Lavoro vo cercando

Stefano Cingolani

Una nuova chiave a stella per la fabbrica del futuro. Ma darà ancora la felicità, come scriveva Primo Levi?

Tutto vince il faticoso lavoro e il bisogno che incalza nelle avversità
(Virgilio, “Georgiche”)

 

"Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa”. Primo Levi l’ha esplorata a fondo nel suo romanzo “La chiave a stella”, pubblicato nel 1978, mentre finiva il decennio del Novecento nel quale è emerso il rifiuto del lavoro in quei paesi occidentali che sulla manifattura, la tecnica e l’applicazione della scienza, hanno costruito il loro benessere e la loro egemonia culturale. Oggi quella regione s’è fatta, se possibile, ancor più sconfinata; esplorarla significa addentrarsi in terre spietate, in labirinti selvaggi, in deserti illimitati dove è facile perdersi. Dobbiamo trovare qualche punto di riferimento, degli oggetti, dei luoghi, delle guide. Tra la chiave a stella e la linea di montaggio, gli emblemi novecenteschi del lavoro, sopravvive alla metamorfosi del nuovo secolo solo la prima, anche se è diventata una chiave digitale. La catena di Charlot in “Tempi moderni” è stata superata dal modello giapponese e dai robot. L’operaio massa dalla fabbrica si è spostato nei grandi magazzini, mentre nell’industria è possibile scoprire un nuovo Libertino Faussone detto Tino che esalta “il piacere di veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse servirà a qualcuno che tu non conosci e non ti conosce”, Faussone che trova nel lavoro, anche nella fatica, la realizzazione del proprio essere, la mediazione tra uomo e natura, come aveva capito Hegel respirando lo spirito del capitalismo nel mondo protestante.

 

Volti del lavoro così come si presenta oggi in quella parte dell'Italia dove non manca: un libro inchiesta di Edoardo Segantini

E’ possibile rintracciare questo piacere in un mondo fatto di algoritmi, di robot, di macchine che funzionano da sole? Non hanno forse ragione il futurologo Jeremy Rifkin e i suoi seguaci, nell’annunciare che il lavoro è finito o che per recuperarlo bisogna rinunciare a essere pagati, come proclama Domenico De Masi, il vecchio sociologo diventato grillino? Edoardo Segantini, giornalista con molteplici esperienze (all’Unità, al Corriere della Sera, ma anche alla Telecom Italia), risponde con un libro inchiesta ispirato da Primo Levi e intitolato “La nuova chiave a stella” (Guerini editore). Sono “storie di persone nella fabbrica del futuro”, così è scritto in copertina, ma sono soprattutto volti del lavoro così come si presenta oggi in quella parte dell’Italia dove non manca e là dove il suo valore resta intatto pur nelle forme e nei modi di questa fase storica.

 

C’è Serena Barbieri, calabrese, laureata in Ingegneria all’Università di Arcavacata, biennio in Germania a Hannover, entrata alla General Electric, prima a Firenze alla Nuovo Pignone poi a Torino Rivalta alla Avio Aero. Ha un contratto biennale che scade il 31 gennaio prossimo, poi dovrebbe essere assunta a tempo indeterminato una volta concluso il percorso scuola-lavoro finanziato dalla multinazionale americana insieme al Politecnico di Torino, insomma proprio quello che i liceali al caviale condannano come ultimo inganno del capitalismo, riempendo le piazze secondo giornali e telegiornali (anche se in realtà erano semi-vuote) al grido “siamo studenti non operai”. Quando Primo Levi scriveva il suo romanzo, invece, si gridava “studenti e operai uniti nella lotta”. Nel suo giro d’Italia Segantini passa per Cassino dove vede l’ultima metamorfosi del fabbricone già Fiat, va a San Mauro Pascoli dove la Sergio Rossi fa le scarpe con gli ipertacchi per dive e divette, attraversa la quarta rivoluzione industriale, ma si getta anche nel caos organizzato del mega magazzino di Amazon a Castel San Giovanni, tra Piacenza e Pavia; dalla fabbrica senza fabbrica alla pasticceria, ogni capitolo un nome, un mestiere, un tecnico, un programmatore, un meccanico, o un “operatore”, appellativo post-moderno che calza un po’ per tutti.

 

La classe operaia della nuova industria è lontana mille miglia dal rifiuto del lavoro che, tuttavia, anziché estinguersi con i deliri degli anni Settanta, ha trovato recentemente una dimensione individualistica, meno ideologica e più comportamentale. C’è un baratro tra la percezione odierna e quella di 40 anni fa. Allora si rifiutava il lavoro per riappropriarsene in una comunità universale non più alienata: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Adesso, immersi in questa società narcisistica, la famosa frase marxista diventa “da ciascuno secondo i suoi desideri, a ciascuno secondo i suoi diritti”. Come si spiega che nel paese in cui undici lavoratori attivi su cento risultano disoccupati, un milione di posti di lavoro resta vacante? Gli studiosi lo chiamano mismatch, vero e proprio divorzio tra domanda e offerta, tra quel che c’è bisogno di fare e quel che si sa fare. Aziende di varie dimensioni non trovano la figura professionale adeguata, ma ci sono anche aspiranti impiegati che arricciano il naso se c’è da spostarsi. Paradigmatico il caso di uno dei maggiori lanifici italiani, Barberis Vitale Canonico, che cerca da tempo ingegneri e programmatori elettronici con contratto a tempo indeterminato e stipendio sindacale. Faussone ha imparato il mestiere in una piccola bottega, poi è approdato alla Lancia finché non ha deciso di girare il mondo per tirar su gru e ponteggi. E giovani laureati oggi non vogliono andare a Biella. Anche nell’agenda pubblica, il lavoro passa in secondo piano rispetto all’assistenza sociale. Lo dimostra il dibattito sul reddito di cittadinanza che in Italia è diventato addirittura centrale per forze politiche populiste come il Movimento 5 stelle e di sinistra come il Pd o le formazioni più radicali.

 

Il concetto di labor, di homo faber, segna la cultura occidentale fin dall'antica Roma, dove si contrappone alla schiavitù

I cultori fanno risalire l’idea al filosofo anglo-americano Thomas Paine, l’autore dei “Diritti dell’uomo”, che l’ha proposta per la prima volta a fine Settecento. Nel corso di due secoli è stata ripresa da pensatori ed economisti di opposte estrazioni politiche e culturali, da socialisti utopistici come Joseph Charlier, seguace di Charles Fourier, a liberali come Milton Friedman. Nelle sue versioni più moderne, c’è un minimo comune denominatore: il reddito viene erogato in modo incondizionato, a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o della disponibilità a lavorare. Questo resta l’obiettivo di lungo periodo, la promessa per l’avvenire annunciata dai profeti pentastellati, quando l’umanità, asciugato il sudore dalla propria fronte avrà lasciato campo libero alle macchine antropomorfe e all’intelligenza artificiale. In attesa del comunismo tecnologico, i parlamentari grillini si accontentano di proporre un sostegno a chi guadagna meno di 9.360 euro l’anno (pari a sei decimi del reddito medio nell’Unione europea). Si tratta di una integrazione per colmare il divario tra il reddito effettivamente guadagnato e quello che dovrebbe rappresentare il minimo garantito. Non un intervento universale, ma selettivo. Il beneficiario dovrebbe inoltre partecipare a progetti di formazione e reinserimento sociale, pena la perdita dell’integrazione. Insomma, anche se il M5s prevede stanziamenti molto più corposi, non c’è molto di diverso dal Ris, il reddito di inclusione sociale che dal primo gennaio diventa lo strumento principale di lotta alla povertà.

 

Un vero reddito di cittadinanza, del resto, non esiste in nessun paese. E’ stato introdotto solo in Alaska dove una parte dei proventi petroliferi è stata versata in un fondo ad hoc. In ogni caso si tratta di un ammontare non superiore ai 2 mila dollari l’anno. Esperimenti limitati vengono tentati in Finlandia, Olanda e Kenya; dunque nessuno può sapere se funziona. I teorici liberisti immaginavano che potesse favorire una maggiore flessibilità dell’occupazione. In realtà, staccato da qualsiasi prestazione lavorativa depaupera il capitale umano, alimenta una cultura assistenziale, peggiora la trappola della povertà intesa non solo in termini di reddito, ma di collocazione sociale. Il fatto è che ormai il cuore della politica batte più per la redistribuzione che per la produzione e l’agenda elettorale di tutti i partiti tende a moltiplicare le promesse assistenziali. L’industria 4.0 è il filo conduttore del libro di Segantini. Nella sua versione politica si basa su incentivi agli investimenti, ha avuto successo e il merito va al ministro Carlo Calenda, ma rischia di diventare una eccezione soprattutto se il lavoro perde il suo valore centrale in barba alla “costituzione più bella del mondo”. L’ideologia del rifiuto ha scavato a lungo e in profondità, come una vecchia talpa, mangiandosi una a una le stesse radici del movimento operaio e sindacale, un movimento laburista, fondato e costruito sul lavoro. E’ la rivincita nichilista di Toni Negri, di Potere operaio, della Autonomia operaia, dell’azione disgregatrice cominciata negli anni Settanta?

 

Riflettendo proprio sugli inganni di quel tempo, Primo Levi, sopravvissuto ai lager nazisti (sulla cui porta d’ingresso campeggiava la scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi), ricorda che “per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio e una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica, ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia, ma anche oggi come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo e come, per converso, chi lavorare non sa o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero… Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge”.

 

Adesso, la famosa frase marxista diventa: "da ciascuno secondo i suoi desideri, a ciascuno secondo i suoi diritti"

Lavorare, dunque, non stanca. Non solo. Il concetto di labor, di homo faber, segna la cultura occidentale fin dall’antica Roma, dove si contrappone alla schiavitù, anzi è, come per Virgilio, strumento fondamentale del cammino verso l’elevazione morale e il progresso. In questo l’umanesimo romano si distingue dalla visione biblica del lavoro come condanna per il peccato originale, secondo la quale alla natura divina dell’uomo s’addice solo l’Eden, una concezione che ha ispirato anche il Marx giovane quando sognava l’era dell’abbondanza nella quale la gente si dedica ai piaceri, fisici o intellettuali, e la chiamava comunismo.

 

L’Italia, paese povero di materie prime, ha sempre potuto contare su una sola risorsa produttiva, grande e abbondante, l’unica tipicamente umana. La trasformazione del paese da “espressione geografica” a nazione indipendente, il suo decollo, la modernizzazione, fino al miracolo economico degli anni Cinquanta-Sessanta, tutto è stato fondato sul lavoro. Il problema economico della penisola non è mai stato la scarsità di lavoratori, il rifiuto della operosità da parte loro, l’assenza di parsimonia delle loro famiglie, scrive lo storico dell’economia Pierluigi Ciocca in “Ricchi per sempre?”. Al contrario, la storia della manodopera italiana è caratterizzata da impegno, sacrificio, risparmio, emigrazione quando il proprio paese non ha avuto da offrire condizioni di lavoro e di vita adeguate. Su 70 milioni di italiani nati tra il 1861 e il 1961 circa 20 milioni sono espatriati. Il capitalismo italiano è fondato sul lavoro più che sul capitale, hanno scritto gli storici, ma attenzione, non sulla generica erogazione della forza lavoro, bensì su una qualità particolare che alcuni hanno definito artigianato organizzato. Vittorio Valletta disse all’Assemblea costituente che il Nord Italia era “l’unico granaio meccanico d’Europa” con il suo pullulare di laboratori, fabbrichette, officine. L’inchiesta di Segantini dimostra che è ancora così, anche se la rottura ideologica e sociale non si è mai davvero ricomposta, nemmeno su nuove basi. Anzi, senza una riappropriazione culturale, la tecnologia finisce per creare nuovi mostri.

 

Scrive Primo Levi: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”. Quando uscì, “La chiave a stella” venne attaccato dalla sinistra più radicale, quella del lavoro come mera alienazione, come puro sfruttamento, non solo quella del rifiuto violento, spesso armato. L’anno successivo vinse il Premio Strega ma è rimasto da allora sugli scaffali sommerso di polvere, considerato uno scritto se non minore, certo atipico dell’autore di “Se questo è un uomo” e “La tregua”. Oggi che il paradigma è cambiato così tanto, Primo Levi manterrebbe ancora saldamente il suo ardito ponte tra lavoro e felicità? Non sapremo mai la risposta, ma forse potremmo trovarne tracce nelle pagine di un altro suo libro “Il sistema periodico” quando racconta perché decise di studiare chimica: “La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia… Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi”. A Levi sarebbe piaciuto un tipo come Filippo Quaranta, intervistato da Segantini. Ha fatto il percorso inverso nella MA, azienda dell’indotto automobilistico che sorge dove c’era il grande stabilimento della Lancia a Chivasso, perché ha cominciato in ufficio come project manager, poi è stato trasferito in fabbrica cambiando funzione operativa ogni tre anni. E ora dice: “Chi si sveglia alle quattro e mezza del mattino per fare il primo turno, è spinto dalla necessità, ma anche dalla voglia di fare bene il proprio lavoro. C’è un Faussone in ognuno di noi”. Guai a chi non lo riconosce, ma guai anche a chi se ne approfitta.

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