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Fine anno al Quirinale

“Occorre da parte di tutti realismo, solidarietà e fiducia. E quando voi chiedete alla classe politica di darvi questa fiducia, ritenete di poter dire che ciascuno di voi la ritrovi anzitutto in se stesso?”. Tre discorsi di fine anno prima di quello di Sergio Mattarella

31 Dicembre 2017 alle 06:15

Fine anno al Quirinale

Foto LaPresse

Il discorso di Giuseppe Saragat del 1967

Palazzo del Quirinale, Roma, 31 dicembre 1967

  

Italiani, è consuetudine civile che il capo dello stato alla fine dell’anno e all’inizio dell’anno nuovo si rivolga a tutti i concittadini per inviare a ognuno di essi il suo affettuoso augurio. E io colgo questa lieta occasione per dire a voi, cari concittadini, tutto il bene che vi auguro e le ragioni per cui tale augurio mi pare confortato dalle più serie valutazioni.

 

In una situazione economica internazionale caratterizzata specie nei paesi a noi più vicini dal rallentamento del ritmo di espansione, il nostro sistema economico si è sviluppato per il secondo anno consecutivo in misura superiore a quella media prevista dal programma quinquennale.

 

Notevole è stata la ripresa degli investimenti che ha determinato la creazione di nuovi posti di lavoro con la conseguente riduzione del numero dei disoccupati e sottoccupati. Ciò ha favorito il reinserimento nel campo produttivo di molti lavoratori rientrati in patria a seguito della crisi in altri paesi.

 

Nel viaggio da me compiuto in Canada e in Australia, con soste negli Stati Uniti d’America e in alcuni paesi asiatici, ho incontrato folle di connazionali e ho sentito intorno a me un’Italia profonda, nobile, generosa: l’Italia degli emigrati, i quali – lungi dal serbare amarezza verso una patria in cui non avevano trovato possibilità di lavoro – la venerano con affetto di figli. Questo però ci impegna ad adoperarci ancora di più affinché la nostra terra, piccola di superficie, quasi priva di materie prime e densamente popolata, ma ricca di energie umane, sia presto in grado di dar lavoro a tutti i suoi figli. 

Lo sviluppo dell’economia, che ha come premessa necessaria la sostanziale stabilità dei prezzi, richiede che vengano accresciute le cosiddette infrastrutture – case popolari, ospedali, scuole, strade, attrezzature portuali e simili – che la pubblica amministrazione è chiamata a fornire alla collettività. A questo fine occorre assicurare che gli interventi della pubblica amministrazione siano indirizzati unicamente al soddisfacimento di esigenze collettive.

 

Confortante è l’esame dei nostri scambi di merci e servizi con l’estero che hanno consentito una soddisfacente stabilità monetaria, la quale è e deve restare il presupposto di un ordinato progresso economico e sociale del paese, come non soltanto insegna la dottrina, ma ammoniscono le esperienze passate e recenti compiute dal nostro e dagli altri paesi.

 

In questo dopoguerra un secondo risorgimento industriale ha ravvivato il nostro paese. La laboriosità dei suoi operai, contadini e impiegati, la responsabile iniziativa dei suoi imprenditori, l’ambiente democratico che è stato creato dalla sua classe politica hanno trasformato le sue strutture produttive e lo hanno collocato tra i maggiori produttori ed esportatori di beni manufatti.

 

Ma a differenza del primo manifestarsi del processo di industrializzazione che avvenne sotto la protezione di barriere doganali, quello di cui gli italiani di oggi sono protagonisti si è svolto all’insegna dell’apertura dei mercati e dell’integrazione europea.

 

Questa politica, che ha dato copiosi frutti, non soltanto va perseguita con tenacia per il benessere economico dei popoli, ma deve anche essere difesa con fermezza dagli attacchi che di tempo in tempo le sono portati nell’intento di ritardare il processo di integrazione europea.

 

L’ultimo di questi attacchi è stato in questi giorni vigorosamente fronteggiato a Bruxelles.

 

Il 1967 ha offerto alla Comunità europea l’occasione storica di accettare l’adesione della Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda e Norvegia, intensificando il processo di unificazione dell’Europa.

 

Lo spirito della Comunità economica europea è, sul piano economico, l’apertura dei mercati e, su quello politico, l’europeismo. A Bruxelles ci siamo scontrati con qualcosa di diametralmente opposto: il nazionalismo.

 

Lo sforzo del nostro paese per avviare immediati negoziati con la Gran Bretagna ha visto convergere sulle nostre posizioni quattro altri paesi della Comunità europea, ma non ha potuto condurre all’unanimità per una decisione positiva. E’ stata perduta una grande occasione e non sarà facile porre rimedio all’errore compiuto. Fortunatamente la Gran Bretagna ha già confermato il suo proposito di cercare con tenacia di unirsi con quanti sinceramente continueranno a ricercare l’unità dell’Europa.

 

Noi siamo consapevoli che solo con l’apporto della Gran Bretagna l’Europa potrà affermarsi come interlocutore valido tra i due colossi delle potenze mondiali: Stati Uniti d’America e Unione Sovietica. Solo con questo apporto l’Europa, arricchita dall’alto livello scientifico e tecnologico della Gran Bretagna e soprattutto dal suo volume di libertà, di democrazia e di socialità, potrà affermarsi come fattore mondiale di progresso e di pace. Di pace soprattutto di cui il mondo e l’Italia hanno tanto bisogno. […]

 

Lo scorso anno, in questa stessa circostanza, ricordando la celebrazione del ventesimo anniversario della proclamazione della Repubblica – sorta dalle lotte di liberazione in comunione di sacrifici con gli alleati – affermavo che è ad essa e alle sue libere istituzioni che l’Italia deve la sua ascesa fra le grandi nazioni del mondo.

 

Soltanto con la libertà e la democrazia l’Italia potrà continuare a progredire circondata dal crescente rispetto delle altre nazioni.

 

La democrazia è un rapporto fiduciario dei cittadini tra di loro e verso lo stato. Questo rapporto fiduciario si alimenta di solidarietà umana, soprattutto verso i più bisognosi, di rispetto delle leggi al cui vertice sta la Costituzione repubblicana, in una parola, di civismo. Certo esistono ancora, come in tutte le cose umane, lacune da colmare, errori da correggere, responsabilità da accertare e, se necessario, punire. Ma ciò che conta è il progressivo e irreversibile consolidarsi delle nostre libere istituzioni.

 

La Repubblica Italiana, fondata sul lavoro, è una realtà che si afferma con forza sempre crescente, tutelata dalla cosciente determinazione di tutto il popolo, dalla fermezza democratica di coloro a cui il popolo ha confidato il governo della cosa pubblica e dalla lealtà democratica degli organi dello stato.

 

Sicuro che tutto questo trovi nel vostro animo pieno consenso e rispondenza di sentimenti, mi è caro rinnovarvi i miei auguri di bene, aggiungendovi quel voto che tutti li comprende e che si esprime nell’augurio di ogni bene alla nostra Italia.

Giuseppe Saragat

(presidente della Repubblica, 1964-1970)

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    31 Dicembre 2017 - 20:08

    31/12/1967 - Saragat: "Ma ciò che conta è il progressivo e irreversibile consolidarsi delle nostre libere istituzioni." La scanzonata e folle ironia della Storia: l'anno dopo iniziò il sessantotto. La negazione ideologica e culturale delle "libere istituzioni" in essere. La ineludibile vacuità dei messaggi di fine anno. tono e copione sono obbligati. Però, non sarebbe dirompente e interessante vedere e sentire le reazioni ad un messaggio di fine anno del Presidente Mattarella che suonasse così: "Carissime concittadine, carissimi concittadini, tra sessantadue giorni sarete chiamati ad esercitare il vostro dovere/diritto di scegliere liberamente il governo del paese. Chi pensa d'astenersi danneggia se stesso e gli altri. A quelli, auspico la quasi totalità degli elettori che andranno, onestà e ruolo di Presidente di tutti, mi impongono un suggerimento: "Non aspettatevi regali da nessuno". Viva la Costituzione, Viva l'Italia". Forse è troppo breve?

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