Effetto Pir a Piazza Affari. Crescono scambi e prezzi, ma sono le Spac le star del momento

Mariarosaria Marchesano

Mediobanca e le altre: hanno in cassa circa 2 miliardi di euro per acquistare le pmi tricolore che piacciono tanto ai private equity. Le previsioni di Tavano (Borsa), Parenti (Intermonte).

A un anno dall’introduzione dei Piani individuali di risparmio in Italia, si fanno i primi bilanci sugli effetti che questo strumento ha avuto sul mondo delle imprese visto che l’obiettivo del ministero dell'Economia che l’ha creato è quello di far affluire la ricchezza delle famiglie sul sistema produttivo nazionale. Il boom di raccolta registrato dai Pir nel 2017 (11 miliardi), che pare destinato a continuare, si è tradotto per la Borsa italiana in un vistoso aumento di scambi e di prezzi e con una distribuzione della liquidità su fasce più ampie aziende presenti sui vari listini. Ma non c’è stato (per il momento) l’atteso boom di nuove quotazioni, che, però, dovrebbe assolutamente arrivare nei prossimi anni come prevede uno studio congiunto Intermonte-Politecnico di Milano. Esiste, cioè, un potenziale di 500 nuove ipo di aziende trainato proprio dall’enorme liquidità generata dai Pir, la cui raccolta si stima toccherà 60 miliardi entro il 2021. In attesa che ciò avvenga, altri soggetti stanno beneficiando, forse anche in maniera inaspettata, del dinamismo dei gestori che hanno raccolto fondi con i  piani individuali di risparmio. Si tratta delle Spac un particolare tipo di veicolo finanziario che all’inizio si quota in Borsa come scatola vuota e poi va a caccia di un società ‘preda’ da acquisire aprendo a questa la strada per il mercato finanziario (l’acronimo è special purpose acquisition company). “L’accelerazione che hanno avuto le Spacnell’ultimo periodo può essere considerato una sorta di effetto collaterale dei Pir”, spiega Gianluca Parenti, partner di Intermonte, “Queste iniziative hanno avuto la fortuna di incrociare un trend positivo e lo hanno cavalcato com’è giusto che sia. Siamo convinti, però, che saranno i prossimi quattro o cinque anni a dirci quanto sarà valorizzato in Borsa il sistema delle piccole e medie aziende italiane che, rispetto ad altre realtà europee, sconta valutazioni più basse”. 

 

In realtà, però, anche le Spac puntano a portare sul mercato azionario le pmi, ma lo fanno con una formula particolare che, nata negli Stati Uniti, si è diffusa in Europa e sta letteralmente spopolando in Italia. Dal 2011 a piazza Affari si sono quotate (soprattutto sull’Aim) 22 Spac promosse quasi sempre da imprenditori e da manager in vista del mondo bancario e finanziario: Corrado Passera, Maurizio Borletti, Sergio Erede, Gianni Mion, Massimo Capuano, Gerardo Braggiotti, Alessandro Pansa, solo per citarne qualcuno. Come spiega  Luca Tavano, che in Borsa italiana è responsabile per lo sviluppo di prodotti per small e mid cap, sono solo 10 le Spac che hanno già trovato la cosìddetta “business combination”, in parole povere hanno acquisito la società target realizzando la missione per cui sono nate. Le altre 12 devono ancora investire il tesoretto raccolto presso gli investitori. E secondo un’elaborazione di Mediobanca, confermata anche da Borsa, la liquidità complessiva di cui dispongono oggi questi veicoli è poco meno di 2 miliardi di euro, che equivale a una capacità di spesa tripla cioè pari a 6 miliardi. Con questa cifra – che è stata calcolata escludendo i 600 milioni raccolti dall’iniziativa di Passera che ha una forte connotazione di tipo bancario - si potrebbe ancorare alla bandiera tricolore un bel pezzo dell’industria del Paese pur coinvolgendo capitali esteri nelle stesse iniziative. “Il successo delle Spac è probabilmente dovuto al fatto che chi le promuove ha la possibilità di negoziare in via privata e in modo diretto con gli investitori senza passare attraverso un road show”, afferma Tavano, “All’inizio erano soprattutto soggetti privati a farsi promotori, oggi cominciano a farlo anche operatori istituzionali come banche e sim, a conferma della credibilità conquistata da questi strumenti”.  

 

Qualche settimana fa anche Mediobanca ha collocato la sua Alpi Spac, che ha raccolto 100 milioni grazie a un piano che promette di investire nelle eccellenze del made in Italy, cioè proprio quel target di società che piace tanto ai fondi di private equity stranieri (americani, britannici e francesi in testa, assicura una ricerca del Politecnico di Milano). Mediobanca, infatti, ha deciso di non lasciarsi sfuggire l’occasione per aprire una nuova stagione di acquisizioni sul mercato domestico. Quali programmi ha, esattamente, Alpi? Dal prospetto informativo, emerge chel’attività di investimento sarà principalmente “rivolta a società e aziende italiane o società con stabile organizzazione in Italia, che necessitano di risorse finanziarie per il proprio percorso di crescita e sviluppo e con equity value indicativamente compreso tra 100 e 400 milioni”.  Non sono stati individuati specifici settori, anche se Alpi sembra particolarmente interessata “all’eccellenza dell’industria italiana” e a titolo esemplificativo vengono indicati i settori manifatturiero, della meccanica avanzata, alimentare, del design e del lusso, dell’arredamento, del lifestyle, della logistica e dei servizi alle imprese ovvero settori caratterizzati da contenuto innovativo quali  medicale, farmaceutico, salute ed ambiente. Tuttavia, il management team di Alpi, esclude fin da ora di poter intervenire in settori come quello bancario, finanziario e assicurativo, dell’immobiliare (real estate), delle energie rinnovabili e della produzione di armi. Sono escluse le imprese in crisi. 

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