cerca

Il 2016 sarà l'anno della "prova Hume" per l'economia italiana

“E' molto allettante per un ministro ricorrere a tale espediente, [il debito pubblico appunto], perché ciò gli consente di fare bella figura durante la sua amministrazione, senza sovraccaricare i cittadini di tasse. Per questa ragione, ogni governo abuserà della pratica di contrarre debiti”. Le intuizioni del filosofo ed economista scozzese del XVIII secolo

4 Gennaio 2016 alle 13:22

Il 2016 sarà l'anno della "prova Hume" per l'economia italiana

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale. Qui potete trovare l'audio, di seguito invece il testo con i link.

 

La scorsa settimana ho analizzato l’approvazione in Parlamento della legge di Stabilità per il 2016 ricorrendo al pensiero dell’economista inglese David Ricardo, vissuto tra il 1772 e il 1823. In particolare ho ricordato alcune implicazioni del binomio “meno tasse, più deficit” con il quale è possibile sintetizzare al momento l’operato del governo Renzi in materia fiscale. Secondo Ricardo, un ipotetico consumatore previdente ritiene che, a fronte di un maggiore indebitamento oggi, il governo dovrà aumentare di nuovo le imposte domani per rimborsare questo maggior debito e gli interessi accumulati. Detto in altri termini: una riduzione delle imposte finanziata con il debito non riduce il carico fiscale, ma lo trasla nel futuro e perciò non dovrebbe incoraggiare i consumatori a spendere di più. Ecco l’equivalenza ricardiana: il debito pubblico equivale a tasse future. Che i cittadini siano così previdenti, o anche solo informati a sufficienza per agire in maniera a tal punto razionale, è da verificare di volta in volta.

 

Certo è che l’andamento del debito pubblico sarà uno dei criteri fondamentali per valutare la ripresa dell’economia italiana nel 2016. Nell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle il rapporto tra debito pubblico e pil italiano è aumentato ancora rispetto all’anno precedente, nonostante la crescita lievemente positiva, passando dal 132,1% al 132,8%. Prima di Ricardo, a soffermarsi su questo elemento chiave della saluta macroeconomica di un paese fu anche David Hume, filosofo ed economista nato a Edimburgo in Scozia nel 1711 e scomparso nel 1776.

 

Nella sua opera intitolata “Conversazioni politiche”, del 1752, vi è un capitolo dedicato appunto al debito pubblico. Nel quale si sostiene tra le altre cose che “è molto allettante per un ministro ricorrere a tale espediente, [il debito pubblico appunto], perché ciò gli consente di fare bella figura durante la sua amministrazione, senza sovraccaricare i cittadini di tasse. Per questa ragione, praticamente ogni governo abuserà della pratica di contrarre debiti”. Si tratta di una anticipazione dei temi approfonditi dalla scuola di Public choice della metà del ventesimo secolo, il cui maestro James Buchanan fu anche insignito di un Premio Nobel per l’Economia nel 1986. Hume, nello stesso saggio, riconosceva anche gli effetti di “stimolo” di breve termine che l’indebitamento genera per l’economia di un paese. Tra gli effetti negativi, invece, sottolineava una concentrazione eccessiva di ricchezza nella capitale del paese, allora Londra che era – come ancora oggi – la sede del governo inglese; poi il fatto che un debito pubblico elevato nel medio-lungo periodo comporta inevitabilmente tasse più elevate; infine una maggiore dipendenza dai creditori internazionali che acquistano titoli del debito pubblico emesso dal governo nazionale.  

 

L’attualità delle intuizioni di Hume, non solo sul debito pubblico, ne fa uno dei maggiori economisti e filosofi del XVIII secolo. Il pensatore scozzese era anche un antimercantilista radicale, secondo cui non era possibile né conveniente raggiungere obiettivi come quello di accumulare oro e argento spingendo le esportazioni e limitando le importazioni. Per Hume la concorrenza internazionale è un fattore di sviluppo e non assomiglia a una guerra nel corso della quale all’avanzata di un paese deve corrispondere la retrocessione dell’avversario. Al punto che Hume, violando tanti cliché della sua epoca, scriveva: “Non soltanto come uomo, ma come cittadino britannico io prego per la prosperità commerciale della Germania, della Spagna, dell’Italia, perfino della Francia”.

 

E’ con queste riflessioni lungimiranti, critiche ma non prive di ottimismo dell’empirista scettico David Hume che anche dallo spazio di questa rubrica vi auguro buon anno. Ricordandovi di segnalarmi sia vostre domande su concetti economici che ritenete degni di approfondimento, sia riflessioni di autori classici del pensiero economico. Oikonomia infatti torna lunedì prossimo, ma è sempre su Twitter all’account @marcovaleriolp

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi