Capolinea Tokyo? Speriamo di no

Marco Cecchini

Perché “addomesticare” il debito come in Giappone porta più guai che benefici. Parla Reichlin

Roma. La manovra del popolo dunque è passata, dopo un lungo tira e molla e senza farsi mancare la coda farsesca di un giallo sull’articolo manipolato del condono. L’interrogativo però resta. Dove vuole andare a parare il governo gialloverde, l’unico esecutivo a trazione interamente populista dell’Unione, con una legge di Bilancio che sfida platealmente Bruxelles e i partner europei, aumenta il debito del paese, scrive numeri traballanti sulla crescita e crea ulteriore fibrillazione sui mercati? Molti temono che Matteo Salvini e Luigi Di Maio giochino ad alzare l’asticella dello scontro fino al punto di rottura, raggiunto il quale calerebbero la carta dell’uscita del paese dall’euro e ciò nella convinzione (magari sbagliata) che Bruxelles, Parigi e Berlino farebbero di tutto per tenerci nel club. L’esistenza del famoso piano B, poi negata, e le dichiarazioni a favore dell’Italexit di esponenti di rilievo della maggioranza lo confermerebbero. Altri pensano invece che l’andamento dei mercati e la risalita dello spread, il possibile downgrade delle agenzie di rating e il favore di cui l’euro continua a godere nella maggioranza dell’opinione pubblica indurranno il governo a cercare un compromesso con Bruxelles che porterà a una soluzione onorevole per tutti.

 

Parlando al Foglio Lucrezia Reichlin mostra cautela e si attiene ai fatti. “Questa manovra è certamente una scommessa ad alto rischio non tanto perché si sforano gli obiettivi concordati con l’Unione, ma perché può funzionare solo se si pensi che la manovra avrà effetti molto alti (e per me irrealistici) sulla crescita e perché la si presenta come un atto di sfida a Bruxelles e non come la base di un negoziato costruttivo”. Tuttavia, secondo l’economista, ex direttore della Ricerca della Bce, oggi docente alla London business school, “con questo bilancio il governo sta soprattutto cercando di guadagnare tempo per raccogliere ulteriori consensi in vista delle elezioni europee e consolidare il progressivo trasferimento in mani italiane del debito da cui gli investitori esteri sono in uscita”. Il governo guarda al voto e per prendere tempo sarà tentato dall’idea di “addomesticare” il debito italiano per anestetizzarlo dalle fibrillazioni dello spread facendo leva sulla cospicua ricchezza finanziaria del paese.

 

Il modello implicito è il Giappone, dove i residenti posseggono il 90-95 per cento dei titoli di Stato. Rispetto al picco di 1,3 trilioni raggiunto nel 2008 lo stock di titoli pubblici italiani detenuto dall’estero è sceso in effetti a circa 600 miliardi e secondo stime oggi rappresenta il 25 per cento del totale, il resto è in mano ai residenti. Per arrivare ai livelli nipponici dunque non manca poi moltissimo. Il governo “potrebbe prendere misure per incentivare l’acquisto di bond pubblici da parte delle famiglie –- dice Reichlin – e premere sulle banche perché facciano altrettanto e se la crisi dovesse aggravarsi potrebbe adottare provvedimenti anche più diretti e invasivi”. E’ la giapponesizzazione del debito in chiave grillo-leghista, un prima gli italiani anche in finanza insomma.

 

La trappola nipponica

 

Una soluzione che a prima vista sembrerebbe la quadratura del cerchio. Ma lo è davvero? “La cosa in astratto ha una sua logica. Ma se lo facessero finiremmo incartati come il Giappone in una trappola di bassa crescita senza sbocco, perché la ricchezza invece di essere impiegata negli investimenti in capitale umano, ricerca, digitale, infrastrutture che stimolano lo sviluppo, si incanalerebbe in spesa improduttiva. Inoltre se si andasse in questa direzione e gli italiani decidessero di non seguire le misure del governo collocando la loro ricchezza all’estero bisognerebbe introdurre i controlli sui movimenti di capitale e si tornerebbe agli anni ’80 in un mondo incompatibile con l’integrazione finanziaria e la permanenza nell’euro”. Si potrebbe evitare? “Qui si torna al punto di partenza, si potrebbe se l’operazione fosse temporanea e accompagnata da politiche che prevedano un piano di consolidamento del debito oltre a riforme per aumentare la produttività del lavoro e del capitale, il nostro punto dolente”. Sono l’articolazione e la filosofia della manovra a fare pensare a “un’operazione compra-tempo e senza visione di lungo periodo che vede l’Italia ripiegata su sé stessa”.

 

Reichlin riconosce che “le regole europee sono da rivedere, che talvolta esse hanno costretto il Paese a seguire politiche procicliche che ci hanno portato alla recessione come nel 2008 e nel 2011-’12, che anche altri paesi hanno violato i Trattati, che all’interno del governo ci sono voci diverse e il ‘me ne frego dell’Europa’ di Salvini non è l’approccio più diplomatico del premier Conte”. Ma questo non salva la manovra dall’essere una scommessa a duplice rischio. Il primo, secondo l’economista, riguarda l’aleatorietà delle stime di crescita. “Penso che i moltiplicatori della spesa alla base di queste stime siano sovrastimati e ciò rende ovviamente altrettanto aleatorie le previsioni di deficit e debito.

 

Inoltre, se è vero che in passato siamo stati obbligati a seguire politiche restrittive quando l’economia era in frenata, oggi stiamo facendo lo stesso a parti rovesciate. Stiamo facendo politiche espansive quando l’economia è in crescita. Questo dovrebbe essere il tempo nel quale si adottano politiche di bilancio prudenti in vista del peggio che potrebbe arrivare”. ll secondo rischio riguarda l’isolamento: “Non ci si può scontrare sistematicamente con l’Europa addebitandole tutti i nostri mali, se lo si fa ci si mette su una strada molto pericolosa e controproducente, anche perché si delegittima lo sforzo di riforma cui molti sono impegnati. A meno che non lo si voglia per un preciso disegno politico”, conclude Reichlin.