Lo stabilimento dell'Ilva (foto LaPresse)

Mosse e ambizioni algerine per creare l'hub mediterraneo dell'acciaio che inguaia Taranto

Gabriele Moccia
L’Ilva, senza più mercato, potrebbe trovare un nuovo (e definitivo) nemico. Algeri intende raddoppiare la produzione nel 2017. Riflessi negativi anche per Piombino

Roma. Mentre in Libia si cerca (faticosamente) di comporre un accordo di pace, il governo italiano vola in Nordafrica (Algeria e Marocco) per cercare di sciogliere alcuni dei nodi economici, dal gas alla complessa partita dell’acciaio. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, è in questi giorni ad Algeri e a Rabat non solo per rafforzare le sinergie economiche con i due paesi del Maghreb, ma anche per disinnescare alcuni elementi delle rispettive agende dei governi locali che mettono a rischio le potenzialità dell’export italiano su questo quadrante, in primis nel campo siderurgico. L’Ilva, infatti, potrebbe trovare presto un nuovo temibile nemico proprio nell’Algeria.

 

I destini della più grande acciaieria d’Europa, a corto di clienti e di commesse, sono legati al Mediterraneo, in particolare alla crescita della domanda dei paesi del Maghreb. Ma il nuovo aggressivo progetto del governo di Algeri sull’espansione della produzione di acciaio, rischia di strozzare la prospettiva di un rilancio commerciale dello stabilimento tarantino, riducendone ulteriormente i mercati di sbocco. Il piano nasce dal ministro dell’Industria algerino, Abdessalem Bochouareb, che la Guidi ha visto. Il rappresentante algerino vuole creare un hub dell’acciaio per tutta l’Africa, rafforzando consorzi all’interno dell’Unione araba del ferro e dell’acciaio (Uafa). I numeri della Uafa, presentati in occasione dell’ultima assemblea generale possono fare paura: nel 2017 la produzione di acciaio nei paesi del Golfo raggiungerà 25 milioni di tonnellate, contro i 18,8 milioni di tonnellate nel 2014. Per i paesi del nord Africa è invece previsto un target produttivo di 21,6 milioni di tonnellate sempre per il 2017 (nel 2014 era di soli 12 milioni). Bochouareb ha lanciato un chiaro avvertimento, come riporta Radio Algerie: “Governi e imprese arabe devono prima di tutto preservare la siderurgia locale, confermando l’obiettivo di una riduzione del 10 per cento di divario tra produzione e domanda di acciaio”.

 

Del resto, la strada verso la riduzione dell’import delle materie prime (cemento, ferro e acciaio), che il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika ha avviato nel 2011 con il piano di diversificazione dell’economia nazionale, comincia a dare i suoi frutti. Secondo i dati dell’Agenzia delle dogane riportati dall’Algerian Press Service, il primo semestre 2015 ha visto un calo delle importazioni dei materiali per costruzioni del 12 per cento rispetto all’anno precedente. La politica del governo algerino di limitare le importazioni, è stata rafforzata da una dichiarazione della Banca centrale algerina, che ha deciso ancora una volta di intervenire raddoppiando la pressione sugli importatori. Nello specifico, Algeri intende limitare la possibilità di effettuare operazioni di commercio estero tramite l’agenzia nazionale per l’importazione di beni e servizi per la rivendita nello stato. Sia Bochouareb che il ministro ai Lavori pubblici, Abdelkader Kadi, spingono ora su investimenti e su nuove alleanze. Il gruppo siderurgico turco Tosyali ha da poco chiuso un accordo da 508 milioni di dollari con la cinese Sinosteel per costruire un nuovo impianto vicino a quello già esistente di Bethioua (Orano). L’obiettivo – come ha detto in un’intervista a Bloomberg l’amministratore delegato di Tosyali, è raggiungere l’obiettivo annuo di 3 milioni di tonnellate.

 

[**Video_box_2**]Altra joint venture lanciata di recente è quella tra la Qatar Steel Company e il gruppo pubblico algerino Sider per la costruzione di un’altra fabbrica nei pressi di Jiel da 2 miliardi di dollari e con una capacità produttiva di 4 milioni di tonnellate all’anno. Numeri di produzione che si avvicinano pericolosamente a quelli previsti dai vertici dell’Ilva. Anche il colosso dell’acciaio ArcelorMittal – che ha registrato nel secondo trimestre 2015 profitti netti in crescita a 179 milioni di dollari, una cifra più che triplicata rispetto al 2014 – ha appena ricevuto l’ultima tranche del prestito da 600 milioni di dollari della Banque extérieur d’Algérie per uno degli stabilimenti siderurgici più grandi d’Africa, quello di El Hadjar. Rispetto a questo disegno strategico sembra esserci poco spazio anche per il futuro degli ex impianti Lucchini a Piombino, ora in mano agli algerini di Cevital, anche se, ancora di recente, al presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, che gli ha fatto visita al polo logistico di Bejaia, il patron di Cevital, Isaad Rebrab, inviso ai vertici del governo del suo paese, ha confermato gli impegni. Solo ieri l’amministrazione cittadina ha detto che è pronto il decreto ministeriale che consentirà l’utilizzo di 20 milioni di euro per agevolare l’insediamento di nuove attività industriali nell’area. Vedremo.

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