Una delle opere esposte, courtesy ufficio stampa
L'esposizione
Metamorfosi: la fotografia come forma del cambiamento
Al via da giovedì a Milano il Mia Photo Fair che da 15 edizioni unisce collezionismo, sperimentazione e ricerca artistica. Una fiera che ricorda come le immagini non sono mai immobili: anche quando sembrano fissare un momento stanno già preparando il movimento successivo
C’è un passaggio celebre delle Metamorfosi di Ovidio in cui il poeta latino suggerisce che nulla nell’universo resta identico a se stesso: ogni cosa muta e scivola in un’altra forma, attraversa una soglia. La trasformazione non è un incidente del mondo, ma la sua condizione permanente. È dentro questa idea antica e vertiginosa che si colloca la quindicesima edizione della MIA Photo Fair BNP Paribas (miafairbnpparibas.it) la fiera italiana dedicata alla fotografia che torna negli spazi di Superstudio Più a Milano dal 19 al 22 marzo prossimo. Parlare di metamorfosi in questo momento, significa interrogare il destino stesso dello sguardo e del resto; la stessa fotografia, è sempre stata un’arte instabile. È nata come tecnologia ottica, si è affermata come linguaggio artistico, ha attraversato il Novecento come strumento di documentazione sociale e oggi si muove in un ecosistema digitale in cui l’immagine non è più soltanto registrazione del reale, ma costruzione, manipolazione, talvolta persino simulazione.
La direzione artistica di Francesca Malgara ha scelto quella parola - “Metamorfosi”, appunto - proprio per orientare questa riflessione come una chiave interpretativa della fotografia contemporanea, come un linguaggio che cambia tecniche e supporti, ma che continua a interrogare il rapporto tra visione e realtà. Organizzata da Fiere di Parma con il patrocinio del Comune di Milano, la fiera riunisce oltre cento espositori tra gallerie, editori, istituzioni e progetti speciali. Milano, in quelle giornate, tornerà a funzionare ancora (agli inizi di marzo, in piena Fashion Week, c’è stata anche la decima edizione del Photo Vogue Festival alla Biblioteca Nazionale Braidense) come una piattaforma internazionale della fotografia d’autore, dove il mercato convive con la ricerca artistica e con un sistema culturale diffuso che coinvolge musei, archivi e fondazioni. Uno degli snodi più interessanti del percorso espositivo è la sezione Beyond Photography – Dialogue, curata da Domenico de Chirico. Qui la fotografia abbandonerà la sua dimensione tradizionale di immagine autonoma per entrare in relazione con altri linguaggi: installazione, pittura, scultura, video. Il medium si espande e diventa un campo di tensione tra discipline diverse. La metamorfosi, in questo caso, riguarderà la natura stessa della fotografia, che si trasforma da superficie visiva a dispositivo concettuale capace di attivare relazioni tra materiali, corpi e spazi. Una diversa declinazione del tema attraversa Reportage Beyond Reportage, la sezione curata da Emanuela Mazzonis.
"Se il reportage classico nasceva dall’urgenza di raccontare un evento, la fotografia documentaria contemporanea sembra essere invece interessata a qualcosa di più stratificato. Non è più soltanto la cronaca di un fatto, ma il suo contesto emotivo, sociale e politico", ci spiega Malgara. In un paesaggio visivo dominato dall’immediatezza, queste immagini allora chiedono tempo, attenzione e lentezza con il gesto fotografico che torna ad essere un atto di interpretazione del reale. La dimensione culturale e geografica della metamorfosi emerge invece nella sezione Focus Latino, curata da Rischa Paterlini. Gli artisti selezionati - provenienti dall’America Latina, dalla penisola iberica e dalle comunità diasporiche - lavorano spesso su identità fluide, appartenenze mobili e memorie che attraversano più territori. "La fotografia diventa in questo caso uno spazio di negoziazione tra storie personali e processi collettivi, tra genealogie culturali e trasformazioni sociali", aggiunge la direttrice. Accanto alle sezioni curate, la fiera ospita anche una costellazione di progetti speciali che ampliano ulteriormente il campo di osservazione. Il reportage di Giorgio Galimberti, ad esempio, dedicato alle periferie milanesi costruisce un atlante umano fatto di volti, generazioni e traiettorie biografiche; la mostra delle Polaroid di William Wegman trasforma i suoi celebri cani Weimaraner in figure quasi teatrali, sospese tra ironia e allegoria, mentre l’omaggio ai ritratti di Elisabetta Catalano restituisce un frammento prezioso della cultura visiva italiana tra gli anni Sessanta e Settanta.
È previsto poi il dialogo tra fotografia e design costruito attorno allo sguardo del compianto Giovanni Gastel per Kartell (a lui è dedicata anche la mostra milanese Rewind, fino al 26 luglio prossimo a Palazzo Citterio), dove l’oggetto di design diventa materia narrativa e scenografica. Degli diversi tra loro, ma accomunati da questo interrogativo implicito: cosa accade quando la fotografia attraversa il tempo e incontra altri linguaggi? Forse la risposta si trova proprio nell’intuizione ovidiana da cui tutto prende avvio. La metamorfosi non riguarda soltanto le forme visibili del mondo, ma il modo in cui impariamo a guardarle. Ogni immagine è già, in qualche misura, una trasformazione della luce in memoria, dell’istante in durata, dell’esperienza in racconto. La fotografia contemporanea vive oggi una fase di passaggio radicale tra tecnologie algoritmiche, immagini generate artificialmente e nuovi dispositivi di visione che stanno ridefinendo il rapporto tra realtà e rappresentazione. In questo scenario la fotografia non perde il proprio ruolo, ma lo ridefinisce, ma continua a funzionare come un laboratorio dello sguardo, come un luogo in cui la realtà viene continuamente rimessa in forma. Ed è forse questo il senso più profondo di una fiera come MIA Photo Fair: ricordare che le immagini non sono mai immobili e anche quando sembrano fissare un momento, stanno già preparando il movimento successivo, perché ogni fotografia, come nelle antiche storie di Ovidio, contiene sempre la promessa di un’altra forma possibile.