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tecnofeudalesimo
La critica del presente tirando in ballo il Medioevo è ormai un genere letterario
Da una parte gli studi ci dicono che quei secoli bui così bui non erano e dall’altro si opera una rischiosa reductio ad Hitlerum ma con Barbarossa e Carlo Magno, per spaventarci con la peste e le crociate. Il cortocircuito sull’èra più incompresa di tutte
Uno spettro si aggira per le librerie ed è l’uso del termine “feudalesimo” o “tecnofeudalesimo”, per parlare dell’oggi. Finiti i gloriosi anni 90 in cui la storia doveva finire, siamo tornati in un’èra in cui, sperduti, cerchiamo un parallelo con il passato. C’è chi ogni tanto tira fuori il paragone con gli anni 30 del Novecento, alla ricerca di una Repubblica di Weimar in Italia, in Francia o in Texas. E poi c’è chi invece va a cercare le dinamiche sociali contemporanee nel generico medioevo dei servi della gleba. “Tecnofeudalesimo” si chiama il libro dell’economista e sex symbol della lista Uniti per Tsipras, Yanis Varoufakis. Troviamo poi “Come la Silicon Valley ha scatenato il tecno-feudalesimo” di Cédric Durand e “La tomba del capitale: neofeudalesimo e la nuova lotta di classe” di Jodi Dean. E da noi, “Capitalismo feudale”, di Roberto Seghetti, appena uscito per Laterza. Il sottotitolo del libro di Seghetti, già capo ufficio stampa del Pd, fa così: “Come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. Seghetti ci dice che alla fine, tra l’Inghilterra di Enrico VIII Tudor e l’Italia di Giorgia Meloni, “se vai al nocciolo delle questioni che riguardano il potere e l’organizzazione del governo, alla fin fine la sostanza del rapporto tra il re e il primo cerchio più ristretto sembra rispondere agli stessi criteri”.
Nel suo libro Seghetti – già autore di “Le tasse sono utili” – paragona ad esempio l’atteggiamento di Ivan il Terribile a quello di Donald Trump, ma per cercare analogie tra i potenti con aspirazioni autocratiche si può aprire a caso un libro di storia, e andare nell’antico impero persiano come nell’Unione sovietica. In inglese si chiama cherry picking. “Tutti costoro”, e cioè i Musk e i Bezos e i Thiel, “pensano a sé stessi come pensavano a sé stessi principi, duchi e marchesi dell’ancien régime”, dice. Insomma, per Seghetti l’egoismo era scomparso tra l’illuminismo e l’elezione di Obama. Basterebbe elencare qualche dato dal libro del direttore Claudio Cerasa – “L’antidoto”, SB editore – per combattere il catastrofismo che viene fuori dal testo di Seghetti, convinto che sia “svanita l’idea di diritti uguali per tutti”.
E’ buffo perché proprio in questi ultimi anni il medioevo era stato riabilitato, allontanando l’idea scolastica e cinematografica dell’epoca buia, che ci è arrivata anche a causa di “Brancaleone” e “Ladyhawke”. Per spiegarlo bastava uno sketch di Valerio Lundini. A forza di sentire la gente che si lamenta di fronte alle discriminazioni dicendo “ma cosa siamo, nel medioevo?”, il comico va a una fiera medievale con bardi, spadaccini e trampolieri e capisce che in fondo la vita allora non era poi così terribile. La lamentela del “stiamo tornando al medioevo” è anche il tema (e il titolo) del libro di Giuseppe Sergi (anche questo appena uscito per Laterza), dove si fa fact-checking sui pregiudizi delle dark age. “Complessivamente prevale nelle conoscenze correnti”, dice lo storico, “un medioevo ‘immaginario’ che finisce con il cancellare quello ‘reale’”.
Questo in gran parte è avvenuto, anche subito dopo, per glorificare il “progresso” successivo al ’400. A breve uscirà anche un Atlante del medioevo per Einaudi, di John Haywood, che mostra la fioritura delle città dopo la caduta dell’Impero romano. Sembra un cortocircuito. Da una parte gli studi ci dicono che quei secoli bui così bui non erano e dall’altro si opera una rischiosa reductio ad Hitlerum ma con Barbarossa e Carlo Magno e Pipino il breve, per spaventarci con la peste, le crociate e i banchetti di corte. Si può criticare il presente senza tirare in ballo El Cid, Urbano II e Jeanne d’Arc?