Il Consorzio Ingegneri Ferroviari al cantiere della stazione (foto Città di Parma via Flickr)

La sciocca polemica sugli ingegneri a basso costo

Franco Debenedetti
Se in Italia si investe poco, se da vent’anni o giù di lì cresciamo meno degli altri paesi europei, è perché non cresce o non cresce affatto la Produttività totale dei fattori, e questo va a scapito della dinamica del costo lavoro, ingegneri compresi. Il nostro paese non funziona a causa degli interessi coalizzati.

"Investite in Italia, abbiamo ingegneri bravissimi che costano meno che altrove”, scrive il ministero dello Sviluppo economico nella brochure “Invest in Italy”. L’affermazione scandalizza Eleonora Voltolina (La Repubblica degli Stagisti), è ripresa da “Diritti globali”, è fatta oggetto di interrogazione da Sinistra italiana in quanto “vergognoso e imbarazzante”, è “una logica da rottamare” per l’Istituto Gramsci su Huffington Post, e via deprecando: la Repubblica ne riferisce il 3 ottobre e, con l’editoriale di Fabio Bogo su Affari & Finanza, rincara la dose.

 

Il caso è interessante dal punto di vista logico: un’affermazione che accusando spiega, un’accusa che è essa stessa causa di ciò che deplora. Non dicono che l’affermazione sia falsa, anzi ne danno dimostrazione in grafici e tabelle. L’accusa è di essere causa, o quantomeno di rivelare l’intento di quello che un tempo avrebbero chiamato un “modello di sviluppo”. Non sanno darsi pace che oggi il salario degli ingegneri non è un prezzo amministrato, e che la decisione su dove e per fare che cosa convenga investire venga presa in base ai vantaggi comparati offerti dai vari paesi.

 

Se in Italia si investe poco, se da vent’anni o giù di lì cresciamo meno degli altri paesi europei, è perché non cresce o non cresce affatto la Produttività totale dei fattori, e questo va a scapito della dinamica del costo lavoro, ingegneri compresi. Ma come fa a crescere la produttività se abbiamo le banche che…; il sistema della giustizia civile che… (di quello della giustizia penale per ovvi motivi non voglio parlare); il tempo per il recupero dei crediti, incominciando da quello verso la P.a., che…; una pressione fiscale che…; adempimenti burocratici che…; la possibilità, anche dopo il Jobs act, di modulare l’occupazione con l’andamento del ciclo che…; il Parlamento che si rimpalla la legge sulla concorrenza da…. E’ un elenco parziale delle cause della nostra bassa produttività e quindi della necessità di trovare compensazione sul costo del lavoro. Se il World economic putlook ci colloca al 128esimo posto quanto a efficienza del mercato del lavoro è a causa delle resistenze di interessi coalizzati: dai magistrati ai tassisti, dai dirigenti pubblici ai conducenti degli autobus di Roma, da Confindustria ai sindacati. Ce n’è per tutti: ma da che parte di quei puntini di sospensione sono stati e stanno quelli che lanciano al governo l’accusa di avere in mente un “modello di sviluppo” basato sulle basse retribuzioni? Inoltre, in un’economia di mercato gli stipendi crescono se c’è più domanda: perfino tedeschi e inglesi nelle loro brochure citano i dati sul basso costo di questa o quella categoria di lavoratori. Da noi invece usare un dato oggettivo per attrarre investimenti è considerato un affronto alla dignità del lavoratore. Piuttosto che il paese a essere low cost, è il dibattito a essere talvolta davvero dozzinale.

 

Questa l’aporia logica: non capire quali sono i meccanismi dei mercati concorrenziali che ci rendono non concorrenziali. I laureati che cercano all’estero le opportunità che non offre loro l’Italia, i capitali che cercano i siti più vantaggiosi, si muovono tutti in base a logiche di mercato. Essere un paese che funziona meglio o uno che paga peggio non dipende da una brochure del ministero, ma dal capire o dall’opporsi alla realtà del mercato concorrenziale.