Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Cos'è il paracadute bancario di Renzi

Alberto Brambilla
L’idea di un intervento statale ha calmato il panico post Brexit

Roma. Ha funzionato da blando calmante per i mercati la cortina di indiscrezioni diffuse nei giorni scorsi dal governo italiano a protezione di un fragile settore bancario massacrato dalle vendite sull’onda del panico post Brexit. La possibilità rilanciata dalla stampa di un intervento pubblico da 40 miliardi di euro nel capitale delle banche emerge dunque come un’azione difensiva per prevenire l’avanzata dei fondi speculativi ingolositi dai titoli bancari Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena ridotti a prezzi da “penny stocks”. L’indice di Borsa – composto al 20 per cento circa da titoli bancari – ieri ha recuperato il 3,3 per cento dopo avere registrato le due peggiori sedute di sempre all’indomani del “leave” inglese. Ora che i mercati rifiatano, l’idea di una stampella pubblica in soccorso alle banche viene derubricata da più fonti governative a mera ipotesi discussa ai massimi livelli istituzionali – presidenza del Consiglio, ministero dell’Economia, Banca d’Italia – e offerta come proposta alle autorità europee. “Sono molto tranquillo sul sistema bancario – ha detto ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi – In Europa con le istituzioni finanziarie siamo pronti a fare tutto quello che serve, se necessario, ma al momento non lo è, per salvare ogni soldo dei cittadini. Perciò non state a preoccuparvi”.

 

Le incerte conseguenze del distacco del Regno Unito dall’Unione europea, da completare probabilmente nel 2019, costituiscono un fattore d’instabilità permanente per i mercati che riemergerà ciclicamente. Per l’Italia – le cui banche in difficoltà rappresentano l’anello debole dell’Eurozona – può essere un’opportunità per invocare regole meno rigide su requisiti di capitale e salvataggi bancari. La Brexit è il pretesto usato da Roma per cercare di modificare le nuove e stringenti regole alle quali gli intermediari nazionali si sono dimostrati insofferenti. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stato tra i frontman della resistenza al bail-in con richieste pubbliche alle autorità europee di dare spazio allo stato per aiutare il credito in varie forme. La consumata ambizione è di emulare la Spagna che nel 2012 ha creato una bad bank con finanziamenti comunitari prima che le regole cambiassero. Bruxelles ha già avvertito che un’iniezione di capitale pubblico sovvertirebbe l’architettura del bail-in in vigore da quest’anno, secondo la direttiva Bank recovery and resolution directive che è stata congeniata all’indomani della crisi finanziaria per spostare l’onere dei salvataggi dai contribuenti (con i cosiddetti bail-out) ai privati partecipanti alla vita dell’istituto, azionisti e obbligazionisti. L’Italia ha recepito, approvato e usato la direttiva senza però riuscire a fare passare in sede negoziale la richiesta di un periodo transitorio.

 

Le banche italiane hanno problemi tignosi – alta esposizione ai debiti dell’euro-periferia, crediti deteriorati da record, bassa redditività, governance inferma – e il governo Renzi, che ne ha ereditato il fardello, ha fatto della ristrutturazione del settore una priorità. Da aprile il fondo Atlante, caldeggiato dal governo e partecipato della Cassa depositi e prestiti, ha soccorso le moribonde Popolare di Vicenza e Veneto Banca ma rischia di non avere abbastanza fondi per adempiere al suo compito principale, quello di smaltire parte dei crediti deteriorati che nell’industria hanno raggiunto la cifra monstre di 360 miliardi di euro.

 

La campagna renziana d’Europa per modificare le regole bancarie si scontra con l’opposizione della Germania che non avrebbe intenzione di condividere i rischi del mercato creditizio, verso una costituenda Unione bancaria, con una nazione dalle opinioni cangianti. La Francia può invece fare da sponda: un mese fa insieme all’Italia aveva chiesto alla Commissione di ammorbidire il nuovo standard prudenziale sulla capacità di assorbire perdite (Tlac) che insidia le banche “troppo grandi per fallire” come Unicredit, Société Générale, Bnp Paribas, Crédit Agricole, Groupe Bpce.

 

Come avverte Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della Sera, per fare passare una qualche forma d’intervento pubblico pro banche – che sia nella forma radicale dell’ingresso nel capitale, una meno ardita garanzia sulle emissioni di bond o uno scudo temporaneo – il vero scoglio sarà la Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker, con il quale dovrà trattare Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia che agisce da ministro per le relazioni comunitarie.
Lo spazio legale esiste in circostanze eccezionali, come appunto la Brexit: la direttiva sul bail-in prevede che gli stati possono intervenire “al fine di evitare gravi perturbazioni all’economia” a condizione che l’intervento sia di “carattere temporaneo” , “non distorca la concorrenza” e si concentri su banche “non in dissesto”. E’ possibile ma anche rischioso. Ubi Banca e Intesa Sanpaolo, banche sane tra i finanziatori di Atlante, hanno manifestato perplessità verso un ipotetico aiuto di stato per non apparire bisognose di sostegno agli occhi degli investitori. Avere poi fatto circolare la cifra di 40 miliardi, il supposto calibro dell’aiuto statale, mostra specularmente a quanto potrebbe ammontare la morchia dei crediti cattivi impossibili da recuperare nonostante gli sforzi.

 

Non solo. Renzi lunedì avrebbe fatto capire a Merkel della possibilità di un intervento della Cassa depositi e prestiti, senza ricevere “nein” preconcetti ma nemmeno una copertura politica totale sulle modalità che saranno da concordare con la Commissione Ue. Per Francesco Guerrera, di Politico.eu, dopo aver battuto diverse strade – quella privata, chiedendo alle banche rapidi aumenti di capitale, e quella pubblico-privata – un accordo del genere non è da escludere a priori, ma quale prezzo chiederà in cambio il periclitante Jean-Claude Juncker? Renzi pare tuttavia avere compreso la “fase 1” del “whatever it takes” di Mario Draghi: non è necessario dispiegare l’arsenale per calmare i mercati, basta dire di averlo pronto. Il problema è che poi qualcuno potrebbe chiedere davvero di mostrare il “bazooka”.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.