Antonio Pennacchi in una foto del 2011 (foto LaPresse)

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Antonio Pennacchi, un fasciocomunista in paradiso

Pierluigi Battista

Lo scrittore, imprevedibile ma sempre in disaccordo, e la sua consacrazione post mortem con il Meridiano delle sue “Opere scelte”

Quella mattina gelida del dicembre del 2009 vidi Antonio Pennacchi annichilito, devastato da un dolore senza rimedio. Accasciato su una sedia malconcia nel cortile antistante alla camera mortuaria del Policlinico, a due passi dal Verano, proprio lui che fisicamente dava l’aria di un omone duro come la pietra, il solito berretto nero alla Andy Capp e la perenne sciarpa rossa al collo, pallido e ripiegato su sé stesso, le lacrime trattenute a stento, farfugliava parole incomprensibili. Un mormorio ossessivo spezzato da un richiamo che sembrava un’invocazione al suo fratello adorato: “Gianni! Gianni! Gianni!”. Gianni, Gianni Pennacchi che era stato mio collega alla Stampa per tanti anni, e che invece della sciarpa rossa ne indossava una bianca, una settimana prima era caduto dalla scala per raggiungere il soppalco con l’albero di Natale in plastica da addobbare. Una caduta banale. Sembrava una cosa da nulla, un paio di costole rotte, e invece se lo porterà via un’imprevista emorragia, a 64 anni, sebbene con un fisico tonico da 34. Antonio il rissoso, lo scorbutico, l’insofferente, il beffardo Antonio, il sacerdote della religione bastiancontrarista per principio incapace di mediazioni, era a terra, inconsolabile, colpito al cuore. “A Gianni” sarà infine la dedica del libro uscito con Mondadori qualche mese dopo, "Canale Mussolini", il libro della svolta che negli anni raggiungerà e supererà la vetta delle 500 mila copie vendute, traduzioni escluse. Un traguardo che Pennacchi forse non avrebbe mai immaginato, lui che per pubblicare ancora nel Ventesimo secolo il suo primo libro “Mammut” aveva sofferto e somatizzato sulla propria carne otto anni di rifiuti (“55 no da 33 editori, alcuni dei quali costretti al bis dall’insistenza dell’autore”, ricorda con meticolosa precisione Giuseppe Iannaccone).

   

E chissà, lui che (“di botto” avrebbe detto) ci ha lasciato improvvisamente nel 2021 mentre parlava al telefono con il suo editor, come avrebbe reagito in questi giorni alla solenne consacrazione nel Pantheon della letteratura italiana attraverso il nuovo volume delle sue Opere scelte nei Meridiani Mondadori curati da Alessandro Piperno. Una silloge dei suoi romanzi e racconti introdotti da Iannaccone che ha anche stilato una formidabile Cronologia della vita e della storia intellettuale di Pennacchi, nonché da un contributo appassionato di Antonio Franchini, che del tumultuoso talento pennacchiano è stato nel tempo scopritore e mentore. Insomma, l’inclassificabile Antonio Pennacchi, l’irregolare, la figura on the road, l’attraversatore impavido di ogni confine politico, l’amante della scazzottata verbale, l’anti-istituzionale per vocazione e missione, ora è stato arruolato e promosso con lode nel Parnaso, nel Canone, nel Senato degli scrittori. Lui che eccepiva su tutto, avrebbe eccepito? Certo che avrebbe eccepito, pur gongolando in interiore homine con quel suo sorriso disarmante quando, di rado, abbassava la guardia. Eccepì quando dal suo "Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi" fu tratto nel 2007 il film "Mio fratello è figlio unico" per la regia di Daniele Luchetti. Lui era interpretato dall’attore Elio Germano, il fratello Gianni da Riccardo Scamarcio (ma Gianni scrisse un articolo ironico e risentito in cui diceva di essere molto più bello e fascinoso di Scamarcio). Non gli piacque che il suo passaggio giovanile dall’estremismo fascista anti-sistema, ribellistico, sconsiderato, manesco, velleitario al comunismo anti-sistema dei maoisti dell’Unione dei marxisti-leninisti che spillavano soldi agli artisti come Mario Schifano, si sposavano nei grotteschi riti officiati dalla Guida Suprema Aldo Brandirali e sapevano che in caso di necessità tra le montagne della lugubre Albania di Enver Hoxha un rifugio avrebbe accolto i rivoluzionari braccati dallo Stato borghese, nel film quel passaggio tempestoso venisse dunque rappresentato, a suo parere, come una redenzione, una conversione dal Male al Bene, una transizione purificatrice verso la presentabilità dell’establishment antifascista. Eccepiva sempre. Una volta, era il 2016, in un dibattito pubblico a “Libri come” con Marino Sinibaldi mi scappò di dire che ero totalmente d’accordo con lui, che le sue tesi mi avevano convinto, ma lui mi seccò: “A Battì, ma quante cazzate stai a dì?”. 

   

Era in disaccordo con il fatto che io fossi d’accordo. Il suo fasciocomunismo era il groviglio di queste contraddizioni, il ribollire incandescente delle sue fantasie politiche ed esistenziali che non trovavano mai quiete in una sintesi ordinata. Come ricorda Franchini, Pennacchi rivendicò in un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti questa incontrollabile pulsione alla boxe verbale: “A un certo punto devo per forza alzarmi e dire il contrario di quello che è stato detto fino a quel momento”. Un giorno, durante una parata di intellettuali di sinistra convocati non ricordo per quale urgente battaglia, s’alzò davvero e urlò che “se stavano a raccontà fregnacce”, al che il filosofo Gianni Vattimo rispose in modo decisamente ostile. Più che un alterco tra gente di cultura, sembrava una zuffa di strada in qualche zona malfamata della città: “A Vattimo statte zitto!”, “Lui ha cominciato a strillà”, “J’ho detto d’annà affanculo. Anche lui mi ha mandato affanculo”. Ma Pennacchi esaltava il valore maieutico della rissa. Quando erano ragazzi a Latina, che lui continuava a chiamare Littoria, lui e Gianni uscivano di casa, andavano ai giardini e si menavano e tutta la gente si riuniva per vedere la consueta scena dei fratelli Pennacchi che si prendevano a pugni e ogni volta, alla fine, i fratelli sentivano di volersi più bene. Nel “fasciocomunista” racconta che una volta l’autostoppista Accio Benassi e l’amico Lupo furono caricati da Pier Paolo Pasolini, la discussione tra i due ragazzacci e il Poeta degenerò, con Pasolini che urlava infuriato “Preti! Fascisti rossi!” e Accio che era pronto per il pugilato. Poi si calmarono. Ma in fondo ad Accio-Antonio quella invettiva, non “preti”, ma “fascisti rossi”, non era del tutto sgradita.

   

Perché il fascismo (“rosso e immenso”, come lo avrebbe voluto Brasillach) era stato, letteralmente, alle origini della sua vita. La grande epopea di Canale Mussolini (quante remore dell’editore per quel titolo sulfureo) è l’attaccamento alla grande anabasi che dal Basso Veneto più depresso, tra il Polesine e il delta del Po, portò il ramo materno della famiglia verso le terre in via di bonifica dell’Agro Pontino. Un viaggio periglioso ed epico che dalla miseria portava alla speranza verso il neonato Borgo Podgora, una terra inospitale, piena di zanzare, paludi e fetidi acquitrini. Niccolò Ammaniti, nella presentazione del libro all’edizione allo Strega del 2010 scrisse che “Pennacchi fa per l’Agro Pontino quello che Jack London ha fatto per lo Yukon”. Ma quei carri stipati di masserizie e di gente che scappa dalla miseria per andare verso il riscatto rappresentato da quel Canale intestato al capo del regime e bonificato anche grazie alle generose spruzzate di Ddt americano (particolare patriotticamente omesso) assomigliano molto anche al popolo di diseredati che muoveva verso l’Ovest dell’America in Furore di John Steinbeck. E Pennacchi ci mise anche un tocco dal sapore western quando raccontava di queste comitive di forestieri miserabili che venivano accolti a sassate dai nativi del Frusinate appollaiati sui Monte Lepini in una spettacolare guerra tra poveri (e ancora oggi non è scomparsa la vecchia ruggine tra Frosinone e la città nuova di Latina, già Littoria).

   

Ecco il perché di quell’attaccamento così viscerale – “una questione primordiale, di spazi vitali”, sottolinea Franchini – a quella storia che ha sempre impedito a Pennacchi di valutare le posizioni politiche sue e quelle altrui (lo spiega bene in questo Meridiano Iannaccone) con gli occhiali deformanti e pretenziosi della precettistica morale, quel sussiegoso e arrogante assegnare i posti dello scenario etico e politico appaltato arbitrariamente ai distributori di patentini di riconoscimento da applicare e incollare sulla schiena dei protagonisti di una Storia ridotta a riformatorio: da una parte la luminosa “parte giusta”, dall’altra il recinto infetto della “parte sbagliata”. L’epopea dell’Agro Pontino raccontata da Pennacchi in quale parte va incastrata? Opera di regime, certo, ma quella colonna di diseredati in cerca di riscatto, quella storia della famiglia Pennacchi, per parte di padre, e della famiglia Tosatti, per parte di madre, come classificarla, in quale prigione etico-politica vogliamo inchiodarla? Pennacchi rompeva le convenzioni, ma mai con autoindulgenza, sempre con lo spirito non consolatorio di un autore che non fa sconti nemmeno a sé stesso. “Che cosa è in fondo Il fasciocomunista se non un’impudica confessione di domestici spropositi che il decoro borghese consiglierebbe di occultare?”, scrive Iannaccone, che definisce l’intenzione letteraria di Pennacchi come “rara arte di auto-demolizione”. Nelle risse verbali demoliva gli altri, nella scrittura demoliva sé stesso.

   

E poi, certo, c’è in Pennacchi una vena anti-sistema, ma anche veementemente anticapitalista e anti-liberale e anti-borghese, che imprime il suo marchio su tutte le sue traversie politiche e anche letterarie, da Palude, che rappresenta la matrice e l’antefatto di Canale Mussolini, fino a Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce, che nasce come un’inchiesta commissionata dalla rivista Limes, ma finisce come un’esplorazione anche essa epica, scorrazzando con un’automobile scoppiettante per tutta l’Italia, in quasi 250 realtà cittadine venute su per impulso del regime fascista. 

     

Nella sua biografia questa vena si esprimeva in un vagabondaggio politico anche un po’ deliberatamente burlesco per épater le bourgeois, difficilmente afferrabile e persino accettabile per i custodi del bon ton intellettuale. Pennacchi che va in fabbrica e assiste al progressivo declino fino all’estinzione (eccoli, i mammut) della classe operaia sempre più marginale, ridotta anche numericamente ai suoi minimi termini, messa da parte e sostituita dalle nuove tecnologie e il non ancora scrittore ne ricava una spinta di ribellione incompatibile con la moderazione dei comportamenti della Cgil: la quale, infatti, non risparmierà provvedimenti di espulsione nei confronti del reprobo. Addirittura Pennacchi che partecipa (una “goliardata”, minimizzerà lui con notevole irresponsabilità) a una “spesa proletaria”, cioè a una rapina attuata con motivazioni politiche. Ma poi anche le iniziative velleitarie e volutamente canzonatorie. Come la formazione di una lista a Latina intitolata “Comunisti per Littoria”, che appunto aveva nella sua insegna il programma di restituire alla città il nome originario del fascismo poi cancellato dall’antifascismo. Oppure l’intitolazione di un paio di sue rubriche su giornali di destra al nome impronunciabile di Giuseppe Stalin. O il suo immenso piacere nel vedere il comunista Massimo D’Alema e la fascista Donna Assunta Almirante appaiati nella presentazione del Fasciocomunista. Anche qui, uno spirito vagabondo e inquieto che ha segnato Pennacchi anche fisicamente. Quel cuore sotto costante pressione che non gli dava tregua e che gli sarà fatale. Quei dolori che lo costringevano talvolta all’immobilità, proprio lui che faceva del movimento serpentino del suo cervello un motivo di orgoglio e di identità proteiforme. Ma anche quel suo impegno nella letteratura come missione cui consacrare tutto sé stesso. Godeva, Antonio Pennacchi, dei suoi premi. Di quel 2010 in cui vinse lo Strega e arrivò secondo al Premio Campiello, alle spalle di Accabadora di Michela Murgia. Godeva, quella sera di luglio al Ninfeo di Villa Giulia, quando superò di soli 4 voti Acciaio, il romanzo fortissimo (il suo più bello, a mio parere) di Silvia Avallone. Nei giorni precedenti i giornali si erano già esercitati nello stucchevole gioco della giovanissima contro l’anziano, eccetera eccetera. A quel tempo, nel rito della finale dello Strega si rifletteva sul piano editoriale un mondo diviso in due come ai tempi della guerra fredda, da una parte la corazzata dell’Rcs (Avallone) e dall’altra la corazzata Mondadori (Pennacchi). In quel mondo oramai scomparso c’era un sentiero ghiaioso che divideva i tavoli Rcs da quelli della galassia mondadoriana. Io che facevo parte della scuderia Rcs, dispiaciuto per la sconfitta Avallone, mi accinsi ad attraversare dopo l’annuncio ufficiale quel viottolo per andare a fare i complimenti al mio amico vincitore Antonio. Prima di arrivare alla meta, dalla calca spuntò un anziano suo amico di Latina che abbracciandolo quasi tra le lacrime emise il suo verdetto: “Antò, gliel’amo messo in saccoccia a sti giovani demmerda”. E l’infame sorrise, lui che amava sempre i perdenti tanto da avere in mente di scrivere un panegirico in onore di Catilina.
Non fece in tempo, ma a un anno dalla sua morte, a cominciare dal 24 febbraio del 2022, il mondo “rossobruno” mostrerà non il volto gentile e paesano del fasciocomunismo di Pennacchi, ma quello feroce, imperialista e totalitario, destinato a galvanizzare i nemici della democrazia liberale sparsi per l’occidente e non solo. Chissà come l’avrebbe commentato, dopo aver accarezzato una copia del Meridiano a lui dedicato.

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