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il colloquio
Una proposta creativa per la difesa comune europea
Una via c'è già: ridare vita alla Comunità europea di difesa (Ced). Lo spiega il prof. Federico Fabbrini nel volume "L'esercito europeo. Difesa e pace nell'èra Trump" (il Mulino)
Con l’attacco di un drone iraniano alla base militare britannica di Akrotiri, a Cipro, il conflitto in medio oriente ha sfiorato i confini dell’Ue. Diversi paesi europei si sono mossi a difesa dell’isola, e si è iniziato a discutere dell’attuazione della clausola di mutua assistenza introdotta dal Trattato sull’Unione europea (Tue) che, all’articolo 42 (7), vincola i paesi dell’Unione a prestare aiuto e assistenza “con tutti i mezzi in proprio possesso” in caso di aggressione armata a uno stato membro. “La formulazione di questa clausola la rende apparentemente più ambiziosa del famoso articolo 5 del Trattato Nato, ma mentre quest’ultimo è stato fino ad ora credibile per effetto dell’impegno degli Stati Uniti e della loro supremazia militare, nel caso dell’Unione europea la clausola di mutua assistenza rischia di essere una tigre di carta: né gli stati membri da soli, né l’Ue hanno i mezzi militari di difesa e deterrenza per rendere reale questo proclama”, spiega Federico Fabbrini, professore ordinario di Diritto dell’Ue alla Dublin City University e Fulbright Schuman Fellow in Sicurezza internazionale presso la Kennedy School di Harvard.
Nel suo volume appena pubblicato per il Mulino, L’esercito europeo. Difesa e pace nell’èra Trump, ragiona sull’esigenza di una difesa comune per l’Europa: la tesi dell’autore è che la costruzione di un esercito europeo sia più realizzabile di quanto si pensi. In particolare, sarebbe possibile ridare vita alla Comunità europea di difesa (Ced), la forma più completa e avanzata di esercito comune concepita per rispondere al problema della sicurezza europea all’inizio degli anni Cinquanta. “La Ced istituiva un’organizzazione per la difesa dell’Europa di tutt’altro spessore rispetto all’attuale Politica di sicurezza e difesa dell’Ue, con la creazione di un esercito comune, finanziato da un bilancio comune e governato da istituzioni sovranazionali. Allo stesso tempo, la Ced era collegata alla Nato e aperta all’adesione di nuovi stati membri. Aveva reali capacità di difesa e deterrenza, ed era dotata di meccanismi di legittimazione democratica, esattamente ciò che manca alla difesa dell’Ue di oggi”, spiega Fabbrini.
Il Trattato che istituì la Ced, firmato nel 1952, non è mai entrato in vigore perché la Francia e l’Italia non lo hanno ratificato. Ma potrebbero farlo oggi. Allora il più grande ostacolo venne da Parigi, dove l’Assemblea nazionale votò una mozione preliminare con cui la discussione fu rinviata sine die – senza, quindi, una vera bocciatura del trattato. In Italia, invece, le commissioni parlamentari competenti avevano votato a favore, ma l’Aula non si espresse mai dopo il fallimento francese. Non esistono, di fatto, ostacoli giuridici a che il trattato della Ced – tutt’ora valido per i paesi che allora lo ratificarono (Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Germania ovest) – sia ratificato oggi in Italia e in Francia.
Al tempo, ad accelerare i negoziati fu un senso d’urgenza dettato dal contesto internazionale, con gli Stati Uniti impegnati nella guerra di Corea e un timore diffuso, in Europa, per un’imminente invasione sovietica. “I paralleli tra i primi anni Cinquanta e oggi sono incredibili: c’è la minaccia reale della Russia, c’è il disinteresse americano verso l’Europa”. E poi la questione del riarmo tedesco: “Quando Alcide De Gasperi assieme a Robert Schuman e Konrad Adenauer pensò la Ced, bisognava risolvere il problema di come riarmare la Germania senza farla tornare una potenza egemone. La Commissione europea, con il piano ReArmEu, ha consentito agli stati membri di aumentare le spese per la difesa al di fuori delle regole fiscali dell’Ue. L’unico paese membro che, per dimensioni e spazio fiscale, si avvantaggerà davvero di questo cambio di paradigma è la Germania, che entro la fine del decennio potrebbe avere un esercito da un trilione di euro, e un governo di ultradestra. Siamo sicuri che questo sia nell’interesse europeo?”.
Le istituzioni europee sono pensate per funzionare in tempi di pace, ma “ironicamente, il progetto d’integrazione europea è partito proprio dalla difesa: prima la Comunità del Carbone e dell’Acciaio, per impedire un nuovo conflitto tra Francia e Germania e poi, appunto la Ced”, ricorda il professore. Con un’Amministrazione americana ostile all’Europa e il rischio concreto di un disimpegno statunitense dalla Nato, l’urgenza di oggi è diversa ma affine a quella di settant’anni fa. Un rilancio della Comunità europea di difesa non sarebbe privo di ostacoli politici, ma rappresenta una via decisamente più percorribile rispetto a una riforma degli attuali Trattati o a un negoziato per siglarne uno nuovo, tra ventisette. E mai come ora è necessario dotarsi di una virtù che è sempre stata preziosa per la costruzione europea: la creatività. Lo scorso aprile è stata presentata alla Camera, dal deputato di Italia Viva Mauro Del Barba, una proposta di legge per la ratifica italiana del Trattato Ced. “Si tratta di un passo avanti importante”, dice Fabbrini, “che rappresenterebbe una svolta per l’Europa della difesa. Voglio quindi lanciare un appello alle forze che si considerano degasperiane affinché sostengano questa iniziativa”.
Esposizione Internazionale d'Arte