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Il Cile 4.0 e il rischio di non innovare

L’industria è sovranità e le economie mature non possono che scegliere l’innovazione industriale, economica, sociale. Bentivogli dagli industriali cileni

12 Agosto 2018 alle 06:01

Il Cile 4.0 e il rischio di non innovare

Foto Imagoeconomica

Roma. Già con il Golpe del 1973, Augusto Pinochet aveva spiegato che il Cile doveva cavarsela con ciò che rappresentavano i propri vantaggi comparativi. Questo equivaleva a puntare quasi tutto sulle sue risorse naturali, industria estrattiva mineraria. Ancora oggi è il primo produttore mondiale di rame, il terzo di molibdeno, il quinto di argento ed il diciottesimo di oro, oltre ad essere il primo esportatore di litio. Esportazioni in larga parte di materiale grezzo mangiate dalla Cina con prezzi molto bassi e volatili e scarsa capacità tecnologica di trasformazione che consentirebbero margini più ampi. Nonostante questo, il Cile è una delle economie più solide del sud America. Da allora gli investimenti esteri, hanno stentato molto a tornare. Il tema del futuro dell’industria vuole diventare il tema del Cile.

 

Accade che al foro annuale dell’industria cilena, Asimet, Confindustria Metalmeccanica Cilena, invita Marco Bentivogli, segretario generale Fim-Cisl. Asimet ha appena rinnovato il proprio gruppo dirigente e ha chiari i problemi della manifattura cilena. Dal 1990 l’industria manifatturiera è scesa dal 15 al 10 per cento del pil e perduto centinaia di migliaia di posti di lavoro. Come mai gli industriali metalmeccanici cileni invitano un sindacalista per aiutarli a spingere sulla grande trasformazione del lavoro e delle produzioni? “Ci serve qualcuno del mondo del lavoro industriale che ci aiuti a convincere il paese, la politica, il governo, le imprese, i lavoratori e il sindacato, che industry 4.0 è una luce di speranza per il Cile e Bentivogli, spiega bene, con esperienze concrete, come la tecnologia può essere un alleato e questo ci serve molto”, dicono gli industriali.

 

In effetti il Cile è un paese dinamico e vuole agganciarsi alle migliori esperienze europee sull’innovazione del lavoro. Come in Italia, gli industriali provano rabbia per le narrazioni che anche lì spiegano la fine dell’industria, la terziarizzazione, la fine del lavoro. L’industria crea lavoro nei servizi, non il contrario. C’è molta Italia in Cile, è la seconda comunità presente. Anche qui la politica pensa ad altro dal lavoro e dalle imprese nasce la consapevolezza che siamo in corso ad un grande cambiamento e che bisogna muoversi per tempo e bene. Darsi degli obiettivi fino al 2040, è già un buon inizio, puntare a recuperare quel 5 per cento di recupero della manifattura industriale sul pil, creare 250.000 nuovi posti di lavoro “di qualità”. L’industria innovativa non solo crea posti di qualità e li moltiplica tanto più è rigenerato, forte e intelligente l’ecosistema 4.0 attorno all’impresa. In Germania ogni posto ne crea 3 nei servizi avanzati collegati, in Italia 1,5 anche a causa della taglia dimensionale d’impresa. Scegliere la “via alta” per l’industria non è una delle opzioni, è l’unica possibilità. In un paese in cui l’orario di lavoro legale è di 45 ore la settimana e i salari sono già mediamente bassi.

 

E così Bentivogli a Santiago del Cile per poche ore, sempre in attesa di una convocazione di Di Maio su Ilva, spiega agli industriali che la grande trasformazione è una sfida politica, culturale, “di senso” e poi tecnologica ed economica. Una sfida tutta aperta da giocare integrando le forze e da scrivere su un foglio bianco, riponendo le lenti ideologiche e muovendosi con il migliore spirito di frontiera. E davanti ai 300 imprenditori più importanti del Cile, spiega cosa fare, cosa non temere e soprattutto li esorta non solo ad accettare ma a lanciare la sfida. Dice che le economie mature non possono che scegliere l’innovazione industriale, economica, sociale. Nei paesi più intelligenti l’architrave della politica estera incorpora e sostiene la politica industriale. Racconta cosa è andato bene in Italia, cosa bisogna migliorare in un quadro di incertezza sulla continuità delle misure di industry4.0 e del credito d’imposta sulla formazione. L’industria cilena ha capito che alla vigilia del secondo balzo in avanti dell’umanità, non entrare nel gorgo dell’innovazione da protagonisti porterà alla marginalizzazione progressiva anche dell’economia più forte del Sudamerica. Paese che vive una migrazione in ingresso dal Venezuela, che in Italia per qualcuno è ancora un modello. Anche qui le reazioni del governo sono tiepide e Bentivogli si augura che raccolgano la sfida delle imprese metalmeccaniche.

 

Un mondo in cui parlano tutti di importanza della politica e di “modello di sviluppo”, quando si tratta di dare centralità politica nella costruzione dell’architrave industriale economico e sociale. Anche in Cile sono arrivate le sirene tecnofobe, le illusioni del reddito di cittadinanza. Bentivogli cita il Papa con la Laudato sii e poi l’Evangelii gaudium. Tempo e spazio, uno davanti all’altro e non c’è nulla di peggio che negare a un essere umano di potersi guadagnare da vivere. Il tempo è superiore allo spazio perché la via dell’autentico progresso umano è un “processo”, che è in sé una funzione temporale. Visto che il tempo è fluido e mobile, rappresenta la chiave per evitare di rimanere “incollati” allo spazio, per così dire. Se cerchiamo di riempire lo spazio con soluzioni a breve termine senza pensare a come possiamo davvero andare avanti da quel punto in poi, ci priviamo di un futuro più speranzoso. Per questo serve uscire dal “ricatto di breve termine” in cui la politica è imprigionata e il mondo del lavoro deve riprendersi pensieri lunghi e futuro. Chi vive del proprio lavoro che posto dovrebbe ricoprire il lavoro nell’agenda politica, sa bene quanto la sovranità di un paese dipenda dal possedere un’industria forte, pochi debiti e forti legami sociali e benessere diffuso in cui la formazione e una nuova progettazione sociale, non produrrà “scarti” ma indicherà a ciascuno un nuovo inizio per il proprio protagonismo lavorativo, sociale e civile.

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