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Il romanzo

Attilio, Sandra e il Maestro. Lo zen tra il monastero e una barchetta sul Po

Mariarosa Mancuso

“Zen Bang Love”, il nuovo romanzo di Fabio Guarnaccia racconta di un maestro che non corrisponde all'idea platonica che abbiamo di un buddista e degli incontri e gli amori dei due protagonisti, al plurale perché ogni volta che la coppia si rivede è come se ripartisse da zero

Piena confessione. Chi scrive ha scarse conoscenze in materia di zen, perlopiù ricavate dal cinema. Grazie a “Kung Fu Panda” ha conosciuto il Maestro Shifu, un panda rosso con il codino che vibra di rabbia, in contrasto con l’immagine dell’atteggiamento zen calmo e pacifico in ogni situazione, tocca poi ai discepoli districare le risposte non sempre cristalline. In “Una battaglia dopo l’altra”, Benicio del Toro viene chiamano “sensei”: rivoluzionario da giovanotto, ora accoglie e aiuta i poveretti che fuggono dal Messico in cerca di una vita meno miserabile. Neanche il Maestro raccontato da Fabio Guarnaccia nel suo romanzo “Zen Bang Love” – titolo da fumetto, editore Mondadori – corrisponde all’idea platonica che abbiamo di un buddista e del suo monastero, su una collina della Bassa che guarda il Po. All’inizio del romanzo, il Maestro si è chiuso nella sua cameretta, non vuol vedere né sentire nessuno. Se avesse quindici anni sarebbe una crisi adolescenziale. Ne ha parecchi di più, e la sua condizione non dovrebbe contemplare sbalzi d’umore. Siamo invece al codino di Shifu, che mostra le emozioni.

 

Prima di chiudersi in camera, il Maestro era già stravagante. Guardava alle televisione “Tempesta d’amore” o “La casa nella prateria” – con puntuale smarrimento del telecomando dentro l’ampia manica dell’abito. Tra una meditazione e l’altra – “fare zazen”, scrive Guarnaccia – inveiva contro la moda: “Quegli stupidi che vorrebbero fare zazen per trovare la pace, le loro vite stressate mi fanno ridere! Farebbero prima a imbottirsi di psicofarmaci!”. Al monastero, quando può – ha un figlio che qualche giorno alla settimana vive con lui, il resto del tempo sta con la madre – si rifugia Attilio, regista pubblicitario che dopo la separazione è andato ad abitare nella casa prestata da un amico, senza neppure girare i contratti della luce e del gas. Vive da ospite, senza legami forti. Qualche ragazza occasionale, mai in casa. Nelle pause, da documentarista e da genitore, si rifugia al monastero. Sveglia la mattina alle 4 e mezza, orari dei pasti di conseguenza, l’idea che potrebbe girare un documentario sulla comunità.

 

Nulla somiglia a una conversione – tipo “ero cieco, ora vedo”. Il monastero buddista tiene compagnia, e offre l’occasione per curiosare nei dintorni. Nella valle del Po, dove già aveva passeggiato a lungo Gianni Celati, per raccogliere le storie poi pubblicate con il titolo “Narratori delle pianure”. In “Zen Bang Love” il fiume viene osservato e percorso con una barchetta. Accadrà più tardi, quando il protagonista Attilio, dopo la cerimonia di confezionamento del kesa – l’abito rituale che deve somigliare a una collina terrazzata, le cuciture sono i canali che irrigano la risaia – incontra Sandra. La ragazza pare piuttosto sbandata, parte all’improvviso e torna a capriccio. Attilio ne è affascinato, ma a Milano ha un figlio che vuole sentire le storie della buonanotte e dormire appiccicato a papà. “Zen Bang Love” racconta i loro incontri e amori – al plurale, ogni volta che la coppia si rivede è come se ripartisse da zero.

 

La scena cambia, da Milano Attilio deve andare sul lago per un lavoro tra moda e architettura: fa da sfondo un gigantesco residence di cemento grezzo. Sandra lo accompagna, sempre una mina vagante. Fascinosa, però. Come se ne vedono di rado nei romanzi dei cinquantenni italiani. Una femme fatale padana. Indecisa su quel che vuole fare – non solo “da grande”, pure nel pomeriggio. Racconta bugie, riscrive il romanzo familiare, scappa dall’alberghetto senza preoccuparsi dei bagagli.

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