il nuovo fronte

L'altro boicottaggio. I pro-pal contro Israele alla Biennale

Redazione

Dopo il caso Russia, una lettera firmata da oltre 170 tra artisti e operatori chiede l’esclusione dello stato ebraico dalla kermesse. Ma il nodo resta lo stesso: l’arte deve rispondere alla politica?

Si apre un secondo fronte alla Biennale di Venezia, dopo la polemica sulla partecipazione russa – con la maretta tra il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Questa volta il bersaglio è Israele. Il collettivo Art Not Genocide Alliance (Anga) ha fatto circolare tra autori e addetti ai lavori della 61esima Esposizione d'arte, al via a maggio, una lettera che chiede l'esclusione dello stato ebraico dalla manifestazione. La missiva, consegnata al presidente e al consiglio direttivo della Biennale, porta le firme di 178 tra artisti, curatori e operatori coinvolti nell'edizione di quest'anno: 82 provengono dai padiglioni nazionali, 55 sono operatori del settore, 41 sono artisti invitati alla rassegna principale In Minor Keys, curata da Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio scorso. La coalizione è insolitamente trasversale: tra i padiglioni che hanno aderito ci sono Belgio, Bulgaria, Brasile, Corea, Ecuador, Egitto, Emirati, Estonia, Francia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, paesi nordici, Polonia, Perù, Qatar, Scozia, Spagna, Svizzera e Turchia. Diversi responsabili dei padiglioni hanno firmato in anonimato, "per timore di possibili danni fisici, politici o legali", dicono.

La lettera sostiene di rispondere "alla richiesta della società civile palestinese di contrastare la normalizzazione dell'apartheid e dell'occupazione israeliana all'interno delle piattaforme culturali internazionali". La formula è quella consueta del boicottaggio culturale: "Il genocidio non può essere tollerato da un'istituzione che si propone di indagare e celebrare i valori umani incarnati dall'arte". Tesi coerente nella sua logica interna, ma che sconta un problema antico: l'arte non è il governo, e l'artista non è il suo stato.

Non è la prima volta che Israele si trova nel mirino alla Biennale. Nel 2024, il padiglione ai Giardini aveva chiuso i battenti – un gesto di protesta che per paradosso segnava anche una presa di distanza degli stessi artisti israeliani partecipanti dalla politica del loro governo. Stavolta Israele non ha il suo storico padiglione, in ristrutturazione dal 1952, ma uno spazio all'Arsenale. Il che non ha smorzato le pressioni. Emblematica, in tal senso, è la vicenda del Sudafrica: il progetto Elegy dell'artista Gabrielle Goliath – che dai femminicidi nel territorio sudafricano allarga il discorso alle morti palestinesi – è stato ritirato dal ministro della Cultura di Pretoria, Gayton McKenzie, perché giudicato troppo divisivo. Il paese che nel 2023 si era rivolto alla Corte penale internazionale per incriminare Benjamin Netanyahu non parteciperà: lo spazio all'Arsenale resterà vuoto.

La Biennale non ha risposto alla lettera di Anga. Ma il meccanismo del boicottaggio – che sia contro Mosca o contro Tel Aviv – solleva sempre la stessa domanda: cosa si ottiene, esattamente, escludendo un artista in nome della politica del suo governo? Il boicottaggio come forma nobile di impotenza: costa poco, si vede molto, cambia niente.

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