Nemmeno questo però può essere sufficiente, se ci sono in questione guerre ingiuste e sanguinose.
La partecipazione russa era stata anticipata da Mikhail Shvydkoy, rappresentante speciale di Putin per la Cooperazione culturale internazionale. Uno che nel 2023 aveva dichiarato illegittima la restituzione di un tesoro di ori della Scizia, che si trovava al momento nei Paesi Bassi per una mostra, all’Ucraina, accusando la scelta di “russofobia”. La commissaria del padiglione russo – informa Finestre sull’Arte – sarà Anastasiia Karneeva, figlia di Nikolai Volobuev, generale in pensione dell’Fsb e organizzatrice d’arte assieme a Ekaterina Vinokourova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Più
longa manus del potere russo, è difficile. Andrebbe poi ricordato che nel 2022 il padiglione della Russia ai Giardini (tra l’altro di proprietà del paese fin dal 1914) rimase chiuso non per sanzioni ma per scelta dell’artista Kirill Savchenkov in segno di protesta contro l’invasione dell’Ucraina. Il dissenso nell’arte può esistere. Altro aspetto dibattuto, la presenza dell’Iran: per ora è noto solo il curatore, Aydin Mahdizadeh Tehrani, difficilmente un artista dissidente. Ma anche questo fa parte della visione di “tregua” di Buttafuoco nella quale rientra la presenza di Israele, e ci mancherebbe altro. Va detto, a onore di verità, che se invece del governo di Giorgia Meloni come referente – con cui Repubblica ha cercato per tutta l’intervista di far litigare Buttafuoco, il direttore della Biennale fosse stato scelto da
Pedro Sánchez o da uno dei suoi fan italiani, Israele sarebbe stato escluso, come hanno provato a fare per lo sport. Invece il padiglione israeliano nel 2024 rimase chiuso per la protesta dell’artista Ruth Patir e delle curatrici in sostegno di un accordo di pace a Gaza con la liberazione degli ostaggi. E a proposito di dissenso, andrebbe ricordato che l’unica coraggiosa Biennale del Dissenso, nel 1977, dedicata al dissenso sovietico, fu invece aspramente boicottata dall’allora Pci su input di Mosca, i nonni di quella sinistra che ora si mostra scandalizzata – ad uso di polemica antigovernativa – per la presenza del padiglione russo, ma poi è piena di dubbi e freni quando si tratta di mandare armi a Kyiv o di votare per l’uso delle basi nell’azione militare contro Teheran. Di tutto questo Buttafuoco ha buon gioco a disinteressarsene.
Sarebbe utile se ne disinteressassero tutti, magari tornando a Spengler e Guénon e a riflettere sul contenuto dell’intervista di Buttafuoco a Dario Olivero: “Dal mio punto di vista e da quello della curatrice Koyo Kouoh (morta lo scorso anno, ndr) la Biennale è il racconto del mondo di domani senza retorica terzomondista, ma attraverso le nuove energie vive”. Lontano dalle morte gore di un occidente in crisi di identità.