Il capitalismo sembrerebbe vivo, il capitale morto è la sua speranza

Schwarzman e De Soto toccasana razionali contro ai riflessi automatici. Altro che Piketty, una via per risolvere drammi e disordine

25 Ottobre 2017 alle 06:15

Il capitalismo sembrerebbe vivo, il capitale morto è la sua speranza

Foto di frankieleon via Flickr

Pronti alla smentita, il capitalismo sembrerebbe vivo e il capitale morto è la sua speranza. Uno due, sul Monde e sul Figaro. Stephen A. Schwarzman dice che la bolla finanziaria non scoppia, la finanza è diventata sempre più stimolante, l’economia non è eccessivamente drogata o fuori controllo, i mercati crescono proporzionalmente al pil, e anche di più, tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili, “salvo il rischio geopolitico”. Schwarzman ha fondato Blackstone nel 1985, oggi è il primo fondo di investimento al mondo (370 miliardi di dollari di impieghi), ha festeggiato i sessant’anni appena prima della caduta di Lehman Brothers, di cui ha evitato le conseguenze non impicciandosi di subprime. Fa il filantropo alla grande, nel campo sopra tutto della formazione, che ritiene essenziale nell’economia della conoscenza e nello sviluppo tecnologico che non si ferma. Come al solito in questi casi, ce l’ha con le tasse e le regole che rendono prigioniero il sistema e rendono difficile “creare lavoro e un’industria competitiva”.

 

Il suo parere conta. Il suo ottimismo si spiega. Quanto al rischio politico, è all’orecchio di Trump, che non ha sostenuto, e fa parte di quella nomenclatura che cerca di usare per il meglio l’imprevedibilità dell’Apprentice, non crede nell’America First ma si è fatto dare dai sauditi, dopo il recente viaggio promozionale della Casa Bianca, il fondo di gestione del rinnovo infrastrutturale in America.

 

Hernando De Soto è un economista liberale brillante e spericolato, ha scritto anni fa un libro fatale sul mistero del capitalismo e sul vero perché di diseguaglianze e povertà nel mondo, è l’opposto di Piketty, sostiene che tutto il problema sta nell’assenza di un inquadramento giuridico della proprietà diffusa tra sette miliardi di persone, il “capitale morto” dei non sviluppati che è ridotto a cosa e non è in grado di attivare la leva del plusvalore finanziario, e che l’apertura dei mercati e l’innovazione possono produrre il miracolo della resurrezione.

 

Ha sfidato Piketty a un pubblico confronto, invano. Piketty fa la vecchia lotta di classe, piena di rimproveri e rabbuffi al capitalismo, De Soto invece sostiene che Macron ha capito l’essenziale, che “bisogna capitalizzare l’innovazione, la finanza, i brevetti tecnologici e ogni tipo di associazione ingegnosa che migliora la produttività del lavoro”. La mondializzazione non è altro che l’espansione internazionale della rivoluzione industriale, il suo quadro di regole giuridiche deve essere ristrutturato ogni tanto, e in particolare oggi, ma il vero problema è far passare la proprietà dallo stato di cosa allo stato di contratto, e fare leva in quel mondo che ha comunque, il mondo povero, accompagnato il raddoppio dal 1960 al 2008 del reddito dell’intera umanità, come non era mai avvenuto in duemila anni, da Cristo alla Seconda guerra mondiale. Questa storia del capitale morto e del capitalismo vivo, due voci ma non delle meno significative, è un bel suggello di ottimismo razionale a discussioni fondate sulla perpetua rassegna dei rischi fatali, su stanche riproposizioni della spesa pubblica improduttiva, su localismi e desolidarizzazioni di diverso conio nel mondo ricco, e sembrerebbe anche l’unico modo di risolvere sul serio drammi come le migrazioni e il disordine mondiale. Ma per ascoltare queste voci c’è bisogno di un certo candore, Candide, e di una rinuncia alla pigrizia e ai vecchi automatici riflessi.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    25 Ottobre 2017 - 14:02

    Ho capito bene? Il “capitale morto”, forse meglio, in “sonno profondo” è quello in mano, frammentato, e quantitativamente e qualitativamente disuguale, in mano alle “masse”. Uso il termine solo per semplificare. Le èlite, politiche, militari, economiche, finanziarie, culturali, inutile girarci intorno, quelle che, dalla prima tribù, alla Cina di oggi, sono sempre state le vere protagoniste della lotta per il “potere”, hanno usato due principali indirizzi per utilizzare il “capitale in sonno profondo”. Cooptarle in un assetto statalista o fornire le condizioni minime e sufficienti per esprimersi in proprio. La differenza tra statalismo e liberismo è tutta lì. Nel primo caso si metteva in piedi uno stato etico, assistenziale e prevalentemente ugualitario, nel secondo si faceva leva sulla capacità, sull'impegno, sul merito e, ineliminabili, sugli egoismi individuali. Il migliore? Non interessa. Ambedue hanno il medesimo inciampo: l’ontologico crescere dei “desiderata” dell’uomo.

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