Ansa
Il caso
Cosa insegna sul caso Biennale la vecchia censura a Baselitz e Kiefer
Stavolta è difficile dare torto a Cacciari. Nel 1980 le opere dei due grandi artisti tedeschi furono interpretate, sbagliando, come propaganda filo nazista. Ma non bisogna mai giudicare l’arte a scatola chiusa. Mai censurarla a prescindere. Spesso si sbaglia obiettivo
Difficile dare torto a Massimo Cacciari, almeno quando non parla di referendum e rimane su un campo a lui più noto, la cultura e l’arte; nonché Venezia, di cui è stato sindaco. Il tema sono ancora le polemiche non destinate a stemperarsi per l’annunciata partecipazione della Russia alla prossima Biennale d’Arte (il governo ucraino ha chiesto ufficialmente che la Russia venga esclusa). Intervistato da Repubblica, il filosofo, in passato anche vicepresidente della Fondazione della Biennale, ha preso formale posizione a favore della scelta della direzione: “La Biennale di Venezia è una fondazione autonoma e decide la propria linea culturale. Ci mancherebbe altro che il governo intervenisse in materie del genere”. Di più, difendendo l’autonomia rivendicata dal presidente Buttafuoco: “Se il governo non è d’accordo, affari suoi”. Che i responsabili del padiglione russo, scelti dal governo di Mosca, siano dei funzionari del softpower culturale putiniano non è però negabile. E Cacciari a questo proposito si è inoltrato in un ragionamento squisitamente culturale: “Quando gli artisti mostreranno i loro lavori, il governo, la presidente del Consiglio, tu, io, chiunque potrà giudicare le scelte che la Biennale ha fatto. Se non sarà arte ma propaganda per l’invasione russa, allora non solo si potrà criticare Buttafuoco, ma anche chiederne le dimissioni attraverso le regole previste dallo statuto della Biennale. Ma fino a quel momento le persone serie non giudicano sulla base di parametri ideologici o politici”. Il dibattito proseguirà, con quale esito – un passo indietro della Biennale appare improbabile, ne va per l’appunto anche dello statuto di autonomia, una delle basi del prestigio mondiale dell’istituzione veneziana – è difficile pronosticare. Le ragioni dell’Ucraina e di chi sostiene le sue posizioni sono chiare, ma quando Cacciari dice “le persone serie non giudicano sulla base di parametri ideologici o politici” evoca una parola che si chiama censura.
In attesa del futuro, si può però fare un salto nel passato. E ricordare un caso ovviamente non identico – non era in corso una guerra, la disputa non fu fra stati belligeranti né istituzioni – ma per certi versi simile nella pretesa di sovrapporre un giudizio di valore storico-etico all’espressione artistica. Insomma di utilizzare il filtro della censura. La vicenda risale al 1980, esistevano ancora il Muro, le due Germanie e l’Unione sovietica; la Biennale del Dissenso, che Mosca e i suoi sostenitori tentarono di censurare, si era tenuta nel 1977. Nel 1980 due tra i maggiori artisti tedeschi del Dopoguerra, Georg Baselitz e Anselm Kiefer, furono scelti per rappresentare la Germania. Scelsero di affrontare il tema della storia tedesca: soprattutto quella recente, per i tedeschi ancora un incandescente rimosso. Per molti suonò già provocatorio che i due artisti esponessero nel Padiglione della Germania ai Giardini, costruito nel 1938 dagli architetti del Reich e visitato anche da Hitler. Il caso esplose quando Baselitz espose la sua grande statua in legno, Modello per una scultura, una figura umana seduta e con un braccio teso. Molti visitatori e persino critici lo interpretarono come un saluto nazista. Baselitz replicò che fosse un riferimento all’arte africana. Kiefer espose una serie di opere riunite da un titolo programmatico: Bruciare, lignificare, affondare, insabbiare (libri, foto, disegni) e dipinti ispirati agli Eroi spirituali della Germania e alle sue mitologie. Era un evidente discorso artistico accusatorio contro i miti e i misfatti della vicenda tedesca: fu anche in questo caso interpretato come propaganda filo nazista.
Lo scandalo fu enorme, travalicò i confini tedeschi e i perimetri ristretti della critica d’arte. Baselitz aveva già scandalizzato i suoi concittadini con opere che evocavano l’orrore dell’ideologia nazista; Kiefer fu contestato per alcune opere fotografiche che oggi appaiono chiaramente ironiche (allora evidentemente no) in cui indossava la vecchia divisa della Wehrmacht di suo padre. Il Padiglione tedesco del 1980 fu uno dei più forti approfondimenti sulla memoria di un paese che faticava a ricordare. Mai giudicare l’arte a scatola chiusa. Mai censurarla a prescindere. Spesso si sbaglia obiettivo.