Euroindustria

Renzo Rosati

L’industria privata italiana resta europea e globalista con buona pace di Salvini & Grillo e seguaci

Roma. Il doppio record storico segnato nel 2016 dalle esportazioni italiane – 417 miliardi in cifra assoluta nell’anno, surplus commerciale di 51,6 miliardi al lordo di quanto importiamo di energia – dice innanzi tutto che l’industria c’è. Le nostre aziende lavorano, producono, creano posti di lavoro (non bastano, certo), stanno sul mercato ben diversamente da ciò dice la retorica piagnonista e declinista. Riescono a vendere dove la concorrenza è più agguerrita, Germania, Cina, Giappone, Stati Uniti, superando protezionismi dove esistono (Cina) e dove rischiano di aumentare (Usa), senza indulgere nell’attesa della mano pubblica e dell’assistenzialismo. Questo made in Italy vale un quarto del pil, mentre il surplus al lordo delle importazioni energetiche vale 3,2 punti del prodotto nazionale, e al netto raggiunge i 78 miliardi, cioè 4,8 punti percentuali. Non siamo ai valori assoluti della Germania ma quanto a surplus neppure troppo distanti: magari ricordarsene quando accusiamo i tedeschi di “affossare l’Europa” con il surplus che supera il vincolo Ue del 6 per cento.

 

Ciò che è più importante, l’Italia resta stabilmente tra i primi otto paesi esportatori del mondo, e per la manifattura è nel G5 con un avanzo di oltre 100 miliardi. Si parla principalmente di industria privata – Fiat Chrysler Automobiles (Fca) continua a riprendersi quote di mercato europeo, a gennaio ha appaiato la Ford al quarto posto – ma anche a controllo pubblico, vedi Fincantieri che esporta il 62 per cento del fatturato ma anche le Ferrovie dello stato che puntano a raddoppiare dal 13 al 26 per cento gli introiti esteri, caso raro per un’azienda di servizi ex monopolista. Se si guarda ai settori più dinamici, gli aumenti maggiori sono dei prodotti petroliferi (che però principalmente importiamo), e di automobili, medicinali, alimentari. Non ci sono per una volta la moda, l’abbigliamento, i mobili, settori che soffrono delle sanzioni alla Russia e del calo di consumi nei paesi arabi. E per quanto riguarda i singoli mercati, se la Germania rimane il partner principale, sono Giappone, Cina, Stati Uniti e sud America ad aumentare di più l’acquisto di prodotti italiani, con trend superiori al 10 per cento: per l’esattezza 40 miliardi su 51,6 del surplus commerciale, i quattro quinti, è extra Unione europea. Il che dimostra due cose: il mercato europeo e la moneta unica non ci danneggiano mentre quando le cose vanno bene nella Ue vanno bene anche per noi. E, seconda cosa, le aziende italiane esportano in estremo oriente e in America, nord e sud.

 

Tutto questo dovrebbe dire qualcosa ai sovranisti della lira, ai trumpisti di ritorno della politica italiana, agli autarchici oppositori del libero scambio, quelli che avevano già bocciato a priori il trattato con gli Stati Uniti (siluro ricambiato da Donald Trump), a quanti hanno perfino individuato una minaccia nel Ceta, l’accordo doganale con il Canada appena approvato dal parlamento europeo e che dovrà essere recepito dai singoli paesi. “Un disastro per i nostri prodotti”, lo ha definito Matteo Salvini. “Un rischio per la democrazia, l’ambiente e la salute” ha detto Beppe Grillo. Un asse di anti-globalizzatori, i quali magari preferiscono difendere i tassisti e le municipalizzate catorcio pluriassistite (Movimento 5 stelle); oppure (Lega) ignorano che distretti leader nelle esportazioni sono in gran parte nelle regioni da loro amministrate, Veneto e Lombardia. Per non parlare, in area “left”, dei sacerdoti dell’alimentare a chilometro zero à la Carlin Petrini, ma anche del suo singolare esegeta Oscar Farinetti, che pure ha portato Eataly a New York, San Paolo del Brasile, Dubai, Riyhad e Doha, e presto aprirà in Cina e India. E lasciando perdere la campagna anti-Fca, che determina l’export di Campania e Basilicata, condotta fin dall’inizio dalla Fiom. Questi risultati della migliore imprenditoria italiana avvengono mentre non è completo, anzi spesso non è ancora partito, il passaggio alla digitalizzazione di Industria 4.0. Sul quale sono forti le resistenze della Cgil, perché, indovinate un po’, “tolgono centralità ai contratti nazionali”. Eh sì, meglio esportare statali e pensionati. 

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