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Demagoghi o demastronzi?

Siamo intrappolati in un loop: per il sacrosanto dovere (e piacere) di chiamare cialtroni i cialtroni, rischiamo di moltiplicare i cialtroni e il loro seguito. Un vecchio film con Tomas Milian non offre la soluzione, ma ci mette plasticamente davanti al problema

3 Aprile 2018 alle 20:21

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Questa storia dei grillini e dei loro titoli di studio, del capo politico semianalfabeta, del tesoriere con la terza media, della vicepresidente del Senato che già anni fa per la sua parlata causò a un mio amico un primo shock da déjà-vu ("'a fija de Zaira 'a Stracciarola" da Ladro lui, ladra lei di Luigi Zampa) ci sta facendo rivivere tutti i giorni una scena di Delitto a Porta romana (1980), film con Tomas Milian di cui si era già parlato in questa rubrica. È quella in cui un severo commissario milanese richiama all'ordine il maresciallo Nico Giraldi, er Monnezza, e lo invita a usare un linguaggio adeguato alla divisa che indossa. 

Il maresciallo gli risponde come il grillino quintessenziale: dice che se fa il poliziotto è proprio per catturare "quell'antri fiji de 'na mignotta che se rubbano tutti i sordi der popolo" impedendo a lui e a quelli come lui di andare a scuola "a 'mparà un linguaggio fine, ciovile e leccato come quello che parla lei". È un cane che si morde la coda: Giraldi è ignorante e dà la colpa al sistema della propria ignoranza; ma, essendo appunto ignorante, se la spiega con mezzi da ignorante e arriva a conclusioni da ignorante. Eppure il suo ragionamento conserva una perversa efficacia ricattatoria, a cui il commissario sa rispondere solo con un epiteto: "Ma non mi faccia il demagogo!" (oggi avrebbe detto "populista" o "gentista").

Il dialogo, con queste premesse, non può che incepparsi. Da un lato il maresciallo romano, che le spara grosse ma ispira subito simpatia; dall'altro il commissario milanese, che se pure volesse dimostrargli quanto è sballata l'idea della cricca di ricconi criminali che impediscono ai poveri di studiare risulterebbe ancora più odioso, pedante e professorale. Tanto più che Giraldi ha pronto un colpo da K.O., perfettamente demenziale e proprio per questo impossibile da parare: "Io nun vojo fa er demagogo, ma manco vojo fa er demastronzo". 

Che cos'è un demastronzo? Non è dato saperlo. Ma sospetto che mettere a tacere un demagogo dandogli, appunto, del demagogo, sia proprio la cosa che ti fa sembrare demastronzo agli occhi di quelli che abboccano, per simpatia, ai demagoghi. Uscire dal loop non è facile. Giuliano Da Empoli, in La rabbia e l'algoritmo, suggeriva di trattare i troll grillini "con la più rigorosa e formale cortesia". È un piccolo passo, aggiungeva, ma qualche volta ha un effetto spiazzante e consente di instaurare un dialogo quasi normale. Io non ce la faccio, perché ci vuole la pazienza di un santo - e infatti sono intrappolato per l'eternità nel loop del commissario. Ma sono contento quando qualcuno ce la fa. Come Ivan Scalfarotto, che nella sua lettera al Foglio sulla vicenda dei titoli di studio ha individuato la vera posta in gioco - l'antiparlamentarismo del M5S - e, soprattutto, ha trovato il tono giusto, rispettoso ma irremissibile: 

Che in Parlamento ci sia Di Maio senza una laurea e senza un’esperienza lavorativa, che il tesoriere del gruppo M5s abbia la terza media, che la nuova vicepresidente grillina del Senato orgogliosamente venga dalla periferia romana del Quarticciolo non dovrebbe diventare certamente un caso: sono tutti segni della vitalità e dell’apertura della nostra democrazia. (...) Il problema non è certamente che Paola Taverna venga dalla periferia romana, il problema è che il linguaggio che usa – dentro e fuori dal Senato – non è consono all’istituzione nella quale da anni rappresenta il popolo e le cui sedute d’ora innanzi dovrà pure inopinatamente presiedere. Il problema insomma non è certamente l’inesperienza, né l’ignoranza, alla quale facilmente si rimedia: il problema è la prosopopea dell’ignoranza, il suo valore di manifesto politico. Si tratta di una precisa dottrina, della declinazione di una strategia che è quella della scientifica delegittimazione delle istituzioni repubblicane, del loro svilimento. 

Ne raccomando la lettura a tutti quelli come me che, per l'ansia di sbugiardare i demagoghi, finiscono per apparire inutilmente demastronzi.

Guido Vitiello

Fondatore, qui sul Foglio, dell'Ordine mendicante dei Padri weimariani, che pregano per scongiurare l'apocalisse della Repubblica. Bibliopatologo per Internazionale. Accanto a questi lavori largamente immaginari, insegno cinema alla Sapienza di Roma, collaboro anche con IL e scrivo libri di vario argomento. Tutto il resto (se c'è) è su guidovitiello.com

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