Matthias Stomer, "Giovane che legge a lume di candela", c. 1630, Museo nazionale, Stoccolma (foto Heritage Images via Getty Images)
Esercizi di lettura /4
Le difficoltà delle democrazie
Cittadini scontenti: cresce l’astensionismo elettorale, calano gli iscritti ai partiti. I processi decisionali sono lenti, le derive “illiberali” in aumento. Qualche consiglio per una buona lettura nelle pagine di Joseph Schumpeter
Matteo Marangoni (Firenze, 1876-1958), storico e critico d’arte, fu una figura significativa nel panorama culturale italiano della prima metà del Novecento. Lavorò alla Soprintendenza di Firenze, poi insegnò nelle università di Palermo, Pisa, Milano, e di nuovo a Pisa. La sua riflessione si colloca nell’ambito della critica formalista e dell’educazione estetica, con un’attenzione costante alla formazione dello sguardo e della capacità interpretativa. Il suo obiettivo non era soltanto analizzare le opere d’arte, ma fornire un metodo rigoroso per comprenderle. Nel 1916 pubblicò il volume Saper vedere (Roma - Bari, Laterza), punto di riferimento nella didattica artistica italiana. L’idea centrale del libro è che il vedere non coincida con il semplice guardare. L’atto visivo, secondo Marangoni, non è un processo spontaneo, ma una competenza che si acquisisce attraverso l’esercizio e l’analisi.
Quasi trent’anni dopo, nel 1944, Marangoni pubblicò il volume Saper leggere (Firenze, Sansoni). Questo testo non rappresenta un cambiamento di direzione, ma l’estensione coerente del metodo già elaborato. Se nel primo libro l’oggetto di studio era l’immagine, nel secondo è il testo scritto. Tuttavia il principio rimane invariato: anche la lettura è un’attività che richiede disciplina e consapevolezza. Comprendere un testo significa coglierne la struttura sintattica, il ritmo, la scelta lessicale, l’organizzazione complessiva. Non basta afferrare il contenuto; occorre riconoscere il modo in cui esso è costruito.
Il contributo di Marangoni assume un valore che va oltre la storia dell’arte o la teoria della letteratura. Egli propone una vera e propria pedagogia della cultura. Imparare a vedere e imparare a leggere significa imparare a pensare in modo ordinato, riconoscendo le strutture che rendono possibile il significato. La sua riflessione suggerisce che la libertà di giudizio nasce dalla competenza tecnica e dall’attenzione alla forma.
Perché e come leggere
Saper leggere di Marangoni ha uno scopo didattico e si affianca ad altri tentativi fatti nella stessa direzione, in precedenza, uno dei quali è il volume L’età preziosa, precetti ed esempi offerti ai giovinetti, di Emilio De Marchi, pubblicato a Milano dalla casa editrice Hoepli nel 1888, poi ripubblicato dalla casa editrice Madella, Sesto S. Giovanni, 1913, ristampato nel 1955 e pubblicato nel 2017 come Reprint da Forgotten books. Lì si può leggere, a pagina 44, che “Il Montaigne, lo Schiller, Napoleone I, il Foscolo, confessano di dover la maggior parte della loro volontà a un libro rimasto famoso nella storia dell’educazione, voglio dire le Vite degli uomini illustri di Plutarco. E così continuando a scorrere le memorie degli uomini insigni, per esempio, quelle del Goldoni, dell’Alfieri, del Gozzi, del Giusti, e ricostruendo la vita dei più grandi ancora, come quella del Manzoni, del Muratori, di Galileo, di Michelangelo, di Dante, o si trova una spontanea confessione di gratitudine verso i libri, o si vede che un libro, più potente degli altri, servì quasi di base alla loro grandezza”. Ma De Marchi non si limita a suggerire la lettura, spiega anche, alle pagine 47 e 49, come leggere: “Prendere di ogni libro che si legge, insieme al titolo, la somma dei capitoli, e trascriverne in un registro i concetti fondamentali e quelle sentenze, che più rispondono nel momento della lettura al sentimento dell’animo, e infine indicare ove il libro si possa ritrovare, quando occorresse di consultarlo di nuovo, è un assicurare per sempre il possesso di quel libro, è quasi un non restituirlo più, è un vero e santo rubare il pane del sapere senza rimorso e senza danno di nessuno”. E più avanti: “Se invece un giovane si risolve a fare un corso di lettura sopra un argomento speciale, per esempio, la storia, e lo seguita per mesi ed anni, finirà senza dubbio per distinguersi in quel ramo di sapere. La mente del giovane così sollevata sarà piacevole compagnia per lui stesso e per gli altri”.
Proseguendo questi quindicinali “esercizi di lettura”, leggiamo allora un brano di uno dei più acuti interpreti della democrazia, l’economista Schumpeter, non senza aver prima cercato di inquadrare il tema , illustrando storia, successi e crisi della democrazia nel mondo.
Le democrazie sono in difficoltà
Le democrazie sono in difficoltà, e su di esse vi sono molti libri, che è utile leggere (tra questi, S. Levitsky e D. Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Roma - Bari, Laterza, 2020). Il primo segno di questa difficoltà si avverte tra i cittadini, che sono scontenti delle democrazie, come mostrano il crescente astensionismo elettorale, da un lato, e, dall’altro, la diminuzione degli iscritti ai partiti. Un secondo segno sta nel fatto che le democrazie decidono lentamente: Samuel Issacharoff l’ha mostrato comparando i tempi della costruzione del terzo terminale dell’aeroporto di Pechino con quelli del quinto terminale dell’aeroporto di Heathrow di Londra, ambedue opera dell’architetto inglese Norman Foster: per la costruzione del primo sono stati necessari quattro anni, venti per il secondo (S. Issacharoff, Democracy Unmoored: Populism and the Corruption of Popular Sovereignty, Oxford University Press, 2023, p. 44).
Quando e dove è nata la democrazia e quali ne sono le caratteristiche
Che la moderna democrazia sia nata in America e che il primo a segnalarne la nascita sia stato un giovane aristocratico francese, Alexis de Tocqueville non vi è dubbio. A quell’epoca, nel 1831, l’America era nata da 30 anni, mentre la Francia esisteva da 800 anni. Aveva 15 milioni di abitanti, mentre la Francia ne aveva 32. Era composta solo di 24 Stati, contro i 50 di oggi. Era caratterizzata da libertà, eguaglianza, scelta dei rappresentanti e sistemi di “checks and balances”. I suoi elementi costitutivi erano: libertà di associazione e di manifestazione del pensiero, non sottoposti ad autorizzazione o censura; eguaglianza e assenza di una divisione della società in classi; potere pubblico distribuito tra città, Stati e Federazione, e quindi pluralistico; elezioni differenziate e ripetute dei rappresentanti locali e nazionali con durata nelle cariche di 6, 4 e 2 anni; separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, tra di loro in concorrenza, con reciproci controlli; bicameralismo (una Camera dei rappresentanti e un Senato).
Dal 1835, quando fu pubblicata la prima parte della Démocratie en Amérique, l’opera di Tocqueville è diventata la Bibbia della democrazia moderna. Ma essa nasconde sia un errore terminologico, sia un traslato, sia una rimozione di carattere storico. Dal punto di vista terminologico, un uso errato della parola perché non è il “demos” che esercita il potere, ma i suoi delegati o rappresentanti. Quindi, quella che chiamiamo democrazia è piuttosto una oligarchia corretta da periodiche elezioni. In secondo luogo, una sineddoche, perché non tutti i poteri pubblici sono democratici (i giudici, i funzionari amministrativi, i professori sono retti da un diverso principio, quello del merito). In terzo luogo, il primo “osservatore” di quella realtà ne rimosse una parte, perché i nativi e gli afroamericani non erano eguali agli altri, anzi molti erano in condizione di schiavitù.
I progressi della democrazia e i suoi arretramenti
Da allora la democrazia ha avuto uno sviluppo bisecolare nel mondo, si è diffusa in altri Paesi europei e non europei, e se ne sono moltiplicati i tipi, come è stato riconosciuto anche dalla Risoluzione dell’Assemblea dell’Onu del 24 ottobre del 2005. Ha inoltre corretto molte delle sue imperfezioni: abolizione della schiavitù; concessione del diritto di voto alle donne e riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna; passaggio dal suffragio capacitario e censitario a quello universale.
Poi, ha avuto ulteriori sviluppi: mentre prima l’eguaglianza era solo eguaglianza dei diritti o formale, successivamente si è affermata l’eguaglianza sostanziale, per assicurare quella che Beveridge nel 1942 definì libertà dal bisogno; alla democrazia rappresentativa o indiretta ci sono aggiunti istituti di democrazia diretta (referendum) e di democrazia deliberativa (partecipazione dei privati alla formazione delle decisioni amministrative).
Più di recente, alle istituzioni democratiche si sono affiancate istituzioni epistocratiche, come le “Indipendent regulatory agencies”, definite in Europa “Autorità amministrative indipendenti”, “non- majoritarian institutions”, e tribunali costituzionali per impedire che la maggioranza possa legalmente rendere illegale la minoranza.
Accanto ai progressi della democrazia va però aggiunto che vi sono stati anche suoi eclissi e arretramenti, tra cui la parentesi autoritaria italiana dal 1922 al 1945 e quella totalitaria tedesca dal 1933 al 1945.
Lo stato attuale della democrazia
Oggi vi sono alcuni sviluppi positivi, altri negativi. Sul lato dell’attivo, una crescente eguaglianza: rispetto a un secolo fa, le diseguaglianze si sono ridotte in termini di classi di reddito, di genere, di gruppi sociali e di territori. La globalizzazione, che ha permesso di creare un livello sovranazionale, con una funzione di promozione della democrazia nella dimensione nazionale e di comunicazione tra i diversi ordinamenti, nonché di consentire trapianti da un ordinamento all’altro (particolarmente importante l’esempio dell’Unione europea che è diventata custode di una serie di valori, tra cui quello di democrazia). L’aumento della popolazione governata da regimi democratici. La istituzione del Fondo per la democrazia dell’Onu e della equivalente Iniziativa dell’Unione europea. La moltiplicazione degli interessi collettivi che vengono riconosciuti come pubblici e richiedono organismi che ne controllano il rispetto e procedure per attuarle.
Sull’altro lato, quello del passivo, l’affermazione di democrazie che si autodefiniscono illiberali, un ossimoro perché la democrazia non esiste senza libertà. La diminuzione della partecipazione: ad esempio, in Italia, nel 2022 vi erano 45 milioni di aventi diritto al voto, di cui soltanto 29 hanno effettivamente votato (il 63 per cento). Si è così costituito un governo la cui base elettorale è di 12 milioni di votanti: 42 per cento dei votanti, ma soltanto il 26,2 per cento del totale degli aventi diritto al voto, quindi solo un quarto dell’elettorato. La diminuzione degli iscritti ai partiti: in Italia si è passati dall’8 al 2 per cento della popolazione, con la conseguenza che lo strumento della democrazia, il partito, ha un carattere non democratico, e che vi è una crisi dell’offerta politica, in presenza di aspettative crescenti sul lato della domanda politica, uno scadimento del personale politico, dovuto alla fine della funzione selettiva dei partiti e, infine, uno squilibrio tra i problemi e chi deve risolverli. La trasformazione dei modi di informazione: secondo dati dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nel 2019, il 67,4 per cento della popolazione si informava attraverso la televisione, nel 2025 solo il 46,5 per cento, perché il 52,4 per cento utilizza la rete e quindi non ha informazioni che sono filtrate attraverso giornalisti-interpreti, con aumento della polarizzazione. Il “complesso tecnologico-industriale”, le “Big Tech” che hanno un valore di più di 15 mila miliardi di dollari, una crescita degli scambi di servizi digitali alla media annua dell’8 per cento, il doppio rispetto ai trasporti e al turismo. La verticalizzazione del potere: basti ricordare la Presidenza imperiale americana.
Qualche rimedio
Le democrazie sono in difficoltà, in parte a causa del loro successo. Una delle cause è il carattere elementare del voto: questo deve essere reso più ricco di informazioni, ad esempio consentendo di dare non un voto, ma un ordine di preferenze, per cui se un’alternativa è collettivamente preferita a ogni altra alternativa, prevale sulle altre. Bisogna poi curare la democrazia con la democrazia stessa: gli Stati non sono meccanismi ma organismi, non sono guidati, vivono come il corpo umano, con sistemi di termoregolazione (come l’ipotalamo), anticorpi, memoria immunitaria.
In conclusione, per la democrazia siamo noi i malati, i medici e le medicine, allo stesso tempo: di qui il valore della partecipazione.
Una delle più note teorie della democrazia è quella formulata dall’economista austriaco, ma professore ad Harvard dal 1932, Joseph Alois Schumpeter (1883-1950). Dell’autore riportiamo alcuni “excerpta” da un’opera famosa del 1942, nella quale assimila il moderno politico “a un imprenditore, il cui profitto è il potere, il cui potere si misura a voti, i cui voti dipendono dalla sua capacità di soddisfare le richieste degli elettori. Alla concorrenza fra gli imprenditori per la conquista dei mercati fa così riscontro la competizione fra i leader dei partiti: nasce la formula della democrazia competitiva, che è vista anzi come l’essenza stessa della democrazia politica, la sua condizione di esistenza” (F. Galgano, La forza del numero e la legge della ragione. Storia del principio di maggioranza, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 169-170).
J. A. Schumpeter, Capitalismo socialismo democrazia, Milano, Edizioni di comunità, 1964, p. 239 e p. 257-260
XXI. La dottrina classica della democrazia
La filosofia settecentesca del metodo democratico si riassume in questa definizione: il metodo democratico è quell’insieme di accorgimenti costituzionali per giungere a decisioni politiche, che realizza il bene comune permettendo allo stesso popolo di decidere attraverso l’elezione di singoli individui tenuti a riunirsi per esprimere la sua volontà.
XXII. Un’altra dottrina della democrazia
[…] partendo dal concetto che il compito del popolo è di produrre un governo, o un corpo intermedio che a sua volta genererà un esecutivo o governo nazionale, arriveremo a questa definizione: il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare […]
Prima di tutto, essa fornisce un criterio ragionevolmente pratico per distinguere i governi democratici dai governi che non sono tali.
In secondo luogo, la teoria racchiusa in questa definizione consente un equo riconoscimento del fatto d’importanza primaria che è la leadership. […] Ma in terzo luogo quando esistono autentiche volizioni di gruppo (per esempio la volontà dei disoccupati di ottenere sussidi di disoccupazione o la volontà di altri gruppi di aiutarli) la nostra teoria non solo non le trascura, ma permette di inserirle nella funzione che effettivamente hanno.
Quarto punto, la nostra teoria non è più definita di quanto lo sia il concetto di concorrenza per il comando. Questo concetto presenta difficoltà simili al concetto di concorrenza nella sfera economica, con cui si può utilmente confrontare.
In quinto luogo, la nostra teoria sembra chiarire il rapporto esistente fra democrazia e libertà individuale. Se per quest’ultima s’intende l’esistenza di una sfera di autogoverno individuale i cui confini sono storicamente variabili – nessuna società tollera una libertà assoluta nemmeno di coscienza e di parola, nessuna società annulla questa sfera – è chiaro che tutto diventa questione di gradi.
Sesto: va osservato che, elevando a funzione prima del corpo elettorale la creazione di un governo (direttamente o attraverso un corpo intermedio), vi ho compreso anche la funzione di abbatterlo. Quella significa soltanto l’accettazione di un capo o gruppo di capi; questa, soltanto il ritiro dell’accettazione.
Settimo: la nostra teoria getta la luce necessaria su un’antica controversia. Chiunque accetti la teoria classica della democrazia, e quindi creda che il metodo democratico debba garantire che i problemi siano risolti e le politiche impostate in base alla volontà del popolo, non potrà non ammettere che, quand’anche questa volontà fosse indiscutibilmente reale e definita, una decisione per maggioranza semplice la deformerebbe, in molti casi, più che non la tradurrebbe in pratica. Evidentemente, la volontà della maggioranza è la volontà della maggioranza, non la volontà del “popolo”. Quest’ultima è un mosaico che la prima non può assolutamente “rappresentare”.
Se la vera funzione del voto è l’accettazione di una leadership, gli argomenti a favore della rappresentanza proporzionale cadono, perché le loro premesse non sono più vincolanti.