Abi e gli spigoli con il governo

Perché sembra infinito il cahier de doléances delle banche italiane

Marco Valerio Lo Prete
Autorità di risoluzione e bail-in, l’Europa vuole separare credito e stato. Ma il tormento bancario continua ancora su Ires e Jobs Act

Roma. “Le banche italiane sono determinate a realizzare il salvataggio di quattro banche del paese”, ha detto ieri il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), Antonio Patuelli, riferendosi a quattro istituti in difficoltà – Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio Chieti – da puntellare con due miliardi di euro. “Le banche pagano per conto loro la crisi senza aiuti di stato. E’ il massimo possibile, non so cos’altro dobbiamo inventare”, ha rivendicato Patuelli. Poi subito dopo ha chiesto “certezza” sugli indici patrimoniali da raggiungere, certezza “senza la quale per gli amministratori e gli azionisti diventa arduo lavorare”. Prove di forza alternate a lamentele (a volte col piattino in mano), non una novità nei recenti rapporti tra rappresentanza delle banche, governi e regolatori.  In un momento in cui, per gli istituti di credito, si sta però realizzando una sorta di distacco del cordone ombelicale dallo stato, soprattutto per volontà europea.

 

Da lunedì scorso è in vigore per esempio una nuova modalità di gestione delle crisi bancarie, con maggiori poteri per l’Autorità di risoluzione (istituita presso la Banca d’Italia). Da gennaio poi, sempre secondo le direttive europee, diventerà realtà il “bail-in” che chiama in causa azionisti, creditori e correntisti per il salvataggio degli istituti, e non automaticamente il contribuente. Un modo per scindere il rischio bancario da quello sovrano, appunto.

 

Ma al tempo stesso gli istituti di credito, che al mercato amano riferirsi, percorrono questa strada con malessere, alternando nei confronti del governo richieste di soluzioni protettive – anche comprensibili seppure in ritardo rispetto al contesto europeo, tipo la bad bank – a proteste corporative e deroghe discutibili come quella dal Jobs Act nell’ultimo contratto dei bancari. Alla prima fase di separazione dallo stato appartiene la creazione nella Banca d’Italia dell’Autorità di risoluzione, 37 funzionari che da lunedì scorso devono prevenire e gestire crisi anche potenziali (“failing” e “likely to fail”) secondo la direttiva europea Brrd (Bank recovery and resolution directive). L’Autorità, entro il 31 dicembre, predisporrà anche i primi tre “piani di risoluzione” per Intesa, Unicredit e Monte dei Paschi. Non sotto dettatura, si precisa, ma tutt’al più con la loro assistenza. Alla categoria di una certa continua lamentela appartengono invece le proteste per il taglio di 3,5 punti di Ires, l’imposta sulle società, annunciato per il 2017, chiaramente una misura nell’interesse delle imprese. Le grandi banche però la vivono come un problema, un “rischio di pesanti ripercussioni sui bilanci”: essendo infatti un alleggerimento fiscale, ridurrebbe la deducibilità dei crediti in sofferenza, per 6 miliardi sui 50 di “imposte differite attive”. In pratica minusvalenze da portare a compensazioni d’imposta sugli utili degli esercizi futuri.

 

[**Video_box_2**]Come anticipato dal Messaggero, “una rivolta” si è materializzata martedì sera in una riunione convocata a Milano dal presidente Patuelli, in vista dell’incontro di ieri con Roberto Gualtieri, presidente pd della commissione Economica e monetaria del Parlamento europeo. Il lobbying sull’Ires non andrà indirizzato a Strasburgo, visto che il fisco non è di competenza europea, quanto al Parlamento italiano. “Alle banche che cosa si può chiedere di più?”, continua a chiedere Patuelli. La risposta ovvia potrebbe essere una migliore gestione, e tutti tra l’altro ricordano la levata di scudi contro la trasformazione in Spa delle 10 maggiori banche popolari, tra le quali alcune che non brillano per risultati e trasparenza.

 

Il vittimismo allo sportello fa poi venire in mente le deroghe al Jobs Act nell’ultimo contratto di categoria, benché nei cinque anni passati gli esuberi siano stati 26 mila, e la sola Unicredit ne abbia appena annunciati altri 7 mila in Italia. Le aziende ribattono che non hanno la cassa integrazione (benché l’abbiano chiesta insistentemente), ma è evidente che nella fase di gigantismo degli anni Duemila qualcuno ha sbagliato i conti. Soprattutto, però, con il governo e la Banca d’Italia impegnati a ottenere da Bruxelles l’autorizzazione alla bad bank per liberare i bilanci da oltre 200 miliardi di euro di crediti in sofferenza, e con le politiche espansive della Banca centrale europea ben dispiegate, la rivolta contro il taglio dell’Ires appare incongrua. A meno che i banchieri non considerino anche quelli come degli attivi differiti.

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