazione di Nexi, azienda italiana leader nei pagamenti elettronici fondata nel 2017 promette di essere per Piazza Affari l’Ipo dell’anno, con 8 miliardi di capitalizzazione, per un quarto offerti in partenza ai piccoli investitori. La cifra però non compenserà il delisting avvenuto il 5 marzo di Luxottica, 25,2 miliardi di capitalizzazione, che dopo la fusione con Essilor ha optato per Parigi. Decisione del nuovo management italo-francese e dello storico azionista di maggioranza Leonardo Del Vecchio, ma che rispecchia il declino di piazza Affari e un clima non favorevole alle imprese e al mercato, entrambe circostanze che si sono accentuate in questa stagione politica. Lo dicono le cifre.

   

Milano capitalizza oggi 527 miliardi di dollari, 56 più di fine 2018 e 245 più di dieci anni fa: nella crisi è dunque cresciuta dell’87 per cento. Ma resta ancora dietro a tutte le maggiori Borse europee, Madrid compresa (capitalizza 654 miliardi, ben 127 in più). Le distanze dai 1.810 miliardi di Parigi, dai 1.251 di Francoforte e dai 2.542 di Londra sono abissali. Ancora peggio quanto all’incidenza sul pil del valore della Borsa: secondo i dati di Credit Suisse-Bloomberg siamo al 20,6 per cento contro il 53,2 della Francia, e siamo ultimi tra le maggiori piazze finanziarie mondiali, la cui media è del 51,8 per cento. E’ in sostanza il gap tra ricchezza nazionale e mercato: un ritardo cioè in fatto di trasparenza, concorrenza e contendibilità delle aziende, di accesso agli investimenti per i piccoli risparmiatori, di apertura ai capitali nazionali e stranieri. La situazione è peggiorata con l’avvento del governo gialloverde: nel 2018 ci sono state 31 nuove quotazioni (Ipo), in linea con le 32 del 2017, ma il valore è sceso di due terzi da 5,4 a 1,9 miliardi: tendenza anche del resto d’Europa, dove però la frenata è stata del 19 per cento mentre qui si è avuto un crollo del 65. E tutto del secondo semestre dell’anno: 0,4 miliardi contro 1,5 dei primi sei mesi. Che il capitalismo italiano sia da una parte di tipo familiare (nomi come Barilla e Ferrero sono fuori dalla Borsa) e dall’altra affetto da nanismo è un fenomeno del quale si dibatte da anni. Che i problemi siano peggiorati proprio negli ultimi nove mesi è un ulteriore dato di fatto.

Redazione

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