Meditazione autunnale, di Giorgio de Chirico (1912), Museo Soumaya, Messico
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Riscoprirsi metafisici con una mostra diffusa a Milano
Iniziarono nella “città delle meraviglie”. De Chirico, Carrà, Morandi e gli altri. I mille omaggi e le disseminazioni di una stagione d’arte unica che arriva a Warhol, ai contemporanei, all’architettura, alla moda
"Sono già stato qui, ma quando o come non so dire”. Dante Gabriel Rossetti, preraffaellita evanescente, regala sensazioni. O basterebbe rubare la Moleskine a Chatwin, “che ci faccio io qui?”, per provare la stessa indecisione. Del resto sulla copertina di Wish you were here (“tu pensi di saper distinguere / il paradiso dall’inferno / cieli blu dal dolore”) ci sono due uomini in suit, due manichini?, che vanno a fuoco in una piazza che sembra disegnata da de Chirico. E in fondo alla mostra, in una sala piena di sorprese, c’è la copertina di Animals dei Pink Floyd famosa per il maiale gonfiabile che vola tra le ciminiere, ma soprattutto omaggio alla Metafisica di Giorgio de Chirico e dei suoi amici di viaggio. Giunti da Ferrara fino alla Battersea Power Station di Londra e al progressive rock e ancora più in là. “Sono già stato qui, ma quando o come non so dire”.
Questo personalissimo e totally unnecessary preambolo per dire che l’impressione, appena si entra nella prima sala di Palazzo Reale a Milano per la mostra “Metafisica / Metafisiche - modernità e malinconia” e si vedono i biscotti ferraresi transustanziati nelle finestre di una casa di Le Doux Apres-midi, o la Piazza d’Italia o La Torre e il treno (qui siamo nel 1932, oltre un decennio dopo, ma il tempo metafisico è fermo) ci sentiamo spaesati, come appunto in un sogno o davanti a un enigma sospeso. Eppure stranamente quei luoghi, quei tagli di colore decisi, hanno qualcosa di familiare. Piazze di città molto italiane, edifici di cui conosciamo profili e portoni, rovine della nostra antichità. Così come hanno qualcosa di domestico, e di spettrale, i manichini di Madre e figlio di Carlo Carrà o il Monumento ai giocattoli di Alberto Savinio. Un po’ del sentore di déjà vu, certo, per il visitatore nasce dal fatto che le opere di Giorgio de Chirico, del fratello Andrea Francesco in arte Alberto Savinio, di Carrà, di Filippo de Pisis e Giorgio Morandi non sono inedite per il pubblico avvertito – sebbene qui siano in mostra pezzi rari (un Salvador Dalí assai metafisico del 1943 mai esposto prima) e prestiti raffinati da più di centocinquanta istituzioni pubbliche e private. Ma la scommessa dichiarata fin dal titolo della mostra è proprio questa: far scoprire i molti fili rossi di continuità e di trasformazioni che attraversano un secolo di storia dell’arte – dunque anche della nostra percezione delle forme – e rendono attuali e addirittura contemporanei gli stilemi creati dai “metafisici” nella provincia italiana di cento anni fa. Partendo da Ferrara, la “città delle cento meraviglie” (de Pisis). Forme che rivivono persino in certe pubblicità, in molte immagini del cinema, in tanta architettura fino ai nostri giorni.
La mostra milanese “Metafisica / Metafisiche - modernità e malinconia”, ideata e curata dallo storico dell’arte e critico Vincenzo Trione (dal 28 gennaio al 21 giugno 2026), è un progetto ben concepito e importante. E come non se ne vedono spesso in Italia. Un progetto multiplo e diffuso che ha coinvolto in produttiva armonia, udite udite, quattro istituzioni pubbliche e private. Il corpus principale a Palazzo Reale, poi una densa sezione dedicata alla metafisica milanese al Museo del Novecento, istituzioni dipendenti dal Comune di Milano. Poi le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo e Palazzo Citterio, la sezione moderna della Grande Brera, un museo nazionale. Oltre quattrocento opere, non soltanto dipinti e sculture ma fotografie, oggetti di design, cover di vinili persino dei Matia Bazar, fumetti, riviste e video.
La storia è nota. L’enigma di un pomeriggio d’autunno, dipinto nel 1910, nasce in “un chiaro pomeriggio” di sole “tiepido e senza amore” in piazza Santa Croce a Firenze. E’ la prima opera per cui de Chirico parlerà di poetica metafisica, “ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta”. Lo espone a Parigi, dove vive per un periodo col fratello Alberto. Poi la guerra li richiama in Italia, destinazione Ferrara. Nel 1917 Giorgio è ricoverato in un ospedale di convalescenza. E nel 1917 dal distretto militare di Milano viene inviato a Ferrara anche Carrà, legato ai futuristi milanesi presso i quali grande era l’attenzione e la curiosità per i primi passi di de Chirico. L’ospedale è una villa patrizia fuori Ferrara, Villa del Seminario. Viene a trovarlo Carrà, vengono il nobile esteta ferrarese de Pisis e Savinio; poi arriverà Giorgio Morandi. Savinio racconterà di de Chirico e Carrà che “in grigioverde alternavano ozi militareschi e pitture metafisiche”. Metà aprile metà agosto 1917, quattro mesi di un idillio fuori dal clangore della guerra in cui nasce un sodalizio; non una “avanguardia” con un capo e adepti, ma una “poetica dell’amicizia” destinata a persistere anche attraverso strade differenti: de Chirico elogerà sempre il “talento individuale”. E’ “uno tra i momenti più appassionanti, originali e controversi nella storia delle avanguardie europee”, scrive nel suo saggio in catalogo (Electa) Trione. Ricorderà Savinio, lo scrittore del gruppo: “Un fabbricone sgangherato chiamato Seminario… Fumavano attorno a noi i campi di canapa. Dicono gli storici dell’arte che in quel fabbricone nacque la cosiddetta pittura metafisica”. Commenta Trione: “I protagonisti della Metafisica sono personalità solitarie, che non si lasciano ingabbiare dietro la logica delle tendenze. Artisti ‘incongregabili’ (per ricorrere alla categoria cara a Savinio) pronti a disgregare le massonerie, le bande e le compagnie”. Non cercavano proseliti o di imporre un futuro all’arte e alla società. Forse anche per questo il loro influsso, e poi nel tempo i ripescaggi e gli omaggi, ha avuto effetto in tante direzioni diverse. La mostra vuole raccontare proprio questa vicenda. Le “metafisiche” diverse di de Chirico, di Carrà, di de Pissis, di Savinio e Morandi. Ma anche i manichini e le architetture industriali desolate di Mario Sironi sono metafisica, e le Uova sul libro di Felice Casorati, gli oggetti sospesi di Ottone Rosai. Poi il percorso si snoda per scoperte meno consuete. Sono metafisica la serie di litografie Fiat Modes Pereat Art di Max Ernst, che aveva incrociato de Chirico dopo la guerra; sono metafisica certi oggetti quasi tridimensionali di Magritte e certi abbandoni onirici di Salvador Dalí. La metafisica si può reincarnare nel pop, nelle repliche di Andy Warhol: The poet and his Muses (after de Chirico) è del 1982. Lo sono le cancellazioni di Mario Schifano, le scenografie di Giosetta Fioroni. E avanti, fino ai più recenti Ai Weiwei o William Kentridge. Il paesaggio italiano è ricco di architetture che sembrano “metafisica di pietra”: chi ha ispirato chi? Da Piacentini e Muzio ad Aldo Rossi. Cosa c’è di più dechirichiano del Palazzo della civiltà italiana all’Eur, del palazzo della Triennale o della Ca’ Brutta a Milano, tanto per non ripetere la rituale gita a Sabaudia? Ma Frank Gehry che nelle sue volumetrie (in mostra ci sono alcuni significativi plastici) si ispira esplicitamente ai solidi di Morandi è una sorpresa. Quanto devono a questa ispirazione le fotografie di Gabriele Basilico e Luigi Ghirri, in mostra, sorta di Grand Tour italiano nelle architetture metafisiche che punteggiano il nostro paese?
Non volevano ribellarsi, forse piuttosto mantenere negli occhi della mente le forme dell’arte del passato. Eppure hanno lasciato un segno nella modernità più forte di tanti futurismi. Hanno lavorato per il teatro e per la Scala, i loro bozzetti in mostra sono deliziose scoperte di gusto e d’ironia, si sono avvicinati al cinema e persino alla televisione. Hanno influenzato l’estetica di questi nuovi mezzi, così poco elitari. Sono echi delle loro immagini e dei loro archetipi certe esperienze teatrali di Federico Tiezzi. C’è un breve, bellissimo videomontaggio dedicato al cinema: incredibile scoprire quanti quadri di Morandi, quanti de Chirico fanno capolino sullo schermo, e quante scenografie siano espliciti omaggi. Da Robert Aldrich a Buñuel, da Wes Anderson ad Antonioni, da Resnais a Tim Burton, da Dario Argento a Luca Guadagnino. Mille rivoli e mille fili rossi fino alla moda (incredibile il cappotto à la de Chirico di Louis Vuitton), le sfilate di Fendi, le performance a Los Angeles di Francesco Vezzoli (che firma una grande istallazione a chiusura di Palazzo Reale) con una Lady Gaga metafisica. E l’advertising, il design di oggetti d’uso quotidiano firmati da Chipperfield o Gio Ponti con espliciti rimandi all’arte metafisica.
Passeggiare per Palazzo Reale con l’ideatore di questo percorso di rimandi e genealogie è un privilegio; ma la mostra, lontana dall’essere banalmente accumulativa, ha una chiara intelligibilità e si può affrontare senza soggezione e con il piacere della scoperta. Così come si può approfittare dell’occasione per passeggiare per Milano, città più metafisica di quanto ci si immagini (un salto alla Triennale con la fontana dei Bagni misteriosi basterebbe) e scoprire le altre parti diffuse della mostra. Del resto alla Milano amatissima e metafisica è dedicato il fluviale romanzo-viaggio di Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, una dichiarazione di amore “carnale” cui rende giustamente omaggio il Museo del Novecento con una serie di dieci tavole di Mimmo Paladino, Disegni per Savinio. Tra cui la citazione del capitolo bellissimo sul Duomo, “io così disabituato all’aria delle chiese”, in cui Savinio racconta “la striscia di ottone che segna il meridiano di Milano sul pavimento della cattedrale, e sulla quale a mezzogiorno viene a battere la luce”. Attraversata la piazza del Duomo (quella che in un quadro metafisico di Dino Buzzati si trasforma in un irreale paesaggio dolomitico, il verde di un prato al posto del selciato) ecco la sapiente partecipazione delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, che nel prezioso “caveau”, di solito non accessibile, ha raccolto una raffinata trasmigrazione di mezzi espressivi: la serie di fotografie dello studio di Morandi scattate da Gianni Berengo Gardin poco prima che venisse svuotato. In un bianco e nero pieno di sfumature che riesce a catturare la polvere dello studio di Morandi, il più appartato, o spirituale, dei metafisici. Del resto, secondo la celebre definizione di Umberto Eco, Morandi “ha fatto cantare la polvere”: “Bisogna amare molto il mondo, e le cose che ci sono nel mondo, anche le infime, e la luce e l’ombra che le rallegra o le incupisce e la stessa polvere che le soffoca”, trasformando un “armamentario da rigattiere d’infima categoria” in poesia. Materia perfetta per lo sguardo di Berengo Gardin. Per le strade della Milano asburgica verso Brera si arriva nella Sala Stirling di Palazzo Citterio dove è un altro contemporaneo, il sudafricano William Kentridge, a rendere omaggio a Morandi con una videoinstallazione sonora e una gruppo di sculture che rendono tridimensionali le diafane nature morte del pittore. (Chi voglia approfittare per salire dalla sala ipogea su nelle collezioni, avrà altra metafisica da ammirare).
Dove eravamo rimasti? Ai luoghi che ci sembra di aver già conosciuto. Alla memoria che riaffiora, interrogata. La “metafisica” in realtà sono due, c’è quella “dell’assurdo, basata sullo stupore, sull’attesa, sull’uscita dal tempo, sulla nostalgia dell’inconoscibile”. Con quel di più di ironico, di scherzoso, di apparentemente mattoide di tanti quadri di de Chirico. E poi c’è la “metafisica dei valori plastici, del culto del mistero, dello strano, del profondo”, all’insegna della riflessione e della memoria. Morandi e non solo. La cosa indubitabile è che sensibilità così diverse abbiano generato tante costellazioni variamente allineate, i cui raggi ci colpiscono e illuminano sempre in modo diverso. Quando de Chirico scrive ne 1919 l’articolo “Noi metafisici”, il suo personale manifesto, è già chiara la questione principale. Ce l’ha con “il troglodito che non sa disegnare”. Invece “il nuovo pittore metafisico sa troppe cose… troppe cose hanno segnato impronte e richiami e ricordi e vaticini; troppe scritture hanno sciolto il nastro, troppe divinità sono morte e rinate e morte ancora della morte senza risurrezione; egli allora torna a guardare il soffitto e le pareti della sua camera e gli oggetti che lo circondano e gli uomini che passano giù nella via e vede che non sono più quelli della logica di ieri, di oggi e di domani”. La poetica della Metafisica è un’opposizione contro il nichilismo delle avanguardie che vogliono cancellare ogni passato, contro il primitivismo. Per loro conta invece riaffermare la memoria, che come scrive Trione è “la facoltà epica per eccellenza” secondo Walter Benjamin. La malinconia, la riscoperta del mito, il profumo di un biscotto, la memoria di un luogo, dell’attimo in cui una bambina gioca o passa un treno in lontananza. Ma anche le architetture classiche, la geometria rinascimentale, l’archeologia romana. I metafisici non buttano via nulla della memoria ancestrale degli occhi e dei luoghi. E’ forse per questo, per quella “strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta” che sanno trasmettere, a volte giocando a volte con profonda malinconia, che noi oggi troviamo nelle loro immagini qualcosa di ancora nostro, di conosciuto, di irrinunciabile. Eravamo già stati qui, erano apparse anche a noi le Muse inquietanti. Queste “splendide apparizioni di spettralità e bellezza sottile” (de Chirico). Il genio dei metafisici, ci racconta Trione, è “immergere quei ricordi in questo tempo”, è la misteriosa capacità di far accadere qualcosa di sempre nuovo in tutte le arti. Non si spiegherebbe diversamente né la fascinazione esercitata su tanti artisti internazionali contemporanei, ben documentata in mostra, né la facilità con cui noi troviamo familiari le immagini che intimamente ci appartengono. Non per nulla sulla parete esterna del Museo del Novecento, in occasione della mostra, l’artista statunitense Joseph Kosuth ha creato una scritta-istallazione: “Il presente è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità”. La metafisica ha la capacità di fermare il nostro presente, e con i suoi continui ed enigmatici giochi di superfici ci regala un’inaspettata profondità.