Yoram Gutgeld, consigliere economico di Palazzo Chigi (foto LaPresse)

Dalla Cdp alla banda larga, Gutgeld ci spiega il senso della "politica industriale" renziana

Marco Valerio Lo Prete
Il deputato del Pd commenta l'ultimo libro di Debenedetti ("Scegliere i vincitori, salvare i perdenti"). Non tutta la politica industriale, anche quella della Prima repubblica, va gettata a mare. Oggi "bisogna mettere in condizioni i privati di fare ciò che ritengono meglio".

Roma. “Nella storia d’Italia, la politica industriale non è stata sempre e comunque ‘un’insana idea’, ma certo oggi deve diventare innanzitutto ‘una politica per l’industria, che favorisca l’insieme delle imprese e l’insieme delle produzioni, cioè le condizioni del fare impresa’”. Con queste due diverse citazioni del libro “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, Yoram Gutgeld, in una conversazione con il Foglio, segna prima la distanza maggiore e subito dopo la principale affinità di vedute con Franco Debenedetti, l’autore del saggio appena pubblicato da Marsilio. Commentatore economico e manager di lungo corso, Debenedetti apre il suo lavoro sulla politica industriale con questa citazione dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni: “Anche nelle maggiori strettezze, i danari del pubblico si trovan sempre, per impiegarli a sproposito”.

 

Il consigliere economico di Palazzo Chigi fa capire invece che il passato della politica industriale italiana, cui è dedicata un’ampia e critica parte del libro, va valutato per esempio alla luce dell’eredità che ci ha lasciato e non solo di quella che è deperita a causa di errori vari: “Aziende come Eni, Enel e Finmeccanica nascono da quel percorso. Dagli anni 90, certo, sono state sottoposte anch’esse alla disciplina di mercato, ma oggi è indubitabile che si tratti ancora di grandi aziende. Anche l’Ilva viene da quella storia, poi è stata privatizzata e fino a quattro anni fa è stata una delle acciaierie più competitive d’Europa: perché ce ne saremmo dovuti privare fin dall’inizio?”. Allo stesso tempo, continua Gutgeld, dal passato viene l’insegnamento che, parafrasando Debenedetti, non tutti i passaggi dalla “metà del cielo” dell’industria pubblica alla “metà del cielo” privata sono stati un toccasana: “Telecom fu privatizzata alla fine degli anni 90 e nel 2000 era ancora la prima società europea di tlc per capitalizzazione di mercato, davanti a Deutsche Telekom e a France Telecom. Seguì subito dopo la sciagurata decisione, tra il 1999 e il 2001, di lasciar fare la scalata dei ‘capitani coraggiosi’, e ne è seguito un disastro totale”. Questa aneddotica giusto per dire che “in bianco e nero ci sono soltanto i film di Chaplin”, dice sorridendo il deputato del Pd.

 

Il presidente del Consiglio ha appena nominato un nuovo ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, richiamandolo addirittura – in quanto persona di fiducia – dal posto di ambasciatore italiano a Bruxelles. Una mossa da interpretare come una rinnovata voglia di interventismo pubblico? “Non sta a me definire i compiti del ministero dello Sviluppo. Dico però che se qualcuno pensa che questo governo voglia, ammesso che sia possibile, ricreare l’Iri, allora si sbaglia di grosso. Oggi l’oggetto più importante della politica industriale è uno: mettere in condizioni i privati di fare ciò che ritengono meglio”. E’ in quest’ottica che Gutgeld crede si tengano assieme la riforma costituzionale (“Non c’è soltanto la fine del bicameralismo paritario, ma anche la semplificazione della realtà odierna che vede cambiare leggi su lavoro, ambiente ed energia da regione a regione”), quella del lavoro, la semplificazione della burocrazia e l’accorciamento dei tempi della giustizia.

 


Carlo Calenda (foto LaPresse)


 

Le liberalizzazioni, secondo Gutgeld, appartengono a questo primo filone di politica industriale: “Ci sono quelle che riguardano mercati chiusi come le farmacie, e faccio notare che fosse per la Camera dei deputati avremmo già approvato il ddl Concorrenza. La riforma costituzionale serve anche per correggere questa anomalia. Poi c’è la trasformazione delle banche popolari in Spa, decisa sempre da questo governo”. E il Fondo Atlante, con al suo interno l’intervento della Cassa depositi e prestiti? “Quello della Cdp è un intervento non determinante in un Fondo che rimane precipuamente un veicolo privato. Se ben gestito, credo che sarà un buon investimento che attrarrà altri operatori”.

 

In subordine, il ministero dello Sviluppo e in generale il governo hanno il compito di tamponare le crisi industriali: “Ci sono aziende che meritano di essere salvate per i posti di lavoro che ne dipendono e anche per il patrimonio industriale che appartiene loro. Nel paese più capitalistico del pianeta, gli Stati Uniti, non ci si è tirati indietro da interventi simili, per esempio su banche e industria automobilistica”. La sensazione è che il governo sia pronto a intervenire anche in settori con minori prospettive future, come la produzione dell’alluminio. Replica Gutgeld: l’esecutivo non intende mantenere in vita aziende che non possano farcela poi da sole. E poi cita il caso positivo di Electrolux. Si può tentare un bilancio dell’affaire Ilva, il primo intervento pubblico massiccio da attribuire al solo governo Renzi? “L’Ilva non è l’Alitalia degli anni 90 e 2000, su questo non ci piove. Il governo è intervenuto per salvare un’azienda che era competitiva e ha avviato un processo che deve portare a trovare un altro acquirente. Un acquirente che voglia valorizzare l’impianto di Taranto, non dismetterlo. Insisto: a differenza dell’operazione di sistema che salvò Alitalia, questa operazione ha un senso e una prospettiva di mercato”.

 

Infine c’è una politica industriale che consiste in “incentivi di vario tipo per sostenere l’innovazione”. Il consigliere di Palazzo Chigi cita l’esempio storico degli incentivi per l’energia solare che da sola non sarebbe mai diventata competitiva così presto con gli idrocarburi. Quindi accenna al piano per la competitività annunciato ufficialmente sul Corriere della Sera dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e anticipato in marzo dal Foglio: “Abbassare le tasse per chi investe nelle piccole e medie imprese, favorendo un approccio meno bancocentrico, o incentivare le aggregazioni tra piccole imprese, ecco due modi per tentare di incidere sul futuro”. All’ex manager di McKinsey chiediamo delucidazioni sul dossier banda larga, con la frenesia delle ultime ore tra Enel (primo azionista il ministero dell’Economia) e Telecom che si accapigliano sul futuro di Metroweb (partecipata dalla Cassa depositi e prestiti).

 


Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)


 

Crede alla teoria dello “Stato innovatore” dell’economista Mariana Mazzucato? “Credo solo che l’innovazione, all’inizio, può essere poco competitiva. Perciò è da incentivare”. Tuttavia la partita della banda larga è un caso di scuola, secondo Debenedetti e non solo lui, in cui il governo ritiene di poter scegliere, seduto alla sua scrivania, qual è il modo più conveniente di cablare il paese, optando per una tecnologia invece che per un’altra, quindi privilegiando per il momento Enel a discapito di concorrenti. “Non è così: nel caso specifico, il nostro piano per la banda larga favorisce la fibra a casa per motivi di performance. Negli Stati Uniti e in Asia si sta andando verso velocità di 1 giga. D’altronde non è per la presunta cattiveria di Telecom che in Italia siamo così indietro nella banda larga. E’ mancata la spinta competitiva che in altri paesi è stata fornita dalla televisione via cavo che da noi non c’è”. Conclusione di Gutgeld: “Siamo un governo pro mercato, ci muoviamo quindi pragmaticamente e caso per caso in base a dei valori, non cediamo a ideologie di sorta”.