Includere i lavoratori nei processi (e nei profitti) rafforza le aziende

Perché è necessario adottare strumenti di policy che rendano la tecnologia complementare, e non sostituta, dell’occupazione

Perché includere i lavoratori nei processi (e nei profitti) rafforza le aziende

foto di Igor Shatokhin via Flickr

Per far crescere l’Italia, devono crescere le imprese. La nostra struttura produttiva è caratterizzata da un’estrema frammentazione: si tratta di un patrimonio di creatività e flessibilità, ma potrà generare i rendimenti attesi solo se vengono tolti gli ostacoli alla crescita dimensionale delle aziende. Un recente rapporto dell’Istat mostra che, nel 2015, gli investimenti sono aumentati del 12 per cento nelle imprese con più di 20 addetti e dell’1,2 per cento in quelle tra i 10 e i 20 addetti, ma crollati in quelle con meno di 10 addetti (meno 18,7 per cento). Poiché gli investimenti di oggi sono il seme del valore di domani, il sostegno agli investimenti – e l’eliminazione degli ostacoli alla crescita dimensionale – non possono non essere obiettivi primari della politica economica italiana. Molte riforme introdotte negli ultimi anni vanno in questa direzione. Contemporaneamente, non bisogna perdere di vista un altro aspetto: per generare gli effetti desiderati del lungo termine, la crescita deve essere inclusiva. Occorre, cioè, adottare strumenti di policy – dallo stimolo agli investimenti in capitale umano alle politiche attive del lavoro – che rendano la tecnologia complementare, e non sostituta, dell’occupazione. I paesi più dinamici sono riusciti a trovare questo equilibrio: è il caso della Germania, dove un contesto istituzionale favorevole e un ruolo proattivo dei sindacati hanno consentito di coniugare una diffusa automazione con la tutela dei livelli occupazionali. Se ne è parlato ieri in un convegno organizzato dalla Fondazione EYU, nel quale è stato presentato l’avvio di un progetto di ricerca su “Human - machine: new policies for the future of work” in collaborazione con Google e con le principali fondazioni progressiste europee (Foundation for European Progressive Studies, Fondation Jean Jaurès, Fundação ResPublica e Johannes Mihkelson Centre), oltre che col think tank Tortuga. La ricerca dovrà indagare le diverse dimensioni del rapporto tra automazione, produttività, occupazione e disuguaglianze, traendone le conseguenti indicazioni di policy.

 

Un tema interessante, in questa prospettiva, è la via italiana alla crescita inclusiva, che si è venuta a delineare in questi anni. Il disegno iniziato col Jobs Act prevede infatti un graduale passaggio da un sistema di welfare fondato sulla tutela del posto di lavoro a uno che mette al centro il lavoratore, le sue esigenze e la formazione continua. La legge di bilancio aggiunge alcuni tasselli. In particolare, la formazione 4.0 finalmente orienta le attività di formazione delle imprese verso la complementarietà tra capitale e lavoro, stanziando 250 milioni di euro per il 2019-2020. E’ anche importante perseguire un pieno allineamento tra gli interessi del lavoratore e quelli dell’azienda: un contributo potenzialmente importante (anche se finora poco utilizzato) è la possibilità di pagare i premi di produttività in forma di azioni, per favorire l’azionariato diffuso. La detassazione dei premi di produttività ne è un ulteriore pilastro: grazie a tale strumento, circa 3 milioni di lavoratori hanno beneficiato di un aumento medio pari a 1.200 euro, a cui quest’anno si aggiunge la defiscalizzazione degli abbonamenti ai mezzi pubblici. Infine, i gruppi paritetici sono parte di 2.500 sui 13.000 contratti aziendali depositati al ministero del Lavoro: per i primi 800 euro di premio produttività l'azienda non paga i contributi. E’ un esempio in cui si incentiva la trattativa seria tra azienda e sindacato: l’una ottiene un concreto vantaggio sul costo del lavoro, l’altro – attraverso l’organismo paritetico – la possibilità di partecipare alle decisioni aziendali, tra l’altro, sui fronti della formazione e della sicurezza sul lavoro.

 

Queste misure, ovviamente, non sono la panacea di tutti i mali, ma rappresentano concreti passi avanti. Il quadro che si va a definire, per quanto necessario, da solo non basta: al di là del contesto delle regole, è essenziale che le parti sociali capiscano la natura delle sfide e delle opportunità che abbiamo davanti.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    19 Novembre 2017 - 17:05

    Ho sempre creduto nella necessita' di creare (pur tenendo conto delle diverse situazioni) una condivisione di interessi fra aziende e lavoratori, soprattutto perche' ho sempre avversato la c.d. lotta di classe. La possibilita' di partecipazione dei dipendenti al capitale azionario, specie se utilizzata come strumento di incentivazione, rappresenta probabilmente il modo migliore per la partecipazione ai risultati e per lo sviluppo del senso di apparenza. Non possiamo dimenticare tuttavia l'ostilita verso questa ipotesi da parte sindacale (CGIL in testa, ma li siamo ad una cultura industriale paleozoica) ed anche da parte confindustriale (probabilmente per lo stesso motivo per cui e' cosi' difficile quotarsi).

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