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La crisi in Cina è colpa dello stato, non del capitalismo. Le tesi dell'Economist e non solo

Luciano Capone
La crisi cinese evidenzia che i problemi di Pechino sono dovuti all’ancora pervasiva presenza dello Stato considerando che è stato il settore libero e privato il motore della recente crescita cinese e non il dirigismo del partito comunista.

Il crollo delle borse cinesi di quest’estate e il netto rallentamento della crescita di Pechino, ormai lontana dalla doppia cifra degli anni passati, rischia di affossare le speranze di crescita globale, sia per i paesi in via di sviluppo che alimentano con le materie prime l’industria cinese che i paesi sviluppati che stanno con qualche fatica uscendo dalla depressione. In molti hanno criticato i limiti del modello economico cinese, l’esplosione delle criticità all’interno di un sistema centralizzato degli eccessi del libero mercato degli ultimi decenni.

 

In realtà la crisi cinese evidenzia che i problemi del capitalismo di Stato di Pechino sono dovuti all’ancora pervasiva presenza dello Stato più che agli eccessi del capitalismo come, d’altro canto, è stato il settore libero e privato il motore della recente crescita cinese e non il dirigismo del partito comunista. L’Economist nel suo ultimo numero dedica uno speciale alla Cina in cui mostra come sia stato il settore privato ad aver creato pressoché tutti i nuovi posti di lavoro nelle aree urbane e come il fiore all’occhiello dell’economia cinese, il manifatturiero più grande del mondo, sia quasi totalmente in mano ai privati ed è la voce principale che ha fatto salire la quota cinese dell’export globale dall’11,5 del 2011 al 14,3 per cento di oggi. Viceversa i settori maggiormente controllati e gestiti dallo Stato sono quelli all’origine della bolla esplosa in estate e della mancanza di innovazione: internet, telecomunicazione, costruzioni e il settore finanziario.

 

Le imprese statali in Cina sono dei giganti, ma le performance sono inversamente proporzionali alla loro grandezza e potere politico. Le industrie statali sono le più grandi ma le meno innovative, più che i protagonisti della crescita sono la palla al piede dell’economia. Dal 2008 la crescita dell’output delle imprese private è stata del 18 per cento, doppia rispetto a quelle pubbliche, doppia anche la redditività del capitale investito che segue un trend che va sempre più allargandosi. Il ritorno sul capitale delle industrie di stato è inferiore al costo del capitale stesso, nonostante la gran parte di queste operi in settori dove c’è pochissima concorrenza. Il problema inoltre è che le industrie di stato, grazie alla loro stretta connessione con il partito, hanno un canale privilegiato nell’accesso al credito (anch’esso gestito con criteri politici), drenando in questo modo risorse che il settore privato saprebbe far fruttare meglio.

 

Ma non basta, perché le difficolta degli imprenditori cinesi a livello burocratico sono enormi: secondo il rapporto Doing Business della Banca mondiale che classifica la competitività dei paesi, la Cina è al 90 posto su 189. Per avviare un’impresa a Pechino servono 11 procedure e 33 giorni e per ottenere un permesso di costruzione a Shanghai ci vogliono 22 procedure e 274 giorni, molto peggio che in Italia (10 procedure e 233 giorni).

 

[**Video_box_2**]L’economia cinese è inoltre arrivata a un punto in cui è difficile crescere semplicemente copiando le cose fatte nel resto del mondo a costi più bassi, nel futuro avrà sempre più bisogno di innovazione, creatività e flessibilità, tutte qualità che mancano agli elefanti di stato ma che i privati abituati a nuotare nel mare della concorrenza e della competizione internazionale hanno dimostrato di avere (si pensi ad Alibaba, Tencent, Xiaomi, Lenovo, Huawei). E sono sempre le più dinamiche imprese private quelle più capaci a soddisfare le esigenze e i desideri della nuova classe media cinese che si decuplicherà dal 2010 al 2020, arrivando a quasi 500 milioni di persone.

 

Non è stato il capitalismo di stato a produrre il miracolo cinese, ma il capitalismo dal basso nato dopo le liberalizzazioni che hanno permesso a mille fiori privati di fiorire. Come dice l’Economist, da Deng in poi “il più grande risultato dei burocrati è stato quello di smettere di fare cose che ammazzano la libera impresa”. Per continuare sulla strada della crescita e garantire stabilità (anche a sé stesso), il partito dovrà fare ulteriori liberalizzazioni e rinunciare progressivamente a una quota del proprio potere sull’economia.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali