Così l'Iran insidia l'accordo Russia-Arabia Saudita

Eugenio Dacrema
Dopo l’importante intesa raggiunta in Qatar tra Arabia Saudita e Russia sul “congelamento” degli attuali livelli di produzione di greggio l’attenzione si è spostata verso il grande assente: l’Iran. Indagine sugli umori del regime e le prospettive post-sanzioni.

    Roma. Dopo l’importante intesa raggiunta in Qatar tra Arabia Saudita e Russia sul “congelamento” degli attuali livelli di produzione di greggio l’attenzione degli osservatori si è spostata verso il grande assente dell’incontro, dal quale dipende però la riuscita dell’intera operazione: l’Iran.

     

    L’accordo raggiunto a Doha prevede infatti che lo stop all’aumento della produzione entri in funzione solo se tutti gli altri membri dell’Opec, Iran compreso, ne accettino i termini. Gli osservatori hanno immediatamente espresso grande scetticismo su tale possibilità; l’Iran ha bisogno di ricominciare a pompare olio sul mercato per curare la sua economia danneggiata da anni di sanzioni, l’unico vero fattore che ha spinto Teheran ad accettare il blocco del proprio programma nucleare e a firmare l’accordo col P5+1. Al massimo, dicono alcuni, potrebbe accettare un rientro sul mercato “scaglionato”, cioè procrastinando nel tempo il raggiungimento del livello pre-sanzioni: circa 4 milioni di barili al giorno. Uno scenario improbabile, ma pur sempre possibile. A renderlo più realistico di quanto sospettato inizialmente potrebbero infatti intervenire le diatribe interne al regime degli Ayatollah,  le cui diverse fazioni sarebbero sempre più ai ferri corti per la gestione della politica e dell’economia nazionali nell’era post sanzioni.

     

    Sondare il polso delle tensioni interne al regime non è mai semplice, ma un segnale importante è venuto nei giorni scorsi. Dal 22 al 24 febbraio avrebbe infatti dovuto tenersi a Londra la conferenza di presentazione dei nuovi contratti petroliferi confezionati dallo stato iraniano per attrarre quanti più capitali stranieri possibili nell’industria energetica nazionale, attualmente moribonda a causa delle sanzioni ma con tutte le potenzialità per ritornare in auge come e più del passato. Oltre cento colossi energetici da tutto il mondo, con l’italiana Eni in prima fila, avrebbero dovuto riunirsi a Londra per ascoltare i dettagli e le condizioni dei contratti offerti dalle autorità iraniane per lo sviluppo di 52 progetti su tutto il territorio nazionale. Tutti contratti di partnership con compagnie locali, in quanto la costituzione iraniana impedisce che giacimenti nazionali siano dati in concessione esclusiva a una compagnia straniera.

     

    [**Video_box_2**]La conferenza di Londra avrebbe dovuto seguire un incontro preparatorio avvenuto a Teheran in novembre, in cui le aziende erano rimaste un po’ deluse dalla vaghezza delle informazioni fornite dalle autorità iraniane in merito ai futuri contratti, vaghezza che speravano venisse dissipata a Londra. Ma così non è stato. Non è la prima volta che questa conferenza viene rimandata. L’evento era già stato annullato altre tre volte a causa delle sanzioni, ma contro ogni aspettativa è stato annullato anche questa volta. Nonostante le giustificazioni di circostanza fornite da Teheran le ragioni sembrano chiare: in vista dell’appuntamento elettorale di fine mese si sta scaldando il conflitto interno fra le due ali principali che compongono il complesso panorama politico iraniano: i “moderati” riuniti intorno al presidente Rouhani e i “falchi” che fanno capo simbolicamente alla guida Khamenei e alla fitta rete di interessi e affari che in questi decenni è cresciuta intorno alle istituzioni più conservatrici come i Guardiani della Rivoluzione. Secondo dichiarazioni anonime provenienti da ufficiali iraniani raccolte dall’agenzia Reuters i falchi lamentano i termini troppo favorevoli alle compagnie straniere contenuti nei contratti stilati dal governo che andrebbero contro lo spirito della costituzione iraniana. Secondo il governo tali condizioni sarebbero però necessarie per riuscire a convincere le grandi compagnie a investire nonostante i prezzi petroliferi ai minimi storici.

     

    Ma al di là delle questioni di principio appare evidente come l’ala conservatrice voglia avere maggiore leverage nella gestione delle preziose risorse nazionali nell’era post-sanzioni e impedire che i moderati si assumano tutti i meriti per aver rivitalizzato l’industria energetica nazionale, con tutto quello che ciò comporta a livello elettorale. La conferenza è quindi posticipata a periodi meno politicamente sensibili, probabilmente a marzo o aprile. Ma ciò che si è consumato in questi giorni, oltre a essere una mano inaspettata per arginare la caduta libera dei prezzi petroliferi, è forse il primo importante round della lotta politica che caratterizzerà l’Iran dell’era post-sanzioni.